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Fare architettura, intervista a Luca Valentini

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'per me č atto d'amore'

Luca Valentini è un architetto che fa quel che tutti dovrebbero fare: ricordare che la terra sarà un altra dopo una costruzione. E quindi ama far precedere ogni "atto" da una riflessione profonda che trapassa passato, presente e futuro. Ne abbiamo discusso con il professionista che ha studio a Tenna e non a caso l'ha chiamata "X atto d'amore per l'architettura"

Cosa è per Lei fare architettura?
Compiere un gesto di amore e di riparazione.

A che cosa?
Alla terra

E come?
Ogni atto fondativo è preceduto da una sorta di preghiera e dal simbolico risarcimento di un albero per la terra che sarà ferita. Ma c'è anche una proiezione trasversale tra passato e futuro.

Cosa vuol dire proiettarsi nel passato?
Mi trovo spesso a ragionare sulle rovine, a cercarle quasi, o a intuirne le tracce sul terreno perché solo ragionando sulla storia del luogo sei in grado di interpretarne la vocazione futura.

Quali dinamiche possono snaturare il senso del territorio?
Quelle che non sono precedute da pensiero.  Anche una radura è un tempio. Rincorrere l'high.tech ha senso solo se migliora la vita, perché  l'uomo ha in realtà bisogno di spazi naturali dove l'uomo, come diceva Heidegger, possa farsi luce. Oggi invece lo spazio serve per costruirci sopra.

Cosa dovrebbe intervenire a cambiare le cose?
Dovrebbe esserci più politica della bellezza perché questo, come diceva Hillman ci aiuta ad essere migliori.

E come si può risolvere il classico dilemma tra committente ed esecutore?
“Io dico sempre che il committente è un padre e l'architetto una madre: viene sempre fecondato dal cliente. Io mi sento il traduttore di un desiderio e di un bisogno. Al tempo stesso ho la responsabilità di fare vedere al mio committente soluzioni di pensiero. L'architettura funziona se va all'essenza, se è coerente ed anche coraggiosa, se diventa portatrice di significati”.

Sull' operazione delle Albere a Trento, uno dei più grandi interventi degli ultimi anni,  l'architetto Valentini cosa dice?
Dico che si poteva fare diversamente. Non vedo che la maestria di Renzo Piano sia particolarmente espressiva, e posso solo ipotizzare che le sue intuizioni devono probabilmente aver fatto i conti con i committenti e le volumetrie. Io sono dell'idea che in architettura siano richiesti tanti passi indietro sia a chi commissiona che a chi progetta, perché dovrebbe diventare primitiva e rivolta al necessario.

E il business?
Il business non sempre deve essere la bussola che orienta le scelte. Non so se l'edilizia  di quel quartiere rappresenti davvero il meglio possibile per quella parte di Trento. Alla fine costruendo dovremmo solo preoccuparci della violazione che si compie e porci come obiettivo quello più sublime: la leggerezza.

Cosa cerca nel suo agire professionale?
Far sì che lo sguardo dell'uomo si possa elevare.  
Corona Perer, luglio 2013

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