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Persone e idee

Federico Rampini, riconvertirsi per sopravvivere

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La lezione di Obama

La lezione di Barack Obama? Che bisogna iniziare a pensare nuove regole del gioco per la Globalizzazione. Ciò significa introdurre nel sistema globale elementi di tutela dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Obama non è stato l’unico a sostenerlo. Lo ha fatto anche Jacques Delors. “Obama però sta iniziando a mettere queste cose in pratica”, sostiene Federico Rampini, inviato de "la Repubblica" negli Usa e in Cina, che era intervenuto al Festival dell'Economia 2013 sulla "dottrina Obama”.

Il presidente Usa di fatto ha delineato una strategia personale su come affrontare la crisi. Negli Usa la crisi di fatto è stata sconfitta nel 2009. “La disoccupazione è ancora del 7%, ma è chiaro che ne sono usciti, perché Obama non ha mai accettato la dottrina Merkel, non ha accettato il dogma dell’austerithy. Obama ha capito che bisognava investire, in infrastrutture, in tecnologie, in formazione, in green economy. E ha cercato di spiegarlo anche a noi, al limite dell’ingerenza negli affari europei”. Purtroppo finora senza successo.

Secondo Rampini l’idea che rimane sottotraccia, anche se non viene “gridata”, è che se Stati Uniti e Europa riescono a negoziare un nuovo sistema di regole che metta assieme libero scambio e obiettivi sociali, possono poi usare questo strumento per rivedere gli accordi commerciali con la Cina.

In sostanza, questo può significare che la Globalizzazione non deve essere necessariamente una corsa al ribasso, che costringe a rivedere diritti che si consideravano, in particolare dagli europei, acquisiti una volta per sempre. In questo modo, inoltre, è possibile iniziare a pensare di invertire il flusso della delocalizzazione, che finora è andato in un’unica direzione: dai paesi dove esistono diritti consolidati per i lavoratori, per la salute o l'ambiente, a paesi dove ne esistono molto meno.

Rampini ha raccontato la storia della Kodak, un tempo un marchio universale della fotografia, di fatto monopolista delle pellicole. Attorno al passaggio del millennio la Kodak commise un errore fatale, non intuì l’avvento del digitale, ed entrò in crisi. Ma come sta oggi Rochester, la città sede della Kodak? Sta benissimo. Perché mentre la multinazionale licenziava, tutta una serie di interventi degli enti locali, dello Stato centrale e così via, ha fatto sì che chi veniva licenziato dalla Kodak potesse mettersi in proprio, utilizzando le tante conoscenze accumulate durante gli anni del boom dell’azienda. Insomma, sono state valorizzate le risorse umane già presenti.

Rochester, sul “cadavere” della Kodak, si è trasformata nella silicon valley dell’ottica avanzata. Sono fiorite lì centinaia di start up. L’Università locale le ha appoggiate, e oggi il primo datore di lavoro locale è proprio il Politecnico. E’ qui che sono nati i nuovi schermi cinematografici per i film in 3D, ad esempio. Sono nati i laser per l’industria biomedica, e così via. Ci sono multinazionali tedesche e giapponesi che aprono le proprie sedi a Rochester. Ecco dunque una storia di successo, una storia di reindustrializzazione nata a partire da una grave crisi.

“Perché – si chiede Rampini - non nasce una piccola silicon valley del design automobilistico a Torino? Perché non è nato un polo dell’informatica attorno alla Olivetti?”.

Bella domanda.


 

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