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Persone e idee

Alessandro Penati detto Mr. Atlante

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Alessandro Penati è l'ideatore del Fondo Atlante, ovvero quella scatola magica costituita e finanziata dalle banche che dovrebbe salvare... le banche e liberarle dalla montagna di crediti deteriorati. Il 29 aprile scorso il fondo – nato appunto per salvare le banche in sofferenza - è stato chiuso ed è partita la vera sfida che rimanda ad una domanda di fondo: può la somma di tante sofferenze diventare una forza? Domanda che alla fine dell'incontro con l'economista, docente di Finanza a Chicago, consulente Ocse e del nostro ministero dell'economia, nonché opinionista per 30 anni di Repubblica, fa naturalmente capolino.

Intervistato da Andrea Cabrini di Milano Finanza spiega lo scenario e si capisce subito che c'è solo un aggettivo: terrificante. Intanto va tenuto conto un dato: nei primi 6 mesi di quest'anno alla Borsa di Milano per la banche si è registrato un – 41% . Il fondo Atlante si porta gran parte di questa sofferenza sulle spalle e il suo mandato è quello di sbloccare la situazione o almeno tentare di farlo.

Penati fa subito presente dalle prime parole ciò che non potrà dire, confida anche di non essersi potuto preparare all'incontro. Ma alla fine del suo intervento si capirà che ha detto più di quanto ci si aspettasse ed è stato onesto nel dipingere uno scenario: che fa paura.

“Anzitutto ricordiamoci che le banche sono un'industria in crisi, molte banche non fanno più investimenti, hanno subìto drastici tagli. Poi teniamo presente che il sistema bancario è stato il più colpito dall'avvento della tecnologia, e una banca oggi è tecnologia se si considera che l'80% delle transazioni sono elettroniche. Le Banche nel mondo servono per profilare il cliente e vendere prodotti finanziari alle sue esigenze, ma sono alla canna del gas: il costo della raccolta è altissimo, dare un mutuo vuol dirci perderci, non c'è possibilità di guadagnare dagli oneri di interesse”.  Come incipit non c'è male.

Ma l'incontro con Penati serve anche a capire cosa è accaduto dalla recessione del 2008, devastante per le piccole e medie imprese. “Le banche non hanno reagito e l'Italia ha fatto a finta di non vedere per 7 anni, ora il problema è ingigantito” afferma l'economista che sorvola sulla qualità dei crediti (in assenza di liquidità praticamente inesistenti) e invece si sofferma sui costi elevati di ogni struttura, sugli sportelli inutilmente creati in questi anni, che ora chiudono. “Una distribuzione fisica che già non serviva nulla e che è un grosso costo chiudere”.
Quanto avvenuto negli ultimi mesi dimostra del resto che è difficile anche fare fusioni. “La fusione delle banche popolari prevedeva che diventassero delle Spa, ma è stata ostacolata in ogni modo”.

E poi spiega che lo smaltimento delle sofferenze avviene di norma attraverso gli utili. “Ma questo non è possibile: le banche non fanno più utili. Ci sarebbe soltanto una via d'uscita: si taglia tutto. Ovvero costi, sofferenze e utili, si crea una bad-bank, si separa il buono dal cattivo e si fa un aumento di capitale. Comprare dei crediti in sofferenza o una banca italiana oggi è la stessa cosa. O l'Italia dichiara default e arriva la troika (a me sembra ci sia ripresa e credo nella capacità dell'Italia di uscirne) oppure ci vuole pazienza".

E Atlante che può fare? A quanto par di capire molto e poco allo stesso tempo. Non avendo alle spalle nessuno non può fare o avere economie di scala, ma a domanda esplicita rivolta da Cabrini, Penati risponde che entro metà luglio intende concentrarsi su un'azione forte destinata a creare mercato, conditio sine qua non per la ristrutturazione delle banche in crisi. “Voglio creare un mercato dove si agisca con regole di vera competizione, perchè la concorrenza è il miglior modo di abbassare i prezzi. Il mercato delle sofferenze è l'unico asset, il cash-flow è dato da come e in quanto tempo si recupera il credito. In Italia il 50% dei crediti sono cartacei, ma le casistiche non sono ancora censite e non sono in rete, il problema è il tempo per il recupero crediti: non ci sono dei Services per farlo sul territorio. Il primo lavoro è definire standard e mostrare come si organizza questo lavoro. Ecco perchè il vero problema è costruire un mercato: avere i dati e chi fa valutazioni, ma anche avere dati in rete per capire le curve di recupero di ciascuna situazione di rischio”.

Quanto ai salvataggi il primo è la Banca Popolare di Vicenza ma non tace né la riservatezza, né le preoccupazioni. “Su questo salvataggio non posso dire nulla. Posso dire con chi sto lavorando: ho un team di giovani collaboratori, abbiamo assunto giovani sui 20-25 anni finanziati dal bilancio di Quaestio Sgr (Penati è il ceo n.d.r). Ho fatto richiesta di avere un cda indipendente, ma 9  su 8 sono funzionari di banca. Non è proprio l'ideale come indipendenza”.
E allora la domanda iniziale torna potente: può un fondo costituito da banche in crisi salvare le banche? Da strumento di salvataggio potrebbe essere strumento di contagio? Potrebbe cioè succedere che le banche - per salvare se stesse - si indeboliscono ancora di più?

Penati spiega che in una precedete crisi bancaria del 92-95, il problema si risolse perchè l'Italia creò un mercato, esiste quindi un precedente. “L'ideale è attrarre capitali esteri e metterli in concorrenza, non è impossibile da farsi”. Cabrini richiama Visco che riconosce al team di Atlante determinazione e indipendenza ma non ha citato...il capitale. Chiede: con 1 miliardo e mezzo di sofferenza per la Banca di Vicenza, e circa 1 miliardo per Veneto Banca cosa potrete fare?
“Sì la determinazione c'è. Ma attenzione noi non siamo nati per gestire banche, lo dice il regolamento BCE, ci siamo per costituire un cda degno che agisca per fare ristrutturazioni e conto di riuscirci. Con 1 miliardo e 300 milioni  che abbiamo è vero si può far poco: purtroppo casse e fondi pensione sono rimasti fuori, il fondo Atlante è stato chiuso forse troppo presto, e io sono convinto che molti capitali esteri sarebbero interessati. Serve dunque liquidità. La mia speranza è avviare un mercato, fare cioè una grossa operazione da cui ne dipendono altre”.

Quanto alle responsabilità e di come si sia creata questa enorme voragine (Visco ha parlato di “anomalie fraudolente”), Penati cerca di aggirare la domanda. “Per natura e carattere io guardo avanti, è ovvio che c'è stata una responsabilità della vigilanza, ma è anche un evidenza che gli azionisti sono in genere imprenditori. Confindustria dov'era? Qualche responsabilità ce l'avranno anche i media e i sindacati: quando le banche compravano sportelli, i sindacati dove erano? Certo, il management è sicuramente responsabile e questo forse mi preoccupa di più”.
E poi qualche valutazione sui grandi players. “Unicredit è la più grossa banca che abbia significato sistemico”.

Ma il crollo di borsa è causa del bail-in? “Sì” risponde Penati “ma solo al 50%, perchè ogni investimento ha la sua curva di rischio e si è messo sul mercato un prodotto ad alto rischio. Il problema è che le banche hanno curve piatte: non fanno utili. E siccome in Europa il tasso è al -0,2% di inflazione non c'è fondo che tenga”.

Ma c'era qualcosa che si poteva fare e non è stato fatto?
“Bisognava fare la bad-bank di stato, si nazionalizzavano le banche, si pulivano e si rimettevano nel mercato, il problema è che non si voleva la troika".

E verso la fine, sulla scorta delle domande del pubblico (lo ascolta in piedi Tito Boeri, seduto sul pavimento c'è Dario Laruffa del Tg2),  i primi passi concreti e domande concrete. Cabrini chiede: “Sul salvataggio delle due banche, se avrete il 50,1% che farete da azionisti di riferimento?”. Ma Penati, un po' per riservatezza - e molto per onestà - lascia alla platea il terrore tra le mani. “Noi non gestiremo nulla, le aiutiamo a risollevarsi. Non lo so cosa faremo. Posso dire questo: pulisco la banca e metto della gente perbene. Già sto super-pagando il mio ingresso perchè pago a 32 centesimi ciò che ne vale 10, ma rendetevi conto che già è difficile costruire un cda indipendente. E poi ho la BCE ci impone di non fare direzione e controllo, cioè non potrò fare dei cda. Noi entriamo se c'è un fallimento di mercato”.

E ribadisce che il problema è il recupero dei crediti. Fa il caso di una banca italiana (par di capire che sia siciliana) che ha 135 mila posizioni a rischio sotto i 100.000 euro. “Se invece una banca ha un patrimonio di immobili residenziali è un'altra cosa. Con troppi NPL (Non Perfoming Loans) è difficile uscirne, le banche devono accelerare lo smaltimento”. Ma come sceglierà i suoi NPL. Penati tiene la rotta e non lo dice.  “Top secret quello che sto facendo, non lo sanno neanche loro: non lo dico per difendermi, non lo devo dire”. Sulle condizioni chiave, traspare però la preoccupazione. “La prima è di non gettare la spugna o non essere costretto a farlo. Forse ho sottovalutato l'impegno, in termini di fatica, sono però incoraggiato da chi lavora con me, lavorare come Salomone non è facile”.

E mentre i giornalisti lo sommergono per raccogliere un'ultima dichiarazione extra-conferenza (come se non avesse detto tutto già nel suo iuntervento), la platea resta: con il suo terrore tra le mani.

Corona Perer
Festival dell'Economia di Trento

(Trento 3 giugno 2016)

 

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