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Joseph Stiglitz: ''La disuguaglianza, frutto dei tempi''

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Stiglitz, Rodrik, Atkinson

Il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz  ha lanciato a Trento, lo scorso anno, un messaggio positivo.  "La disuguaglianza è la conseguenza delle politiche che si mettono in campo e dunque possiamo contrastarla. Il problema non è il capitalismo del 21esimo secolo, ma le politiche che si mettono in campo. L’aspetto più spiacevole della disuguaglianza è la conseguente disparità di opportunità". E fin qui si potrebbe dire: nulla di nuovo. Ma l'analisi offerta al Festival Economia va più a fondo.

"Possiamo intervenire per cambiare le politiche che generano la disuguaglianza – ha aggiunto Stiglitz – ma dobbiamo intervenire rapidamente, non bastano piccoli aggiustamenti, servono cambiamenti fondamentali ed urgenti. Serve capirne molto meglio le cause e riscrivere le regole dell'economia capitalistica, altrimenti fra 30 anni avremo una società ancora più diseguale".

Ed ancpra: "Per anni molti economisti – ha ricordato Stiglitz – hanno evitato di studiare il fenomeno della disuguaglianza, considerandolo una questione controversa. Risultato la disuguaglianza e' cresciuta notevolmente negli ultimi decenni, anche in Europa". Stiglitz ha poi ricordato che il paese dove vi sono meno differenze sociali e' la Danimarca mentre Stati Uniti, Gran Bretagna ed Italia sono ai vertici mondiali. "La prospettiva di un giovane americano – ha detto Il premio Nobel – dipende di più dal reddito dei genitori che dalle sue capacità o dal suo livello di istruzione".

Ma esiste una globalizzazione intelligente in grado di correggere le disuguaglianze? A questo tema l'economista Dani Rodrik ha dedicato un libro. La globalizzazione non ha inciso solo sulla mobilità delle merci ma anche, attraverso una mitigazione delle barriere, su quella delle persone.

Teoricamente, argomenta Rodrik, è possibile che i lavoratori che si spostano da un paese all'altro trovino condizioni migliori e possano godere degli stessi standard dei lavoratori locali, ma il punto è che dobbiamo definire "quanti" lavoratori possiamo far entrare senza rischiare di ridurre la coerenza interna di un Paese, sapendo comunque non è possibile definire un livello ottimale.

"La forza motrice che determina le disuguaglianze globali – sosteiene Dani Rodrik – è basata sulle differenze tra le diverse regioni del mondo. Si tratta però di una disuguaglianza che i tassi di crescita stanno riducendo. La Cina, ad esempio, ha portato centinaia di milioni di persone verso il ceto medio, e questo grazie alla globalizzazione che ha consentito un enorme aumento delle esportazioni".

"Per avere uno Stato nazione efficace dobbiamo dunque porre dei limiti?" si chiede Rodrik. "Abbiamo bisogno di un minimo comun denominatore, un'eccessiva eterogeneità è negativa per il mantenimento della fiducia sociale".

"I grandi della terra, da Obama alla Lagarde, si dicono preoccupati per la crescita delle disuguaglianze  ma poi non danno indicazioni su chi deve fare e soprattutto sul cosa fare". A dirlo è stato il professor Anthony Atkinson, economista inglese particolarmente attento ai temi della giustizia sociale. Era stato a Trento per la prima edizione del festival dell'Economia, nel 2005, è stato quindi richiamato per l'edizione del decennale.

Atkinson sostiene che ci sono tante vie per trovare soluzioni:  almeno 16. Usare la leva fiscale con funzioni redistributive, ad esempio  come avvenne nel secondo dopoguerra, e investire di più nello stato sociale. Ma anche combattere la disoccupazione, accrescere i salari più bassi, adottare il reddito di cittadinanza o di partecipazione, agire sull'accumulo di ricchezze e sul legame capitale-assunzione delle decisioni. A farlo, Atkinson non ha alcun dubbio, devono essere in primo luogo i governi.

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