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La ricetta per uscire dalla crisi in 16 mosse

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Atkinson, Stiglitz, Rodrik

"I grandi della terra, da Obama alla Lagarde, si dicono preoccupati per la crescita delle disuguaglianze  ma poi non danno indicazioni su chi deve fare e soprattutto sul cosa fare". A dirlo è stato il professor Anthony Atkinson, economista inglese particolarmente attento ai temi della giustizia sociale. Era stato a Trento per la prima edizione del festival dell'Economia, nel 2005, è stato quindi richiamato per l'edizione del decennale.

Atkinson sostiene che ci sono tante vie per trovare soluzioni:  almeno 16. Usare la leva fiscale con funzioni redistributive, ad esempio  come avvenne nel secondo dopoguerra, e investire di più nello stato sociale. Ma anche combattere la disoccupazione, accrescere i salari più bassi, adottare il reddito di cittadinanza o di partecipazione, agire sull'accumulo di ricchezze e sul legame capitale-assunzione delle decisioni. A farlo, Atkinson non ha alcun dubbio, devono essere in primo luogo i governi.


Il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz  ha lanciato a Trento, lo scorso anno, un messaggio positivo.  "La disuguaglianza è la conseguenza delle politiche che si mettono in campo e dunque possiamo contrastarla. Il problema non è il capitalismo del 21esimo secolo, ma le politiche che si mettono in campo".

Il consigliere di Hillary Clinton fin da giovane si è dedicato allo studio delle disuguaglianze, rendendosi conto che proprio gli Stati Uniti erano il Paese industrializzato con i maggiori livelli di divario fra ricchi e poveri e che il cosiddetto sogno americano era solo un mito. "L’aspetto più spiacevole della disuguaglianza – ha detto – è la conseguente disparità di opportunità".

"Per anni molti economisti – ha ricordato Stiglitz – hanno evitato di studiare il fenomeno della disuguaglianza, considerandolo una questione controversa. Risultato la disuguaglianza e' cresciuta notevolmente negli ultimi decenni, anche in Europa". Stiglitz ha poi ricordato che il paese dove vi sono meno differenze sociali e' la Danimarca mentre Stati Uniti, Gran Bretagna ed Italia sono ai vertici mondiali. "La prospettiva di un giovane americano – ha detto Il premio Nobel – dipende di più dal reddito dei genitori che dalle sue capacità o dal suo livello di istruzione".

"Possiamo intervenire per cambiare le politiche che generano la disuguaglianza – ha aggiunto Stiglitz – ma dobbiamo intervenire rapidamente, non bastano piccoli aggiustamenti, servono cambiamenti fondamentali ed urgenti. Serve capirne molto meglio le cause e riscrivere le regole dell'economia capitalistica, altrimenti fra 30 anni avremo una società ancora più diseguale".

Ma esiste una globalizzazione intelligente in grado di correggere le disuguaglianze? A questo tema l'economista Dani Rodrik ha dedicato un libro. La globalizzazione non ha inciso solo sulla mobilità delle merci ma anche, attraverso una mitigazione delle barriere, su quella delle persone.

Teoricamente, argomenta Rodrik, è possibile che i lavoratori che si spostano da un paese all'altro trovino condizioni migliori e possano godere degli stessi standard dei lavoratori locali, ma il punto è che dobbiamo definire "quanti" lavoratori possiamo far entrare senza rischiare di ridurre la coerenza interna di un Paese, sapendo comunque non è possibile definire un livello ottimale.

"La forza motrice che determina le disuguaglianze globali – sosteiene Dani Rodrik – è basata sulle differenze tra le diverse regioni del mondo. Si tratta però di una disuguaglianza che i tassi di crescita stanno riducendo. La Cina, ad esempio, ha portato centinaia di milioni di persone verso il ceto medio, e questo grazie alla globalizzazione che ha consentito un enorme aumento delle esportazioni".

"Per avere uno Stato nazione efficace dobbiamo dunque porre dei limiti?" si chiede Rodrik. "Abbiamo bisogno di un minimo comun denominatore, un'eccessiva eterogeneità è negativa per il mantenimento della fiducia sociale".


<  Teatro Sociale stracolmo



Il tema della mobilità sociale riguarda, in Italia, in particolare  anche il sistema del welfare, perché vige un eccesso di protezione per alcuni rischi, come la vecchiaia, le cui pensioni impegnano oltre il 50% della spesa sociale, e lacune di protezione per nuovi bisogni, che non trovano posto nel catalogo dei diritti, come la mancanza di reddito e la  nuova povertà, perché l’economia è cambiata.

Il posto fisso non c’è più e i servizi di conciliazione famiglia-lavoro, sono sempre più indispensabili, perché se non si attuano o non si fanno i figli o si ritarda l’età del primo figlio o se ne fa uno solo.
Ad affermarlo è stato il professore di di Scienza politica presso l’Università degli Studi di Milano, Maurizio Ferrera che ha sollecitato anche la considerazione di nuove tematiche come l’esclusione sociale degli immigrati e la non autosufficienza, plaga di una vita media che si è allungata. In tale contesto, ha spiegato Maurizio Ferrera, dobbiamo ridisegnare il welfare e non considerare i diritti sociali acquisiti nel ‘900  come assoluti.

Sviluppare forme di welfare prodotte da attori non pubblici e promuovere la conciliazione famiglia -lavoro soprattutto per favorire la crescita demografica e l’occupazione femminile e considerare reddito minimo di garanzia, sono alcune delle soluzioni proposte nell’ambito degli studi sulla riforma del welfare.

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