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Arte e cultura

Giuseppe Mestrangelo, l'alieno opera di luce

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Fabrizio Lollini

La luce come rivelazione, come essenza del divino: dal medium aureo riflettente dei mosaici bizantini che abbaglia (umilia, quasi) e rimanda al Creatore, allo squarcio della taverna di San Luigi dei Francesi, le valenze religiose sono molte, forse scontate, ma sempre presenti nella storia della cultura occidentale (e non solo). E' la innovativa tecnica applicata da Suger a Saint Denis che crea quella lux mirabilis et continua in cui inedite istanze estetiche si sostanziano in un'idea teologica ben precisa. "Claret enim claris quod clare concopulatur, Et quod perfundit lux nova, claret opus Nobile"; quella 'luce' - però - è 'nuova' in senso metafisico tanto quanto in senso materiale, perché ottenuta grazie a conquiste misurabili e concrete.

La ricerca non più funzionale, ma formale, dell'artista Mestrangelo si giova anch'essa di nuove tecniche, quelle dell'arte che ha battezzato 'fotonica', in cui la contemporaneità del mezzo luminoso è sfruttata nella sua flessibilità (mentale e fisica) per creare suggestioni, per suggerire un pensiero, in una perfetta sinergia tra la luce manipolata e quella reale, e talvolta quella dipinta, come negli interventi in cui fili di materia luminosa colorata si intersecano con oggetti culturali e artistici, a ricucire uno strappo nella nostra percezione tra l'energia creatrice dell'uomo, nella serie dilatata nel tempo di una tradizione culturale, e la contemplazione dell'oggetto finito da parte nostra.

Mestrangelo evita il triste esito dell'esibizione fine a sé stessa di un virtuosismo dovuto solo al nuovo mezzo, per invitarci a meditare. Non che il lavoro degli artisti del XX e del XXI secolo non abbia affrontato con mezzi simili un problema estetico, che è già stato declinato, per dire random, da Fontana a Merz, dal monumentale Eliasson all'accattivante (e spesso cinetico) Nauman: ma il background di Mestrangelo rende l'utilizzo fresco e, se si può dire, più cosciente del rapporto col passato, sempre stimolante e mai solo citazionistico.

Le opere qui esposte intervengono su realtà materiali che concentrano in sé storie millenarie: il libro, la cultura scritta, il peso della tradizione, da una parte, e dall'altra il senso dell'icona cristiana, visualizzata attraverso l'immagine chiave di questa realtà religiosa, quella del Crocifisso.

La parata di veri libri antichi, chiusi da un filo di luce che li chiude in modo apparentemente definitivo (già visti qui a Bologna nella monografica Sutura del 2009 al Museo della Musica), Cogniti defensor, richiama alla mia mente le parate di manoscritti e stampati delle grandi raccolte biblioteconomiche, in primis quella Biblioteca Malatestiana cesenate che, sola, conserva ancora intatto sia il contenuto che il contenitore di una libraria tardomedievale.

I volumi, posti ciascuno su un leggio, sono invece pronti a rivelare il loro contenuto, a dispiegare ancora il distillato della nostra esperienza culturale occidentale: solo, necessitano di qualcuno che guardi, apra, e si riappropri di ciò che è suo. La luce vale anche come invito e come guida, per passare dalla dimensione del 'custodito' - il libro chiuso per proteggere quello che racconta, discute, visualizza - a quello della sutura (appunto) di uno strappo, una ricucitura in cui si interviene a riconnettere, e riattivare, presenze lontane ma ancora fondanti.

Mi piace invece leggere il Cristo trapuntato di luce, l'Alieno, su due differenti binari. Uno è quello stesso da cui parte Mestrangelo, dal valore se non teologico stricto sensu - una chiave religiosa tradizionale mi pare assente dall'opera, così come un valore devozionale - almeno storico e culturale.

Il Salvatore non tanto come oggetto di culto, quanto icona cardine di una Storia, fatta di recupero dei diseredati, di emancipazione, di reazione contro la prevaricazione. Cosa farebbe oggi, cosa faremmo noi oggi? La luce, forse, anche in questo caso ci può guidare.


< nella foto l'Alieno nello studio dell'artista

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