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Processo al rallentatore per i tangentisti del sangue infetto

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di Gloria Canestrini

Leggo un trafiletto sul Corriere e rimango di sasso. Il 5 gennaio 2015 è la data fissata per la ripresa a Napoli del processo a Duilio Poggiolini, ex direttore generale del servizio farmaceutico nazionale e a Guelfo Marcucci, industriale del farmaco. Prima di parlarvi del processo, quello apertosi  al Tribunale di Trento, dove, agli inizi del 2000, le indagini erano arrivate sul tavolo di due PM, è doveroso ricordare l’entità della truffa colossale, che avrebbe portato ( impossibile stabilirlo con precisione) alla morte di oltre 2.600 persone in tutta Italia.

All’epoca, allorchè l’inchiesta trentina riuscì ad incardinare il processo proprio a Trento, mi trovavo nel collegio delle parti civili per conto dell’associazione dei consumatori Codacons: in particolare, ricordo (come dimenticarlo?) che una delle parti lese nostre assistite era un ragazzo sardo di quasi 16 anni. Lui, come molti altri, non ce l’ha fatta a vederlo finito, quel processo ai responsabili della  trasfusione infetta: il suo fegato aveva subito danni devastanti, susseguenti all’epatite. Ciò che nello scarno annuncio del Corriere non emerge (ma nei mesi a venire se ne parlerà sicuramente) è il metodo, peculiare e sistematico con cui non si arrivò a rendere giustizia.

Alla sbarra sedevano Poggiolini, Marcucci ed altri potenti personaggi. La truffa ipotizzata era molto semplice: secondo l’accusa, in cambio di laute tangenti gli indagati si erano approvvigionati di plasma a rischio , omettendo i controlli ed evitando di utilizzare i sistemi di inattivazione virale che all’epoca erano ben disponibili e conosciuti. Così si guadagnava tempo e si evitavano spese. Tutti ricordiamo, perché sono entrate nell’immaginario collettivo, le cronache del rinvenimento del “tesoro Poggiolini”: nella villa della moglie Pierr Di Maria, nascosti nei puff del divano, si trovarono gioielli, lingotti d’oro, monete rare, quadri, diamanti e ben 10 miliardi di lire in titoli di Stato.

Ma se Poggiolini e l’allora ministro della Salute Francesco De Lorenzo furono condannati in Cassazione nel 2012 per corruzione, il processo di Trento per omicidio colposo non portò a nulla. Perché?

Non per un banale “errore di notifica”, come si evince dall’articoletto che ho citato o meglio: tecnicamente si può anche definire così la miriade di eccezioni procedurali sollevate dallo staff di agguerritissimi avvocati della difesa che, giorno dopo giorno, opponevano ai giudici  la mancata comunicazione dei vari atti giudiziari, in seguito ai continui  cambi di residenza o di domicilio dei loro assistiti.

E noi, avvocati delle parti civili, abbiamo assistito così al fallimento e poi allo scippo del processo, traferito per competenza territoriale prima a Roma, poi a Napoli.Moltissime persone infettate da Aids o da epatite C per trasfusioni o infusioni non ci sono più.

Sono passati vent’anni. Poggiolini oggi ha 85 anni: ma il processo riprende. Non  importa più, ormai, la sua avidità, ciò che importa è che la giustizia italiana non si dia per vinta: lo dobbiamo a un Gip che ha respinto l’ennesima richiesta di archiviazione avanzata dagli indagati. Lo dobbiamo anche a Gioacchino, che non ha compiuto 16 anni.





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