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Persone e idee

I signori della Grande Guerra

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intervista all'autore

di Corona Perer - Un saggio poderoso avvicente come un romanzo anche se la materia è grigia, molto grigia: si parla di guerre, uniformi, generali folli, altri che uniscono il coraggio all'arroganza. C'è il generalissimo Cadorna sui cui errori sarebbe necessaria una corposa rilettura ma che ci è stato consegnato dai libri di storia, a partire dai vecchi e desueti sussidiari, come il campione della Grande Guerra.
E c'è  il "così-detto" eroe di Caporetto, quel Pietro Badoglio che porterà un paese a cambiare persino il proprio nome nell'enfasi della retorica: da Grazzano Monferrato, la comunità decide di chiamarsi Grazzano Badoglio. E naturalmente c'è anche il duca della vittoria Armando Diaz, illustrissimo sconosciuto fino a qualche anno prima, ma famosissimo subito dopo perchè è colui che ha l'incarico di comunicare al re ("duce supremo") che la guerra tra Austria e Ungheria è terminata.
Erano i tempi in cui la guerra, sostantivo femminile singolare, si fregiava di altri termini al femminile: "la fronte" anzichè "il fronte". A Diaz si legano le tragiche vicende di Caporetto.
In "I signori della Grande Guerra, Storie di generali e di battaglie" (ediz. Mursia) il giornalista e scrittore Pier Paolo Cervone, per molti anni alla «Stampa» di Torino consegna un lavoro monumentale che offre i profili pubblici e privati, le carriere militari (e in alcuni casi politiche) di tutti i capi di Stato Maggiore, comandanti di corpi di spedizione e altri illustri - e discutibili -  generali.


> nella foto: Cadorna, il peggiore



"I signori della Grande Guerra" sono oltre ai citati Cadorna, Diaz e Badoglio, il generale Caviglia e poi  agli austriaci Conrad von Hötzendorf e Boroëvić von Bojna, dai francesi Joffre, Nivelle, Pétain e Foch ai tedeschi von Hindenburg e Ludendorff, dall’inglese Haig all’americano Pershing. In tutto 405 pagine di solo racconto a cui si unisce una utilissima appendice in altre 20 pagine di nomi che facilita la consultazione degli appassionati di storia.
Pier Paolo Cervone, ligure di origine (è nato a Finale in provincia di Savona), e laureato in Scienze Politiche all’Università di Genova non è nuovo a monumetali imprese come questa. Con Mursia ha pubblicato altri importanti lavori dei quali parla in questa intervista.
Quanto lavoro gli sia costato ricostruire studi, carriera, amicizie, vizi privati e pubbliche virtù di questi militari in carriera che condussero a morte migliaia di giovani in nome della patria, possiamo solo immaginarlo. Glielo abbiamo chiesto.

I rapporti tra generali e potere politico erano - seppur parzialmente - noti. Come hai fatto a ricostruire i dietro le quinte fatti di amori, scappatelle, famiglia dei generali protagonisti delle grandi battaglie?
Leggendo, leggendo, leggendo. Scrivendo, scrivendo, scrivendo. Il primo libro sulla Grande Guerra è apparso nel 1988. Ed era la biografia del Maresciallo d'Italia Enrico Caviglia, il vincitore di Vittorio Veneto. Da allora non ho fatto altro che leggere, sfogliare, consultare testi esclusivamente su quel periodo storico. Da buon giornalista non ho mai tralasciato vizi, pregi, difetti, virtù e debolezze dei personaggi che andavo a indagare. Sono passati 26 anni. Non riesco a leggere romanzi, gialli, racconti. Solo ed esclusivamente testi di storia, quasi sempre sulla Prima guerra mondiale. Con qualche divagazione sulla Seconda, sulla salita al potere del nazismo, sulla soluzione finale di Hitler. Quando viaggio le mete preferite sono i campi di battaglia (fronte italo-austriaco e occidentale) e di sterminio tra Francia, Germania e Polonia. Tra editori locali e nazionali ho scritto una decina di libri.

Che scenario emerge dei capi in testa all'esercito italiano?
Non è dei migliori. Cadorna ha sempre fatto di testa sua, non accettava pareri o consigli, nessun dialogo con il governo perchè non si fidava e detestava la classe politica. La sua ostinata tattica dell'assalto frontale, senza alcuna variante, non lasciava scampo a quei poveri ragazzi. E' stato l'unico capo di Stato di maggiore di tutti gli eserciti della Grande Guerra a rimanere in carica per un così lungo periodo (oltre due anni). Per liquidarlo c'è voluta Caporetto e Armando Diaz (< nella foto a fianco), che ha avuto il merito di ripristinare un dialogo corretto, e necessario, con Roma e con gli alleati. Ma non aveva dimestichezza con la macchina e con l'apparato dell'esercito. Per questo aveva un disperato bisogno di Badoglio, tanto da evitargli di apparire di fronte alla Commissione d'inchiesta su Caporetto con la conseguente, inevitabile, condanna.

E Badoglio?
Nella sua lunga carriera, è sempre riuscito a farla franca. Si salva dopo Caporetto, nonostante risulti uno dei maggiori responsabili del crollo del fronte isontino, assieme a Cadorna e Capello. Si salva dopo il 25 luglio, facendo addirittura il Primo ministro al posto di Mussolini, lui che aveva sempre trescato e ottenuto cariche, titoli nobiliari e soldi (tanti) dal fascismo. Si salva dopo l'8 settembre con l'ignobile fuga da Ortona verso Brindisi, via mare, in compagnia della famiglia reale, di alcuni ministri e dei vertici delle forze armate. Era protetto dalla massoneria e del suo amico Vittorio Emanuele III. Badoglio era l'unico generale del Regio esercito che si poteva permettere di rivolgersi a Sua Maestà parlandogli in dialetto piemontese, in modo confidenziale.

Li unisce qualche caratteristica comune?
No, sono Profili (umani e militari) diversi. Cadorna ostinato, duro, tenace, una roccia in mezzo al mare in tempesta, incapace di riflettere sugli errori commessi e di modificare una tattica suicida. Diaz più malleabile, duttile, disponibile al dialogo e a migliorare le condizioni di vita dei soldati. Se nel 1918 il nostro esercito cambia, e in meglio, il merito è tutto suo e dei suoi provvedimenti a favore dei militari: congedi più frequenti e più lunghi, polizze assicurative a favore delle famiglie, la promessa di un lavoro a conflitto concluso, una gestione più paternalista e più garantista nei confronti dei nostri fanti.

Quale generale secondo te emerge fra tutti in fatto di statura tecnico-strategica?
Uno dei migliori è stato sicuramente Henri Philippe Pétain, il salvatore di Verdun, e quindi di Parigi e della Francia. Per numerosi  aspetti assomiglia molto al Caviglia. La coppia Hindeburg e Ludendorff è stata perfetta sul fronte orientale prima, sbaragliando il possente esercito russo a Tannenberg e sui Laghi Masuri, e sul fronte occidentale dopo. Si sono arresi quando hanno capito di non essere più in grado di colmare i vuoti nell'esercito e, soprattutto, di non poter reggere l'urto con l'arrivo in Francia del mastodontico esercito degli Stati Uniti d'America. Ma la Germania era in procinto di crollare non solo dal punto di vista militare ma anche, se non soprattutto, dal punto di vista politico ed economico-industriale.

E quale per statura morale?
Ferdinand Foch, comandante supremo interalleato, ha interpretato quel difficile ruolo nel modo migliore. Non era facile mettere d'accordo francesi, inglesi, belgi, americani e italiani. Lui c'è riuscito. Alla fine del conflitto gli verrà tributato il giusto trionfo. E' stato uno dei primi a fare pubblica ammenda degli errori commessi nei primi mesi, nei primi anni, di quel terribile scontro. Amava ripetere che tutto quello che lui, ed altri colleghi, avevano insegnato nelle Accademia militari, andava totalmente rivisto perchè quel tipo di guerra, totalmente industrializzata e tecnologicamente avanzata, aveva sorpreso tutti. Sul conto di Foch mai un distinguo, una debolezza, un gossip. Riposa all'Invalides, a Parigi, in una tomba monumentale e di grande effetto. A due passi da quella di Napoleone. Il che è tutto dire. I francesi lo adorano.

Quale è la novità di questo libro?
Mette insieme per la prima volta, in un unico volume, tutti i profili dei veri Signori della Grande Guerra. E li svela, nel pubblico e nel privato. Non è facile reperire, in Italia, una biografia di John Joseph Pershing o di Douglas Haig. Così come dei francesi Joffre, Nivelle, Foch. Pétain, invece, è stato più volte raccontato e descritto anche per il ruolo che ha avuto nella Seconda guerra mondiale con la presidenza della Repubblica-fantoccio di Vichy che ha collaborato con il regime nazista, specie nella caccia e nella consegna ai tedeschi degli ebrei francesi.  

Quanto accadde nelle Fiandre, sulla Marna, a Verdun, a Caporetto, sul Carso e sul Piave potrebbe essere riletto. Su Caporetto (la disfatta che è entrata persino nei modi di dire) cosa si dovrebbe correttamente... dire?
Si può e si deve rileggere tutto. Ed eventualmente correggere. Su Caporetto è ormai chiaro quali sono stati i nostri errori e chi li ha commessi e come sono stati commessi. Un disastro su tutta la linea. Mentre austro-ungarici e tedeschi (soprattutto) sono stati perfetti, come sempre maniacali, nel studiare e applicare la tattica ritenuta più idonea. Con alcune novità applicate soprattutto da un giovane tenente che diventerà famoso nella Seconda guerra mondiale: un certo Erwin Rommel. C'è ancora chi difende Badoglio nei tragici giorni di Caporetto: incredibile davvero. La sua smania carrierista, la sua voglia di primeggiare, sempre e comunque, gli combina uno scherzo atroce. Non tanto per lui, quanto per l'Italia. Eppure, anche dopo il 24 ottobre 1917, fa un altro scatto in avanti. Diventa sottocapo di Stato maggiore. Di nuovo incredibile. Ma noi siamo maestri nello stupire con effetti speciali.

Questo centenario della Grande Guerra servirà ad avere una visione corretta di quanto accade nei teatri del conflitto?
Sicuramente sì. Anche perchè siamo travolti da una marea di pubblicazioni. Sulla correttezza non oso intervenire. Bisogna saper distinguere tra opera e opera. Faccio fatica a stare dietro a tutto quello che compare in libreria.

Lo scrittore Ferdinando Camon propone che a  Cadorna fautore dei più tragici errori della storia di questa guerra andrebbero tolte piazze e vie a loro intitolati. Tu che ne pensi?
Ha pienamente ragione. La Storia, con la S maiuscola, ha condannato il Generalissimo, così come ha condannato Vittorio Emanuele III, Badoglio, Capello. Che senso ha ricordarli quando il giudizio è negativo? In Francia, nei giorni scorsi, qualcuno ha scoperto che una viuzza di un piccolo paese era ancora intitolata a Pétain. E' partita subito una lettera dalla competente prefettura che ha ordinato al sindaco di cambiare la denominazione. Pétain è stato amato e odiato: eroe dopo la Grande guerra, traditore dopo la Seconda. E' stato condannato a morte per aver stretto la mano di Hitler e poi collaborato con i nazisti. Non lo hanno mai perdonato.

A chi invece andrebbero intitolate per umanità, genio tattico e saggezza? C'è insomma qualche eroe dimenticato?
 Parlare di eroi mi sembra un po' esagerato. Ma certo c'è chi ha compiuto il dovere sino in fondo. Faccio un solo esempio: il generale Giovanni Villani, comandante di divisione, si suicida durante la battaglia di Caporetto quando vede che i suoi sforzi di frenare l'avanzata nemica sono vani. Lascia un laconico biglietto e spara con la sua pistola d'ordinanza. Sì, Villani è stato un eroe.

(Corona Perer - 12 dicembre 2014)

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