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Persone e idee

Marina e la scrittura divina

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Storie

Si trovano ogni settimana in una piccola stanza sotto il livello stradale, nel vecchio rione San Martino di Trento. Viene alla mente la novella del calzolaio di Tolstoj: vedeva solo i piedi di chi calpestava la via da una piccola finestrella, ma seppe capire che il ricco uomo che gli aveva commissionato degli stivali, necessitava di un paio di pantofole da morto. Glielo aveva suggerito lo Spirito Santo.

Il grande narratore russo ha qualcosa a che fare con il laboratorio della Trento vecchia.

Nel piccolo spazio a cui si accede da un vicolo stretto che conoscono solo i residenti, si realizzano infatti icone, nell'antica e originale tradizione slavo-russa. A guidare, sostenere e istruire un gruppo di cinque amici che ogni settimana si ritrovano per amore dell'arte, è Marina Gabrielli, iconografa per passione.

Lei è di fede ortodossa e nella tradizione delle icone ha trovato la risposta di senso che cercava. Ne parla con molto pudore e ritrosia e con un sorriso molto dolce.  

Tutto il gruppo che si è radunato attorno a lei, è erede degli insegnamenti di Padre Nilo, che proprio a Trento portò l'amore per l'ortodossia, un amore che superava ogni steccato, persino gli stretti e spesso angusti confini dettati dalle religioni, oltrepassati i quali  Padre Nilo aveva saputo tessere rapporti e seminare fede a livello internazionale.

Cosa porta (e cosa produce) il coltivare questa arte che chiede ore e ore di minuzioso lavoro? La risposta è passione, fede, gioia, sentimenti positivi. Realizzare un'icona è preghiera e chi ha frequentato almeno una volta i racconti del Pellegrino Russo sa che dentro un'icona e una Bibbia, abita il mondo.

Anche i cinque amici trentini lavorano con la Bibbia aperta. "Io ho iniziato insieme a mia mamma" dice Raffaella Lunelli, figlia d'arte. Sua madre, docente di filosofia, era una valente iconografa, che aveva frequentato proprio i corsi promossi da padre Nilo, il quale dalla Russia fece arrivare a Trento padre Andreji in nome di un ecumenismo che si realizzava  nei fatti e non a parole.

"Attenzione la vera icona non si dipinge: si scrive" precisa Adriano Martinelli. "Il vero pittore deve sparire al cospetto dell'immagine, perchè è proprio l'immagine sacra che deve parlare" afferma, mentre mesce l'uovo che insieme alle polveri permette ai colori di fissarsi sulla tavola,  rigorosamente realizzata a mano.

Maria Luisa Cadonna definisce l'arte dell'icona un privilegio. Di più: "E' un immenso dono. Attraverso un'icona io posso trasmettere la fede ai nipoti. Mi sembra un'opportunità immensa" commenta.

"Anch'io lo ritengo un dono" le fa eco Maria Lina Dalla Torre che viene da Pergine col marito ogni settimana. "Pensi che quando andai in pensione partecipavo ad un gruppo di pittura, ma poi avendo intrapreso un cammino di fede, non potevo più frequentare. E fu così che incontrai l'iconografia: un cammino di pittura e di fede. E' proprio vero che il Signore non lascia nulla in sospeso. Mi aveva messo nella strada giusta. A queste quattro ore che passo con i miei compagni sono il mio tempo, non rinuncerei per nulla al mondo".

"Per me si tratta di farmi strumento e veicolo dell'amore di Dio" commenta il marito Flavio. "Siamo vasi di creta vuoti, ma diventiamo ricchissimi quando possiamo dare la nostra passione agli altri. Io non dimenticherò mai la gioia vista negli occhi di un sacerdote che mi chiese un'icona. Gliela portai a Dublino dove viveva, ma nel dargliela la gioia era mia" conclude Flavio Dalla Torre.



< il piccolo "cenacolo" d'arte ortodossa
   (fotoservizio giornale SENTIRE)





Per Rodolfo Carpigo il cammino da iconografo è stato ancora più particolare. "Per me è stata una scelta sofferta, che ha fatto riemergere in me una religiosità che pensavo perduta e invece era solo assopita" spiega.

Interessante come questi amici si autotassino per pagare le spese, provvedano ad acquisti dei materiali in comune reperendo tanto le fglie d'oro come la polvere di lapislazzuli in botteghe altamente qualificate che si trovano in Toscana.

Ascoltano antichi canti della liturgia ortodossa, e lavorano. Ma si capisce chiaramente che nella passione dei loro gesti respira qualcosa di superiore. Chi crede sa di che cosa si tratta: è preghiera.
(cperer)
 

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