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Persone e idee

L'anno di Mago Blob

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Utile, demenziale, tragico

di Corona Perer - I 25 anni della trasmissione di culto Blob, lo storico programma TV di Rai 3 ideato da Enrico Ghezzi e Marco Giusti nel 1989 sono stati festeggiati a Revine Lago (Treviso) dove si è svolta la 10^ edizione di Lago Film Fest, festival internazionale di cortometraggi, documentari e sceneggiature. Simona Bonaiuto e Fabio Masi, autori veterani del programma, hanno spento le candeline di una torta confezionata ad hoc.

Per festeggiare anche proiezioni di Hibris di Fabio Masi, il famigerato pedinatore della Mostra del Cinema di Venezia, e Blob '77, il film su fratture e incubi di un anno capitale per il nostro paese, mai apparso sugli schermi tv, e con un solo passaggio sullo schermo cinematografico nel 2007.

La festa ha soprattutto celebrato "lui": Mago Blob, al secolo Enrico Ghezzi, il quale in questi anni ha sezionato, smontato e rimontato la realtà per rivelarci che la realtà si legge per frammenti. Venticinque anni di errori, strafalcioni e non solo per ridicolizzare la tv ma per condurre un gioco intellettuale più sottile: riflettere sull'uso-abuso del mezzo televisivo. Se c'è ancora un intellettuale in tv, è lui. Con le sue scelte paradossali, con il suo inventare la tv, destrutturandola, ricostruendola, per ucciderla (e viverci sopra) ha compiuto una sistematica operazione duchampiana che merita profondo rispetto. E ci ha insegnato a guardare il peggio della società italiana per invitarci al meglio (confermando implicitamente che purtroppo non c'è limite al peggio). Enrico Ghezzi ci può quindi dire cosa sia la realtà e cosa sia la finzione. E cosa sia diventata la società italiana, oggi.

La sua è stata ed "è" una televisione di rara intelligenza (che dà ragione a Fabrizio De Andrè quando spiega da dove nascono i fiori).

Gli dobbiamo riconoscenza: il lavoro di Blob è un gioco amaro che fa riflettere. Questo grazie ad un assemblaggio che attinge dal linguaggio metaforico, che costringe a mettere off le nostre pretese logiche che smonta e rimonta giochi di parole tanto esilaranti quanto tragici. Nei giorni del G8 di Genova, quando la jeep dell'esercito travolgeva Giuliani è il fermo immagine di Block-Blog che fa il verso ai Black-Block. Quando poi Ghezzi si sofferma sulla volgarità televisiva mostrando "in fascia protetta" gli spogliarelli andati in onda in una fascia televisiva notturna classificata come "non protetta", ecco che il titolo scelto per commentare il dilagare del volgare diventa: "fascia pro tetta". Non è stata forse questa la tv dell'ultimo ventennio? Anche quella Rai, non solo quella Mediaset.

Ricordo il titolo di una sua conferenza: "pre(e)s(ist)enza dell'assente", ma mi spiegò che andava letto per sottrazione ed ecco che diventava "la presenza dell'assente". Il genio e l'alchimia avevano ancora una volta colpito: è nelle parentesi che Enrico Ghezzi va cercato perché è lì che si annida il paradosso ‘ghezziano'.

Nei suoi incontri Ghezzi è di una generosità rara e commovente: anche tre ore di conferenza. Accadde anche a Rovereto quando venne per Futuro Presente. Davanti ad un pubblico incollato al suo eloquio calmo e complesso,  all'una di notte sfociò in una proposta: guardare una pellicola di 6 ore. "Me ne andrò quando l'ultimo spettatore se ne sarà andato". Il pubblico aveva riso, ma lui non scherzava affatto.

Blob non è patrimonio dell'umanità, ma poco ci manca, almeno per quella italiana. Il programma non ha mai avuto pubblicità e quando è stato lì lì per essere cancellato, ci sono state autentiche sollevazioni popolari. 

Lui tiene a precisarlo: l'idea venne insieme ad Angelo Guglielmi e Marco Giusti nel 1989. Era il 17 aprile quando andava in onda.  La schifosa melassa nera della prima sigla di Blob fu il timbro profetico all'esordio di Enrico Ghezzi: la tv era melassa, la società italiana era melassa. Sera a dopo sera, sono passati più di 20 anni. Il lavoro critico che Ghezzi e il suo team hanno portato avanti ha consentito al pubblico di compiere sistematicamente un salto quotidiano dalla rappresentazione del reale verso l'irreale per approdare al surreale. Con un risultato sempre invariato: quella che emerge è proprio la realtà.

Irriverente, cinico, dissacratore: gliene hanno dette di tutti i colori, eppure grazie a Blob chi non guarda abitualmente la tv può aver sottomano un Bignami dell'orrido televisivo quotidiano e può trovar anche conforto dicendo a se stesso "...meno male che queste cose non le vedevo".

Il Ghezzi-pensiero televisivo gioca tra reale e irreale: la sua tv è quasi cinema. Non è un caso. Ghezzi nasce infatti come critico cinematografico, ha pubblicato libri, diretto festival, girato videoclip. Nella sua autopresentazione dichiara di non essersi ancora ben definito: è un mistero anche a se stesso. Enrico Ghezzi è anche persona molto alla mano. Il suo eloquio blobbesco - neologismo che a lui piacerebbe - può spaventare. Ma è un parlare creativo, metaforico, che si fa mentre avviene, da solo e per associazione di idee, una sorta di brainstorming senza soluzione di continuità.

La grande forza dei suoi mix televisivi con i quali ci ha abituati a ridere amaramente di noi stessi è la grande padronanza della materia. Ghezzi nelle sue conferenze dosa (verrebbe da dire "somministra") schegge di cinema di rara bellezza, molte delle quali inedite. Come quando con metodo "duchampiano" decise di mostrare a "Fuori Orario" nelle ore della tragedia dell'11 settembre, le immagini rovesciate delle Torri Gemelle con il fumo che scendeva (a oscurare le nostre certezze) e chi era intrappolato e si gettava nel vuoto mentre saliva: in alto. Niente di più vero.

Come definirebbe la società italiana?
Nelle mie conferenze mostro spesso un corto girato da Alberto Moravia nel 1951, si intitola "Colpa del Sole" ma è sempre stato disconosciuto dal suo stesso autore, nel quale in fondo si dimostra come la società italiana pigra e indifferente esistesse già allora. E' un corto per certi versi spietato.

Ma la tv si può dominare?
Nessuno padroneggia la tv. E neanche il cinema che, rinviando continuamente il futuro, vive un tempo procastinato. Ma la tv meno ancora. La tv è la scoperta che la vita si trasmette, ma non trasmette la vita.

E come la definirebbe allora?
La tv è diluvio di mancanza. Di fronte alla tv sperimentiamo l'impossibilità della realtà. La tv è strana perché attiva quello che vorrebbe essere.

Ma un'immagine in presa diretta dice la realtà?
L'incapacità delle immagini di dire la realtà fu documentata da un rarissimo documentario che sono riuscito ad avere. Fu girato da Levi-Strauss nel 1935 in una tribù amazzonica del Brasile. "Sentieri Selvaggi" riprende la vita attorno al fiume di queste popolazioni, un documento eccezionale ma Levi-Strauss non volle mostrarlo perché una volta viste le immagini le ritenne poco professionali incapaci di mostrare quanto davvero egli aveva visto e di rendere giustizia a ciò che aveva tentato di rappresentare e che la società del tempo poteva considerare "a-morale".

La televisione è un mezzo non controllabile?
No, non lo è affatto e questo spiega i casi in cui scappa dalle mani dai suoi stessi conduttori. Torno alla prima cosa che ho detto: il problema è che ci manca l'abitudine a guardare l'immagine per vederla davvero. Ma la televisione resta un mezzo che davvero non è controllabile. La tv siamo noi. E quindi non è nostra"

Che cosa voleva dire con quella scelta anomala mentre in tutti i canali imperversavano le immagini delle Torri Gemelle nell'atto di collassare?
Volevo dire che c'è stata una seconda caverna platonica nella storia dell'uomo, ma nel blu dipinto di blu, eppure portatrice dello stesso quoziente di oscurità e di ombra. Le Twin Towers sono una luce che sopravvive grazie all'ombra della propria ombra. Il vero problema è che ci manca l'abitudine a guardare l'immagine per vederla davvero. Rovesciare l'immagine era il minimo che si potesse fare per cercare di avvicinarci a quello che accadeva in quelle ore.

Lei è un grande esperto di cinema. Che definizione ne darebbe?
Il cinema è repertorio, qualcosa che è già accaduto, è sempre qualcosa di già depositato. Il cinema è la porta stellare dentro la civiltà urbana del ‘900, sembra che contenga tutto il mondo e il biglietto si paga proprio per questo motivo.Poi c'è la nostra reazione, e questa è un'altra questione.

Ovvero?
Ogni qualvolta un'immagine ti porta altrove, quello è il cinema. Nelle mie conferenze inizio mostrando la Region Central canadese, tra Ontario e Quebec di Snow. L'obiettivo, lavorando a rotazione no-stop su angoli di asse inclinati via via sempre più acuti, fornisce una visione a 360 gradi senza interpolazioni. C'è l'ossessivo scandaglio di un terreno sassoso. Il video avanza, esplorando terra, sassi e insetti, nel silenzio assoluto scandito solo dal bip dell'occhio filmico che a pelo di terra esplora l'orizzonte circostante, un lago e un fiordo, poi dopo circa 20 minuti di ispezioni al terreno e sull'asse dell'orizzonte, sale e finisce tra le nuvole per guardare la terra che diventa un oggetto ‘altro'. A me basta per spiegare che il cinema è tale quando riesce a farci sentire fuori dall'orbita, anche il film più semplice e banale. I film toccano quello che non sappiamo fare noi.
(C.Perer - 5 giugno 2014 - riproduzione riservata)

 

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