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Gianni Rufini (Amnesty): ''I guai di Eni nel delta del Niger''

Gianni Rufini (Amnesty): ''I guai di Eni nel delta del Niger''usa_questa.jpgscaroni5.jpgSatellite_map_of_Nigeria_composite-756037.jpgSTS61C-42-72.jpgusa_questa_1.jpgdelta-del-niger.jpgIMG_4123.jpgpetrolio_nigeria_11.jpgniger.jpg
Le interviste di SENTIRE

"Nessun programma comune: i nostri fini sono differenti".Gianni Rufini direttore di Amnesty International Italia smentisce l'ad di Eni Scaroni. "Dice che abbiamo un piano congiunto cioè una collaborazione in atto: niente di più falso. Noi semmai stiamo monitorando Eni, non vorremmo mai essere parte dei loro piani" afferma il vertice di Amnesty che - da noi intervistato - spiega in dettaglio come sul Delta del Niger si sia compiuto un disastro ambientale le cui proporzioni devono ancora essere ancora del tutto. Non guasterà dimenticare che Chernobyl, Hazaribagn (Bangladesh) e il delta del fiume Niger (Nigeria) sono alcuni dei «dieci luoghi più inquinati nel mondo» secondo la classifica stilata dall’organizzazione ambientalista Green Cross Svizzera, in collaborazione con la statunitense Blacksmith Institute.
"Ci stiamo studiando il sito di Naoc, la società attraverso la quale Eni opera in Nigeria per capire se davvero si sia presa a cuore - come da noi richiesto - la sostenibilità ambientale di un'attività petrolifera altamente inquinante".
Ecco cosa ci ha detto Rufini al proposito.

Direttore Rufini sbaglio o di questa notizia l'Italia è pressochè ignara?
Purtroppo è passata inosservata, come sempre le cose internazionali non interessano e questo è un limite culturale del nostro paese, con cui facciamo i conti tutti i giorni, per fortuna ogni tanto qualcosa supera la barriera e la gente si anima a seguire questi temi. Poi c'è da dire che la Nigeria non fa notizia, la storia del Delta del Niger è sconosciuta ai più.

Da quanto tempo ve ne state occupando?
Da almeno 4 anni abbiamo condotto su Eni un'azione anche a seguito di una campagna promossa a livello internazionale relativa all'impatto che l'industria petrolifera esercita in quelle zone di natura sociale, ambientale e economica.

Immagino non sia stato facile...
Esattamente, anche per realtà contingenti e interne al paese: come noto c'è un movimento di emancipazione che è attivo spesso con azioni internazionali (come il  rapimento di tecnici e cittadini) che non facilita le relazioni.


< foto: l'Ad di Eni, Scaroni


Come appare oggi oggettivamente questo territorio da un punto di vista ambientale?
Letteralmente devastato, una zona delicatissima che è stata stravolta dall'impatto gravissimo dell'inquinamento di petrolio, su un territorio estremamente esteso in cui si intrecciano con-cause molto gravi che accentuano il problema. Mi riferisco a certe pratiche di gas flaring, autentiche torciate di gas, ovvero quello che esce insieme al petrolio quando non si estrae sia l'uno che l'altro.

Anche Eni lo fa?
Certo, voi sapete che in zona opera come Naoc e noi stiamo chiedendo i dati sull'inquinamento che è sicuramente peggiorato per colpa anche di cause interne. La  popolazione a volte compie azioni di sabotaggio e buca gli oleodotti per rubare il petrolio, su questo fatto non c'è chiarezza perchè non si sa ancora quanto sia frutto della microcriminalità di piccolo cabotaggio dei villaggi o frutto di organizzazioni che han costruito un mercato parallelo. Non ci sono dati purtroppo, certo questo non facilita il problema ed aggrava la situazione.

E le imprese multinazionali come reagiscono?
Nel modo classico con azioni di security tradizionale. Forare un oleodotto per rubare petrolio è per loro un danno, con conseguenze anche a livello ambientale per gli sversamenti, ovviamente per colpa delle popolazioni locali. Spesso riferiscono anche di difficoltà a riparare i danni perchè le popolazioni si oppongono a fare entrare squadre di tecnici ma ciò non spiega i ritardi delle riparazioni.

Soluzioni alternative...ce ne sono?
Certo, e io mi sono permesso di dire all'Eni che ci sono modi diversi di lavorare cercando il coinvolgimento delle popolazioni, con negoziati o la costruzione di un rapporto che seppur faticoso è comunque l'unica soluzione da ricercare. Mi pare che francamente questo non sia ancora mai stato tentato, così è ovvio che restano le soluzioni di carattere security tradizionale in un territorio difficilmente pattugliabile...

Ma voi con Eni che rapporto avete?
Qui ci tengo a chiarire che alcune dichiarazioni dell'Ad Scaroni sono assolutamente false. Ha recentemente detto che sarebbe in atto un programma congiunto con Amnesty. Questo è falso nel senso che noi possiamo dare suggerimenti ma manteniamo una posizione sempre ben distinta, non c'è alcun programma congiunto. Noi ci siamo comprati una azione del gruppo per poter parlare in assemblea e avere voce in capitolo, ma in questi anni abbiamo chiesto dati, c'è qualche frutto ma nessun programma che nemmeno vogliamo avere. Noi siamo osservatori indipendenti, non abbiamo interessi comuni con Eni, lavoriamo per le popolazioni e i loro diritti.

E quali sarebbero i frutti di questo dialogo, pur difficile?
Riteniamo certamente positivo che l'Eni-Naoc  ci abbia comunicato del sito web dove ha posizionato un link ad un rapporto sui risultati delle sue attività sul piano ambientale, ma dobbiamo ancora terminare di studiare i dati pubblicati e la loro veridicità, dobbiamo verificare l'accuratezza e la loro rispondenza alla realtà. Fino  a questo momento il lavoro non è completato e non so ancora dire se il sito sia veritiero o no, ecco perchè al momento possiamo solo prendere atto che questo è un primo passo verso la trasparenza, una prima risposta alle nostre richieste.

Serve anche più attenzione dal mondo dell'informazione,immagino...
Certo, è fondamentale. Ovvio che le compagnie petrolifere sono le imprese più a rischio sia per i materiali che muovono sia per l'imponenza degli impianti e la natura del prodotto dì per se inquinante e quindi intorno al petrolio si muovono molte attività di rischio che vanno monitorate con grandissima attenzione è evidente che serve anche l'attenzione costante del mondo della stampa.

Voi cosa state chiedendo al momento a livello regionale?
Sulla Regione del Niger il nostro sforzo è far sì che almeno le nostre industrie siano trasparenti e ci si impegni a riattivare il delta del Niger per la prevenzione di inquinamento  e pratiche che riducano l'impatto ambientale.

Ma fatto "100" quale è la consapevolezza del paese attorno a questo problema?
Direi non più del 20%. Le popolazioni locali lo sentono vivo e ne sono consapevoli, ma l'opinione pubblica nazionale che è la stragrande maggioranza non ne ha affatto consapevolezza e come spesso capita in paesi che devono fare cassa ...forse c'è una cultura di di rassegnazione, come se fosse inevitabile pagare uno scotto a quello che si chiama normalmente economia e progresso.


< foto: Gianni Rufini, direttore di Amnesty International


Avete il conforto delle organizzazioni in loco?
Sì c'è una fitta rete di organizzazioni locali che lavorano con noi, anche a livello Onu ci sono realtà impegnate sul tema ambientale, c'è un ampio fronte di cui noi forse costituiamo la punta. Si lavora anche in Nigeria per fare informazione, nella regione specifica la società come ho detto ne è consapevole perchè  vive il problema sulla propria pelle.

Ci sono altre aree del mondo che hanno problemi similari?
Questa per noi è un'area simbolo, per la complessità anche interna, c'è un conflitto in atto non dimentichiamolo, ma tutte le aree petrolifere del mondo hanno questi problemi con pochissime eccezioni.

Con Eni-Naoc quali saranno i prossimi passi?
Intanto ci studiamo a fondo il loro sito e vi faremo sapere. C'è quindi e resta una nostra pressione forte, un dialogo che faticosamente abbiamo portato avanti, c'è questo primo atto di trasparenza che ci fa dire che l'azienda abbia preso un'impegno e una direzione. Noi segnaliamo problemi reali e documentati e continueremo a farlo.
Corona Perer - gennaio 2015


LEGGI
> Eni annuncia un rapporto su Naoc-Nigeria

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