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Martiri del Terzo Millennio: Padre Jacques non sia dimenticato

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di Massimo Occello

(Foto di copertina di Margherita Vitagliano) -  Un vecchio vestito di bianco scannato sull’altare. I carnefici forse credevano che quel prete servisse un Dio diverso, nemico del loro. Così ieri mattina è morto in Normandia, nel villaggio di Saint-Etienne-Du-Ruvray, all’età di 86 anni, Padre Jacques Hamel,  mentre diceva la Messa nella sua chiesa. I “Crociati” erano cinque, compreso lui, raccolti in preghiera: “rendiamo il mondo più umano e fraterno…troviamo il tempo di essere attenti agli altri, chiunque essi siano”. Era questo il suo messaggio di apostolo del dialogo tra le religioni.  Oggi Jacques è un Martire, che come tanti ha effuso il suo sangue in coerenza con la sua vita. I suoi assassini sono due ragazzi non ancora ventenni. Soldati del sedicente “stato islamico”. Uccisi sul sagrato, un’ora dopo il crimine, dalle forze di sicurezza.

Così è stato rotto il tabù di un attacco diretto ai Cristiani in casa loro. La casa di Costantino Imperatore, di Carlo Magno, di Napoleone. Non solo quella dei Papi, ma anche quella dei Cesari e dei Popoli. Un insulto che scuote le radici cristiane d’Europa e che i terroristi sperano venga lavato presto con il sangue. Per provocare altro sangue. Ricordiamolo bene: siamo indotti da questi professionisti del terrore ad una reazione violenta.

Ci stanno portando per mano fin lì. E noi ci stiamo cascando. Ricordiamolo anche mentre parlano i Capi di Stato e di Governo, che non sanno come tenere uniti i loro Cittadini di fronte al pericolo, e li temono come “elettori” o come “opinioni pubbliche”! Come noi, anche loro non sono  abituati al pericolo. Hanno bisogno del nostro aiuto.
Intorno, in questo ultimo mese, è successo di tutto in Europa. Specialmente in Francia e in Germania. Molti morti. Molto dolore. Molto stupore. Molta rabbia montante tra la gente, mista alla paura. “Sentire” ha registrato i fatti terribili  con la consueta  tempestività. Ma al terrorismo non è stato dedicato da tempo un editoriale. L’ho fatto di proposito per non partecipare al megafono del terrore. Per non amplificare ciò che già altri gonfiano. Facendo il gioco del nemico. Non è dignitoso morire di talk show.

Ho vissuto la stagione del terrore nostrano negli anni ‘70 e ‘80, e l’ho fatto con una divisa addosso: quella della Polizia. Allora avevo anche la responsabilità del giornale della Polizia italiana e insieme a molti amici cercammo di dare un senso a quegli eventi. Di spiegare “perché e per chi” occorreva combattere, rischiare la vita, e qualche volta sacrificarla per una buona causa. Lo si può fare per sé stessi. Per la propria dignità, per la propria civiltà, per la propria gente, ma va fatto con intelligenza, senza urla e gestendo la paura. Evitando di parlare troppo. Mettendo il silenziatore, e possibilmente fuori gioco,  gli opportunisti. Ne saltano sempre fuori nelle emergenze. E’ gente che ha ricette facili e sbrigative. Di solito sono espedienti per levare il potere ad altri e prendersi la sedia: non importa come. Chi cavalca il terrorismo per fini personali è persona spregevole. E chi espone la sua vita per dare sicurezza deve combattere anche contro questa incultura criminale.

Allora l’Italia vinse chiamando il Popolo intorno alle Forze dell’Ordine e costruendo una muraglia di consapevolezza silenziosa. Certo fu irrobustito molto il contrasto alle azioni criminose e l’organizzazione della sicurezza, dando spazio a cuori generosi e  a molte intelligenze. Certo si indurirono le leggi, che in qualche caso arrivarono a comprimere quanto bastava le libertà, senza mai superare il limite del rispetto costituzionale.
Ora il problema è diverso e più grande. Si somma con le migrazioni epocali, la debolezza della coesione europea, le spinte centrifughe, la crisi dell’economia mondiale, i rinascenti pensieri imperiali di alcuni Stati. E c’è anche il tema della "tenuta" delle democrazie di fronte al pericolo.

Ma il modo per risolverlo non può che percorrere la stessa strada. I Popoli d’Europa devono parlarsi, stringersi, avere fiducia gli uni degli altri e decidere insieme a quanto rinunciare dei loro diritti senza mai venire meno ai pilastri fondativi della nostra civiltà comune: Libertà, Fraternità, Uguaglianza. Fatto questo, si potranno rafforzare gli apparati di Sicurezza e di Difesa ecostruire un’organizzazione di tutela comune su basi nuove e “proprietarie”. Ben finanziata, attrezzata e formata. Con cessioni di sovranità sufficienti a farla funzionare bene. 

E’ ora che l’Europa riconosca sé stessa e provveda a difendersi da sola. Senza tutori. Così Padre Jacques non sarà morto invano.


 

 

 

 

 

 

 

 

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