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Contro il terrore serve pił intelligence

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Dopo le bombe, il camion

di Massimo Occello -  In Europa abbiamo perso un anno che era prezioso per organizzarci. E ora è diverso. Nel dicembre 2014 tutti eravamo con Charlie. La domenica successiva ai fatti, tutti i leader d'Europa e il popolo di Parigi sfilavano insieme in piazza della Bastiglia. Era evidente a tutti - in quel momento di pura passione civile - che si poteva reagire al terrore, ma era necessario stringere i vincoli della collaborazione. Non solo tra Polizie e tra Stati. Ma tra i Popoli.
In molti avevamo sperato che fosse più vicina un'Europa federale, che quell'orribile accidente potesse spingere il coraggio delle idee contro la letargia degli interessi. Ma già il giorno dopo erano partiti i distinguo:  "quei vignettisti  parigini se la sono cercata"... "Ci voleva più cautela, più rispetto per la religione" ecc. Molto tiepidi nel sostegno a Charlie furono subito i giornali  inglesi, presto in sintonia con quelli americani. Ma poco dopo, su questa stessa linea,  si schierarono Putin e la Chiesa ortodossa. Anche Papa Francesco sembrò chiedere meno "irriverenza" verso le sensibilità delle religioni.

Poi, nei mesi successivi, le buone intenzioni di rafforzare la sicurezza comune con gli impegni dei Parlamenti e delle Genti d'Europa si sono stemperati nella zona di conforto dell'abitudine. Tutti abbiamo parlato più volentieri di economia e finanza, di uscita dalla recessione, delle prodezze della BCE. La primavera e l'estate sono state occupate dall'Ucraina e dalla Grecia, ciascuna precipitata in una disperazione diversa. E, insieme, le migliaia di morti in mare; l'esodo biblico dei migranti anche per vie di terra; la moltiplicazione dei muri; le guerre in Libia, Siria e dintorni; i negoziati con l'Iran.  Come se tutte queste cose non fossero interconnesse e vicine a noi. Come se appartenessero ad  equilibri stranieri e distanti : a Usa e Russia per intenderci, anzichè all'Europa.
E ancora una volta abbiamo certificato la nostra inesistenza come entità forte e sovrana, capace di decisioni e meritevole di rispetto. Ora facciamo come le cicale d' inverno.

E' toccato di nuovo alla Francia prendere una batosta diversa e più forte. Questa volta l'irriverenza laica non c'entra. I macellai di Dio ce l'hanno con la gente comune che vive normalmente e la sera si diverte. Se la prendono con il nostro stile di vita, come fosse un peccato o un insulto. Per terra tanto sangue giovane. Nell'aria tanta paura. E questa volta la Francia reagisce da sola.  Niente manifestazione in piazza con i leader a braccetto a cantare la Marsigliese. Ma un Hollande inedito che, davanti al Parlamento in seduta comune a Versailles, dichiara guerra al Califfo, manda aerei a bombardare la Siria,  proclama lo  stato d'assedio, chiude le frontiere, chiede di cambiare la Costituzione, motiva leggi speciali, rinforza i suoi apparati di sicurezza, allerta i riservisti e chiede aiuto formale ai parter d'Europa. Per combattere quella guerra.

Il Presidente non aveva molte opzioni per tenere insieme il suo Paese di fronte a tanto sangue, ma ha fatto come Bush dopo l'attacco alle Torri gemelle e ha scelto l'opzione più dura ed antica: quella militare. Così lui, socialista, ha scavalcato a destra le opposizioni e ha compattato un saldo fronte interno. Lo Stato c'è. Farà il suo dovere. La Marsigliese -a parte il folclore di facciata- torna ad essere di proprietà francese. Hollande ha ricevuto  consenso e immediata solidarietà dai partner d'Europa e non solo. E certo la sua fulminea azione ha impressionato l'opinione pubblica globale e ha costretto tutti a muoversi. In qualche modo Stati Uniti e Russia si parlano di più e, forse, faranno qualcosa insieme contro le bandiere nere dei tagliatori di teste.
Io penso che la normalità sia un buon modo per resistere al terrorismo, e che una vita simile a prima, non militarizzata in casa, meno carica di provvedimenti eccezionali, avrebbe potuto meglio aiutare la dolce Francia e tutti noi a combattere questa brutta minaccia. Che non sta fuori: è interna alle frontiere d'Europa. "Vive nello stagno, e si muove come un pesce nel canneto", insegnava Mao. Negli anni '70/'80 l'Italia e la Germania riuscirono a vincere i loro terrorismi  attraverso un'alleanza forte tra le Istituzuioni e la gente, senza strafare sul terreno dell'eccezionalità. Mantenendo inalterato l'impianto costituzionale. Rubando lo spazio alla paura con la stretta di tante mani.
Certo questa guerra del Califfato islamista dichiarata contro la nostra civiltà non è un'influenza, e ha anche profili globali diversi e più pericolosi di quella nostra esperienza di allora: ma forse siamo in tempo a correggere insieme alla Francia qualche spigolo, qualche muscolo troppo gonfio, qualche parola forte di cui oggi la gran parte della Comunità internazionale, dell'Alleanza atlantica e dell'Europa accusa la vecchia politica di G.W. Bush.  Ritenuta controproducente. Egli, ormai il giudizio è accettato anche negli USA, agì così  (portando la guerra in Iraq e in Afganistan) prevalentemente per ragioni di politica interna. Molti dei guai di oggi hanno lì un pezzo della loro origine recente. Le amletiche reticenze di Obama ne sono la prova indiretta.
La via maestra per combattere il terrorismo all'interno dell'Europa rimane il potenziamento deciso dell'Intelligence e della rete tra Forze di Polizia. Con il supporto di una forte politica comune, che trovi radice e consenso nell'intesa, nell'identità comune e nell'unità dei  suoi Popoli. Fare fronte comune -e sapersi saldi- porta poi a capire che occorre contemporaneamente costruire insieme un ombrello militare europeo ben strutturato, proprietario, capace di proteggerci in tutti i teatri strategici del mondo. Perchè  è finito il tempo in cui si poteva delegare la difesa ad altri. Non fare così significa avere poi la guerra in casa. E difendersi non solo è legittimo, ma doveroso: parola di Papa Francesco.

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