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Ambiente

K2014, spedizione sui cinque tesori della Grande Neve

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Esplorazioni

Nove giorni di cammino dentro e fuori una gola vegetale difficile da documentare. La Spedizione K2014 sul Kanchenzonga (organizzata per i 150 anni del CAI) è stata ben più che “alpinismo” e ben oltre la performance sportiva.

In tibetano il Massiccio del Kanchenzonga (colossale ottomila con un imponente versante Sud) significa infatti “I Cinque Tesori della Grande Neve”. 

Per la prima volta il gruppo ha perlustrato terre dove non è stato mai messo piede umano, salito cime vertiginose e colli di oltre 6000 metri, mappato nuovi ghiacciai, documentato con foto e descrizioni l’inospitale e impenetrabile “foresta verticale”, caratterizzata da continui saliscendi, torrenti e gole da oltrepassare o aggirare.

Il team era formato dal capospedizione Alberto Peruffo del CAI sez. di Montecchio Maggiore (VI), Francesco Canale (Centro Addestramento Alpino Alta Montagna, AGAI originario di Tonezza), Cesar Rosales Chinchay (Guide Don Bosco Perù), Enrico Ferri (CAI sez. di Rieti), Davide Ferro (Gestore Rifugio Campogrosso), Anindya Mukherjee (Himalayan Club, India) e Andrea Tonin (CAI sez. di Valdagno).

«Nonostante l’inaccessibilità della Cresta Zemu da sud, abbiamo salito 7 cime vergini e raggiunto 7 colli d’alta quota, esplorando 3 ghiacciai, 2 dei quali integralmente, mai toccati da piede umano, attraversando una foresta tropicale impenetrabile e molto pericolosa, che ci isolava dal mondo»  racconta il capospedizione.

Peruffo afferma che gli esploratori himalayani, esperti di questi luoghi remoti e inaccessibili, hanno considerato inedita la spedizione: sono state esplorate selvagge zone himalayane ed è stata attraversata una foresta che per secoli aveva tenuto distante ogni ambizione.

Positivi i risultati sia dal punto di vista geografico-alpinisitico, sia culturale-diplomatico.

"L'esperienza è stata positiva sia sotto l’aspetto geografico-alpinistico che per l’approccio culturale con relazioni umane e diplomatiche di grande soddisfazione" afferma in una nota Peruffo.  "I funzionari del governo indiano hanno infatti acconsentito che qualcuno entrasse in quella zona per fini esplorativi. La zona è infatti considerata sacra dalle popolazioni del luogo e strategica per la prossimità con il Nepal e il Tibet".

I risultati hanno avuto una eco anche sul fronte istituzionale: il Console Generale Italiano di Calcutta grazie alla forte spinta esplorativa-culturale della spedizione ha iniziato colloqui ufficiali con il Sikkim.

Le popolazioni locali  hanno accolto con entusiasmo il team al Namgyal Institute of Tibetology di Gangtok che custodisce una delle biblioteche più preziose del mondo. Qui sono stati consegnati importanti documenti di lavoro su Fosco Maraini, che visitò il Sikkim nel 1937, e mostrate per la prima volta tutte le foto che corredano questo articolo, riportando la testimonianza del gruppo sulla “puntata” finale della spedizione, la visita al tempio-eremo di Guru Rinpoche, arroccato sopra una morena dell’ultimo ghiacciaio esplorato,  forse mai raggiunto da sud, dalla foresta, testimonianza utile per una futura ricerca documentaristica della troupe etnografica del Namgyal.


< la spedizione ha affrontato anche splendide
e inesplorate foreste



L'istituto-museo rappresenta il più importante “deposito” culturale della civiltà Tibetana, conservando nelle sue stanze i più antichi testi sacri sfuggiti all’ecatombe culturale causata dall’invasione cinese del 1959.
L’antropologa bulgaro-sikkimese Anna Balikci Denjongpa, ricercatrice dell’istituto - ha raccontato che nel 1956 il giovanissimo Dalai Lama - paventando l’imminente invasione cinese - elaborò un piano segreto di “evasione culturale” dei libri fondamentali della cultura tibetana e mediante un treno blindato creò il più importante esodo culturale di manoscritti che la storia contemporanea ricordi, lasciando di stucco gli aggressori cinesi, che nel loro furore incendiario avevano creduto di aver cancellato ogni traccia delle antiche scritture tibetane.  La rimozione culturale del Tibet continua in questi giorni, come noto.

Sono dunque rientrati molto soddisfatti i sette alpinisti in Italia, dopo quasi due mesi trascorsi in Himalaya, in completo isolamento, senza telefoni satellitari e possibilità di aiuti dall’esterno.

Alcuni sono guide esperte, gran parte provengono dal nord-est e possiedono una notevole esperienza di alpinismo esplorativo sia nell’arco alpino sia in ambito extraeuropeo; insieme rappresentano ben 5 generazioni che hanno saputo trovare e mantenere, anche in condizioni difficili e di pericolo, un ottimo affiatamento di  gruppo.

19 giugno 2014




< il team: missione compiuta!

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