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Arte e cultura

Kendell Geers, il guerriero bianco

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L'arte come impegno civile

Kendell Geers è un artista impegnato.  Per lui l'arte " è " impegno civile. Parla quasi come un filosofo l’artista che con il proprio volto tatuato di parole interpella l’uomo per dirgli: in che cosa credi?

“E’ proprio questa la domanda che voglio porgli” ci disse al termine di un bellissimo, emozionante intervento  in occasione di Irrespektiv (Mart, 2009). L’artista sudafricano parte dal vivere contemporaneo e mira allo spirito. La sua ricerca è sociale, anzi civile.

Da africano bianco (la definizione è sua)  ha condotto in vent’anni di lavoro una ricerca sul linguaggio che per lui è una terra di confine. Sempre in prima linea nella denuncia delle follie dell’apartheid, modificò la propria data di nascita che fece coincidere con il 1968, epoca del maggio francese. “Temo che si dica che il mio lavoro è politico. Invece è un dialogo” afferma Geers per stigmatizzare il confine sottile che separa politica da propaganda.

“La magia dell’arte è invitare alla visione della vita e politica è in realtà ogni scelta che facciamo, tutti i giorni, dal mattino alla sera. Gli artisti che dicono di fare un lavoro politico in realtà fanno propaganda, una dichiarazione di voto solo un po’ diversa dal solito” dice. 

L’arte è quindi quel talismano che permette di vedere le cose in modo nuovo. “Io però non voglio dare una visione, ma solo mostrare la mia” precisa l’artista che a Rovereto - nel 2009 - portò la sua idea di libertà partendo da un labirinto. Geers lo aveva realizzato per Galleria Continua di San Gimignano che poi portò l’installazione a Pechino. “Postpunkpaganpop” ricorda la recinzione inventata dalle forze di polizia sudafricane con lo scopo di infliggere più danni di un comune filo spinato.

"Amo il mito del labirinto, proprio perché ripropone ed eternizza il tema della scelta: andare a destra o andare a sinistra? E questo ci rimanda alla responsabilità delle nostre scelte".  Sottili e acuti i suoi giochi di parole. Qualche esempio: in inglese pericolo si dice ‘danger’. “Ma basta togliere la ‘d’ per ricavare anger, ovvero rabbia. "Le due cose non sono slegate tra loro” fa notare Geers. Lo stesso gioco per ‘border’: significa confine, ma se si toglie la ‘b’ diventa order cioè ‘ordine’. Per Geers queste sono le parole inclusive, dotate di una logica propria. Così a chi guarda rivolge un invito: guardare senza avere paura. Un invito fisico. “Siamo nella logica del mondo fatta di violenza, un mondo che muore, ma anche un battesimo di fuoco per vedere in modo nuovo”.


 

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