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Persone e idee

Marina e la forza del lavoro

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di Massimo Occello

"Non caricatevi troppo dei pesi altrui. Meno elaborazioni di pensieri e analisi. Più sintesi. Più autostima". Lo dice Marina Salamon, imprenditrice a capo di un sistema di 12 aziende, famiglia multiculturale, al lavoro 16 ore al giorno, impegno sociale forte,  ex scout, 5 figli. Studia Teologia nei fine settimana. Intensa e scattante. Belligerante. Genuina al limite della nudità.
La sua è una cascata di energia. E il primo pensiero è da donna a donne.

"Il successo non nasce replicando modelli già visti, ma “annusando” ciò che manca alla gente e dandoglielo. Ognuna può crearsi il suo lavoro" afferma nella conferenza che è stata promossa al Mart da Associazione DxD con Salvatore Abbruzzese, sociologo di lungo corso e alti titoli.
Pacato e saggio, insegna a Trento e Parigi ma risiede a Roma. Uomo luminoso, che esprime umanità e conoscenza della vita. A confronto pare l’elogio della lentezza. I due si completano. A lui la giornalista Corona Perer, moderatrice dell'incontro, chiede di descrivere l’atteggiamento dei giovani di fronte al lavoro (che non c’è).

"I nostri ragazzi sono pratici e razionali, ma il loro entusiasmo è dimesso, quando invece occorre volare. C’è un calo di desiderio e di futuro" afferma sda sociologo. "C’è un realismo liquidatorio che accomuna genitori, docenti e società e impiomba loro le ali dicendo...'non è possibile, non arriverai mai al meglio, è inutile che ci provi, accontentati...'. La generazione del ’68, grande rivoluzionaria di costumi e atteggiamenti, ha creato un brodo di cultura iperprotettivo e assistenziale che rovina l’entusiasmo di figli e nipoti".

Marina Salamon spiega cosa voglia dire essere imprenditori oggi: lei si racconta e rievoca le pezze di stoffa su cui a diciotto anni disegna e taglia i primi vestiti, che poi carica sulla sua macchina e va a vendere. E non torna fino a che non li ha venduti. I dissapori con il primo socio al 50%, che anziché reinvestire tutto l’utile in azienda, come fa lei, si compra una bella macchina e va in vacanza. Quattro anni di sacrifici (e tanta esperienza maturata) per comprarsi la quota di lui.

"Da quel momento mai più 50%. Per essere sovrani e decidere e fare il bene occorre la maggioranza" afferma, sottolineando che i quadri si scelgono solo per merito.

"In azienda si proteggono i piccoli e si esige dai capi. Specialmente i responsabili devono avere una vita personale sobria. Tutti viaggiano col treno, in seconda classe. Se serve un albergo, si può caricare all’azienda un massimo 80 € per notte: dal dirigente all’ultimo entrato. Quando c’è il clima giusto si fanno cose meravigliose, ci si aiuta, si corre. Allora non c’è assenteismo, perché si lavora felici (in certi uffici pubblici, e non solo, si arriva al 18% di assenza. Immaginiamoci la motivazione!). Niente raccomandati che fanno carriera. Niente parenti incapaci dell’imprenditore ai vertici dell’impresa. Se ci sono vanno licenziati".

E questo perchè è in gioco il bene comune e la vita dell’organizzazione. La ricchezza (non solo quella economica) si crea con regole e rigore sempre uguali per tutti, afferma da imprenditrice. "La politica (che pure è una bella esperienza, e ha il suo fascino) sta fuori dall’azienda".

Il clima, nella sala del Mart, si fa caldo e familiare. Il pubblico partecipa all’emozione e alla passione, che dal palco, diventano palpabili in platea. Si entra in un “non tempo”: perchè non si percepisce quello che passa.

Il proessor Abbruzzese spiega poi il contenuto della parola cruciale: “responsabilità”. E lui affonda. "Si è usato il lavoro stabile come strumento di consenso politico. Questa non è responsabilità. Si uccide il lavoro quando in un luogo, azienda o amministrazione, ci sono persone che non hanno cosa fare. Lì c’è marciscenza organizzativa. C’è irresponsabilità. Si è largamente usata la spesa pubblica per conquistare il consenso attraverso organici gonfiati. Così il lavoro diventa strumentale al solo compenso. Perde dignità e libertà. Diventa privilegio e sopruso. Talora arroganza".

E qui un passaggio importante e applaudito. "Il diritto al lavoro non è “diritto a un posto” che occorre “creare”, ma è “diritto alla ricerca di un lavoro” (che c’è o si costruisce con le proprie mani). Questo in altri Paesi anche europei è pacifico. Da noi invece questa affermazione è spesso eretica".

La sala si scalda ancora. Specie i giovani sentono che vengono pronunciate parole di verità, che la speranza abita lì. Che non sempre l’esperienza e i capelli bianchi sono marcio da rottamare. Molti sorridono felici e applaudono di cuore.

Marina si avventa sui temi della qualità e della protezione del lavoro.  I lavori semplici (agenzie di viaggio, segretarie, commessi, fare le fotocopie) sono sempre meno. Occorre specializzazione e competenza. Conoscere le lingue: certamente l’inglese. Imparare a relazionarsi. Fare esperienze fuori di casa. Conoscere altre realtà. Bisogna far pratica nel risolvere problemi concreti. Fare un progetto di vita e di percorso professionale. Non si arriva subito in cima. Lo si fa per gradi con intelligenza e impegno. Ma soprattutto occorre avere un sogno.

Poi parla dei minatori del Sulcis e del personale di Alitalia. Rispettivamente 9 e 8 anni di protezione (varie forme di integrazione pubblica del salario) mentre in molte piccole aziende nemmeno un giorno.

"Nello Stato, Regioni ecc. addirittura la vita eterna! Disparità intollerabili e complicità di sindacati ciechi e politica compromessa. In questi casi paga la collettività. Anche per questo ora la barca dei conti pubblici affonda. E in emergenza si fanno altre ingiustizie. Cita il caso di una prestigiosa facoltà italiana di moda. Costa alle casse pubbliche 70.000 € a studente. Nella UE la più costosa tra le facoltà di moda ne costa 18.000 a studente. E di questi esempi di eccellenza cialtrona, fatta con i soldi degli altri, ce ne sono svariati nei campi più diversi. Ecco perché i conti non tornano".

Abbruzzese dal canto suo ritorna sull’apatia rassegnata dei giovani (mal circondati e mal supportati) e offre la sua ricetta per combatterla: recuperare l’idea della nostra storia, delle cose già costruite, del progresso fatto fin qui; recuperare la percezione di ciò che si è e di ciò che si richiede; nulla è banale, anzi il banale non esiste!  Siamo al mondo per costruire civiltà, e prima progettarla: questo percorso crea felicità.

A questo punto c'è da chiedersi: quel che è venuto a mancare sono proprio gli imprenditori? Marina Salamon ammette che hanno problemi più complessi e forti rispetto al passato.

"La formazione dei nostri giovani imprenditori è spesso molto provinciale e familiare. I figli, tutti i figli, ma specialmente quelli degli imprenditori, devono andare a formarsi e a fare esperienze lontani da casa e dalla loro terra. In questo senso non è male la migrazione di cervelli, perché le persone ritornano con bagagli preziosi e gli occhi pieni di cose belle e nuove. Non bisogna avere paura. I giovani vanno sospinti, non incatenati.  Così si vuole loro bene e si ama il proprio Paese".

L’autostima, tema centrale dell’incontro promosso da Associazione DxD su progetto finanziato da Fondazione Caritro, riceve da Abbruzzese il più ispirato intervento della serata. "Le persone hanno autostima quando si sentono amate. L’amore è la bomba della vita, la sua carica di lancio. Il contesto non basta" afferma il professore. "Bisogna sapere dentro di sé che qualcuno ti ha voluto e guardato!".

E guadagna l’applauso più lungo, che contiene il sentire di tutti e premia la bellezza semplice della serata. Sono le 21, e nessuno si è alzato da due ore e mezzo, in un Trentino che difficilmente rinuncia a cenare entro le 20. E giovani e anziani insieme non fanno cenno di andarsene, e rimangono a fare domande. Capannelli e sorrisi e cuori leggeri. Una serata divina.
 

> Marina Salamon  imprenditrice
> Salvatore Abbruzzese sociologo
> Corona Perer  giornalista

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