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Arte e cultura

La Grande Guerra: Arte Luoghi Propaganda

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storia & arte

Con la mostra “La Grande Guerra. Arte Luoghi Propaganda”, curata da Fernando Mazzocca con Francesco Leone e Anna Villari, e il coordinamento di Gianfranco Brunelli, il programma nazionale delle commemorazioni per il Centenario della Prima guerra mondiale si arricchisce di un imponente progetto espositivo dislocato in tre sedi: un tema, tre città – Milano, Napoli, Vicenza, nelle Gallerie d’Italia, sedi museali della Banca Intesa Sanpaolo – e tre argomenti ben distinti per ricordare il ruolo dell’Italia nel corso del conflitto attraverso lo sguardo degli artisti che ne furono protagonisti in prima linea sia con la loro espressività che con il sacrificio di soldati.

Il progetto milanese si concentra su un arco cronologico che va dalla Belle Époque e giunge fino al Fascismo, con l’intento di fare luce sul clima sociale che portò alla deflagrazione del conflitto e di narrare l’atmosfera di ricostruzione di un ordine nuovo, dopo gli anni tragici della guerra che in Italia condussero all’altrettanto tragico ventennio fascista.

Con l’individuazione di una serie di tematiche dal forte impianto simbolico e metaforico, Fernando Mazzocca ci accompagna in un percorso di comprensione profonda e di scoperta dell’arte che dominava in Italia in quel periodo: quattro grandi sezioni che articolano più di 200 opere esposte. Si inizia dalla stagione della Belle Époque, con il Liberty, o Art Nouveau, il Simbolismo e il Divisionismo, ma di quest’epoca che immaginiamo dorata e scintillante ci viene presentato anche il lato oscuro e il tormento dovuto alla necessità di rappresentare il dramma sociale della fame delle malattie – l’opera di Aroldo Bonzagni “Rifiuti della società” (1917-18), in prestito dal Mart, è esemplare – ma anche di dare forma a sentimenti di paura meno dichiarati che sfociano in una pittura visionaria, notturna, misteriosa.

Tra i capolavori che raramente è concesso di ammirare,  il “Giorno di festa al Pio Albergo Trivulzio” di Angelo Morbelli (1892), concesso dal Musée d’Orsay e il ciclo “Poema della vita umana” di Giulio Aristide Sartorio (1906). E poi la grande stagione delle avanguardie con il Futurismo e i suoi protagonisti con capolavori di Filippo Tommaso Marinetti, Giacomo Balla, Gino Severini, Carlo Carrà, che inneggiavano a un interventismo ideologico, fiduciosi nell’azione rinnovatrice e taumaturgica di una guerra che avrebbe spezzato in verità molte delle loro giovani vite e lasciato in tutti una lacerazione insanabile. Ricchissima è la sezione dedicata alla realtà e alla rappresentazione della guerra con le opere di  pittori e scultori che parteciparono in prima persona al conflitto e che misero in evidenza sia il lato eroico del combattimento che la tragicità della sofferenza.

Colpisce della mostra milanese l’imponenza e la qualità delle opere scelte: capolavori scoperti in collezioni private o in importanti istituzioni, come i pannelli per il salone centrale della XII Biennale di Venezia di Galileo Chini (1920) o il trittico di Cagnaccio Di San Pietro “Madre. La vita, Il dolore, La gloria” (1923).
La mostra si conclude con la sezione “1915-1935. Mito, memoria e celebrazione” che, spingendosi fino al dopoguerra, pone le basi per comprendere anche attraverso l’arte, l’imminente affermazione del Fascismo.

È indubbiamente un percorso di conoscenza e di forte coinvolgimento emotivo: a Napoli, la mostra “Società, propaganda, consenso” curata da Dario Cimorelli e Anna Villari, narra la nascita della comunicazione di massa e attraverso un centinaio di manifesti originali si entra nel vivo dei messaggi che venivano veicolati, volti a trasmettere emozioni e suscitare prese di coscienza sempre diverse man mano che la guerra evolveva; a Vicenza ne “I luoghi e l’arte feriti”, a cura di Mazzocca e Gregorio Taccola, sono protagonisti gli artisti-soldato, che della guerra furono diretti testimoni, come volontari, o in veste di reporter con l’incarico di documentare gli eventi.

Gli artisti feriti ma anche l’arte ferita, come testimonia la ricostruzione dei danni subiti dalla Gipsoteca di Possagno e dai gessi di Antonio Canova ridotti a volti e corpi mutilati. Le mostre ci accompagnano in uno specchiamento continuo dell’arte con la vita, costruito sul simbolo e sulla metafora, ma anche sulla realtà e sulla sua più cruda e vera rappresentazione.
Daniela Ferrari - Milano, marzo 2015

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