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Attualità

Quanta voglia di Storia

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Il ciclo Laterza

Il ciclo “Lezioni di storia” ideato da Editori Laterza e portato nei teatri di Trento e Rovereto ha dimostrato che è possibile capire (e spiegare) la storia con modalità diverse. La divulgazione storica, complice anche il Centenario della Prima Guerra Mondiale, era fondamentale in questa circostanza e i matineeè domenicali promossi dalla Provincia Autonoma di Trento in collaborazione con i Comuni di Trento e Rovereto hanno registrato successo e il gradimento di un pubblico sempre numeroso e attento. Ma è la qualità degli interventi il vero quid qualititativo del ciclo, che ha visto impegnati storici, critici e ricercatori su aspetti del primo conflitto mondiale spesso inediti, o dati per scontati senza essere mai stati spiegati a dovere dai libri di storia.
Ad esempio cosa si intende per "guerra bianca" ? Lo ha spiegato molto bene nella quinta delle dieci lezioni l'alpinista e giornalista torinese Enrico Camanni -  fondatore della rivista internazionale “L’Alpe” - che al Teatro Sociale di Trento ha consentito al pubblico di compiere un appassionante viaggio sulle tracce del conflitto combattuto in alta quota, sul fronte alpino, fra trincee, gallerie, camminamenti e vie ferrate.
Il Trentino fu uno dei fronti di maggiore interesse.


< Lezioni storia allo Zandonai
di Rovereto



Con l'espressione “guerra bianca” si suole definire quella particolare tipologia di combattimento che si svolse dal 1915 al 1917 sul fronte alpino, ad altitudini superiori ai 2.000 metri, fino a spingersi ai 3.900 metri dell'Ortles. Due in particolare i fronti principali, quello del gruppo dell'Ortles-Cevedale e quello del gruppo Adamello-Presanella, lungo quello che era all'epoca il confine della regione del Tirolo ed oggi è territorio della Provincia autonoma di Trento.
Attraverso lettere diari e testimonianze dei soldati al fronte, tra emozioni, paure e inquietudini, Camanni ha gettato uno sguardo profondamente umano sul conflitto. «L'esigenza di scrivere, di trovare un momento di intimità e riflessione era grandissima e avvertita da tutti i soldati e per questo oggi possiamo disporre di una mole incredibile di testimonianze» ha spiegato Camanni. Con l'entrata  in guerra nel 1915 la montagna assunse la connotazione di confine e di conseguenza di “fronte”. L'idea dell'esercito italiano era quella di poter superare la montagna per arrivare fino al Brennero, ma gli austriaci, con poche sentinelle e tiratori scelti posizionati in punti strategici bloccavano l'esercito nemico, sfruttando proprio l'invalicabilità delle montagne. Fu così che centinaia di soldati abitarono l'alta montagna in una guerra non di combattimento, ma di sfinimento e resistenza, non tanto al nemico, ma alle condizioni climatiche degli oltre 3.600 metri di quota, tirando fuori insperate risorse in condizioni di vita durissime, tra differenze di usanze e dialetti diversi, che spesso non consentivano di comprendersi l'un l'altro. 

Dai diari emerge il fattore "attesa". La “guerra bianca” fu prevalentemente un aspettare che succedesse qualcosa che non arrivava mai e soprattutto che passasse l'inverno. Nel '16 e nel '17, tra l'altro, la stagione fu durissima, con oltre 10 metri di neve, venti a 100 km/h e temperature fino a -30°, da superare con gli scarsi equipaggiamenti dell'epoca. I soldati si vestivano con tanta lana, ma spesso non bastava. Bisognava ripararsi e fu così che l'ingegno arrivò a vette altissime. In Marmolada fu costruita una vera e propria città nel ghiaccio, tanto articolata che vi erano perfino i nomi delle vie, i fili telefonici che collegavano con l'esterno ed una temperatura costante. La lancinante contrapposizione tra la bellezza dei luoghi, oggi meta di turismo, si confrontava con l'orrore e spesso  le conquiste diventavano sconfitte:  a San Matteo a 3650 metri le foto immortalano i soldati italiani già preoccupati di dover difendere una posizione così scomoda.  Fu una guerra piena anche di episodi inediti, testimonianza di come l'uomo trovi in situazioni estreme ciò che lo rende umano. Fu così per la tregua decretata per il recupero della salma di una guida austriaca caduta in un dirupo, operazione seguita con trepidazione e rispetto da ambo i lati. Oppure i contatti notturni tra le truppe nemiche per scambiarsi il tabacco e generi di prima necessità, in uno spirito di solidarietà impensabile in quelle condizioni o forse reso necessario proprio da quelle condizioni estreme. Poteva succedere che per vincere la noia e l'inattività qualche soldato approfittasse di una giornata di sole per imparare a sciare sul ghiacciaio o per i primi rudimenti di alpinismo. E il nemico non sparava.

Erano dunque vite sospese e gelate con qualche breve sprazzo di serenità e di relax. Dopo Caporetto, questo popolo di confinati fu richiamato repentinamente senza una spiegazione. "Dall'oggi al domani gli italiani dovettero sgombrare nel giorno dei Santi del 1917. Di quei momenti vi sono tante testimonianze sui diari, con la disperazione che trapela per tutto quello che è stato fatto invano, per dover lasciare quel caposaldo per cui tanto s'era combattuto e per gli amici lasciati su quelle montagne" ha raccontato Camanni.

Giulia Caccamo, che insegna Storia delle Relazioni internazionali all'Università di Trieste ed è esperta di tematiche quali guerra e dopoguerra, ha invece spiegato la tematica del primo dopoguerra, in particolare gli effetti della sconfitta sulle sorti dell'Impero Austroungarico, che passò in poco tempo dall'essere un “monolite” esteso dall'Ucraina occidentale al Trentino a diventare la piccola Repubblica d'Austria, un territorio otto volte minore e con un settimo della popolazione. "La fase finale della guerra vide l'Imperatore Carlo commettere diversi errori come pensare che l'Impero potesse comunque salvarsi, nonostante le sorti della guerra che volgevano al peggio"  ha spiegato Giulia Caccamo. "Invece, al termine del conflitto, l'Austria-Ungheria si dissolse e nacque la Deutsch Osterreich, la Repubblica d'Austria, che venne alla luce senza guerre civili e spargimenti di sangue con l'intento di dare una casa alle genti di lingua tedesca che facevano parte dell'Impero. Le altre popolazioni dell'ex-Austria Ungheria si auto-determinarono nei rispettivi stati, a dispetto dei progetti di Carlo che vedeva di buon grado la soluzione di una Federazione che tenesse assieme i popoli dell'ex-Impero".


< Teatro Sociale, l'altra sede delle Lezioni


La situazione dell'ex-Impero era drammatica: non c'era cibo, nell'inverno del 1919 l'influenza spagnola causò moltissime vittime nelle città austriache; il governo di unità nazionale guidato da Carlo Renner cercò di salvare il salvabile, guardando come possibilità concreta quella di unirsi alla Germania, vista come l'unica possibilità di sopravvivenza. “Poi vi furono le pesanti conseguenze dei risarcimenti di guerra. Nella conferenza di Parigi-Saint Germain, la delegazione austriaca restò ai margini del lungo negoziato e quando finalmente venne ammessa al cospetto dei vincitori trovò la freddezza e la fermezza degli interlocutori. Le condizioni imposte si abbatterono sull'Austria come uno schianto, gettando Vienna nello sconforto per quella che era percepita come una pace di annientamento” ha spiegato la studiosa che ha anche tracciato sinteticamente le aspettative e gli obiettivi dei singoli stati.

L'obiettivo dei francesi protagonisti della conferenza di Parigi, era ad esempio quello di indebolire gli ex-imperi centrali, per non permettere un riavvicinamento di Austria e Germania che avrebbe potuto mettere nuovamente in dubbio la pace. Su tutto gravava poi anche il timore per gli sviluppi della presa di potere del bolscevismo russo, elemento che apportava ulteriori incognite per il futuro.  Anche l'Ungheria si trovava in una situazione drammatica, resa ancora più instabile dalla presenza, in quel territorio, di tante etnie diverse, come romeni, ungheresi, croati, serbi. L'Austria in particolare subì un impedimento francese ed internazionale all'unificazione con la Germania, veto al quale contribuì anche l'Italia che non voleva uno stato forte ai suoi confini.

Un esito che fu assolutamente imperfetto e che dimostra una volta di più come la guerra non produca mai il progresso dell'uomo: è un virus malefico che andrebbe estirpato e che invece circola e razzola nell'aia abitata dagli uomini, l'unica razza vivente che ricorra a questo mezzo nel vano tentativo di porre ordine ai suoi problemi combattendo, per trovarsi poi con costanza a fare i conti con i malefici effetti del combattere. Una verità amara per tutti soprattutto oggi che assistiamo ai nuovi conflitti e che - come afferma Papa Francesco - siamo pienamente dentro una terza guerra mondiale condotta per capitoli in varie parti del mondo. Insoluta è solo una domanda: fino a quando?

 

Rappresentazioni. La Grande Guerra degli artisti
 EMILIO GENTILE
 Aerei che sfrecciano nel cielo, modernissime navi d'acciaio, eliche che fendono l'aria e l'acqua; ma anche candidi angeli piangenti i soldati caduti e rappresentazioni collegate alla propaganda. Dai più grandi pittori futuristi ai disegnatori liberty fino ai più umili vignettisti, la Grande Guerra è per sempre collegata ad una iconografia multiforme che ha in comune il desiderio di suscitare sentimenti: l'orgoglio, la pietà, la paura e, infine, la gioia per la vittoria. - See more at: http://www.giornalesentire.it/article/teatro-zandonai-di-rovereto.html#sthash.khtYepuG.dp
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