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Arte e cultura

#Paper Religions: la Gerusalemme di Marco Dalbosco

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Arte e Società

Marco Dalbosco con il suo progetto “Paper Religions # Jerusalem” è partito da un'osservazione che tocca l'anima e non lascia indifferenti: il muro della West Bank in Israele. L'opera è stata esposta in modalità installattiva nella mostra “Afterimage” alla Galleria Civica /Mart di Trento e in modalità fotografica nella mostra dei finalisti del premio Terna 6 “L’arte guarda avanti” a Torino. Recentemente è stata portata anche alla Paolo Tonin Arte Contemporanea di Torino.

Attualmente Dalbosco vive tra Berlino e l’Italia. Grazie ad un master in Interactive Media alla Goldsmiths University di Londra ha potuto apprendere nuovi mezzi tecnologici che lo hanno portato ad allargare le modalità del suo agire artistico.  Il desiderio di conoscere e sviluppare lavori con strumenti e tecniche diverse, lo ha portato a realizzare progetti anche nel mondo della danza. Con il progetto Scala 1:18, nella realizzazione della parte performativa ho avuto la collaborazione della coreografa roveretana Gloria Potrich. Il progetto è stato realizzato in diverse occasioni: tra cui nel 2008 a Manifesta7 Parallel Event e nel 2010 alla London Metropolitan University di Londra.
Paper Religions sviluppa una tematica più vasta e drammaticamente attuale: il ruolo delle religioni nei conflitti. Ne abbiamo parlato con l'artista.

Come nasce il concept dell'opera?
L’idea di questo lavoro nasce intorno al 2006 e si sviluppa i temi sottesi alla nascita del muro della West Bank in Israele. Il muro di Berlino era caduto da pochi anni, e assistere alla costruzione di un altro muro mi ha sconcertato. Al di là delle diverse ragioni che muovevano Israele, era la testimonianza che l’uomo non era riuscito ad imparare dalla propria storia. Di qui ha avuto origine l’idea di questo lavoro. Poi, nel 2010, ho viaggiato tra Israele e Palestina per sentire e respirare la situazione Israeliana/Palestinese e dare al progetto una nuova forma.

Con quali materiali è stata realizzata?
Il materiale usato è la carta, espressione della caducità e dell’effimero. La tecnica usata è l’origami. Ogni mattone di carta è un foglio unico che attraverso la piegatura, e il lavoro delle mani, si costruisce in oggetto.

Che cammino ha compiuto in questi anni?
Nel 2008, in occasione di Manifesta7 Parallel Event alla Facoltà di Economia dell’Università di Trento, realizzo un muro di 513 mattoni di carta. In quella occasione, 12 persone hanno lavorato per una settimana insieme condividendo, così, il senso del progetto.
Nel 2010 il progetto ha preso una nuova forma, non più un muro ma una installazione costituita da una serie di mattoni poggiati a terra, con sopra i modelli delle tre chiese monoteiste: cattolica, ebra e mussulmana. Dagli stessi mattoni di carta si son sviluppate diverse possibilità interpretative, oltre che storiche.

Quale messaggio lei spera possa provocare?
Questo lavoro alla vista molto semplice e immediato, in verità si muove su più livelli e veicola più messaggi, guidati dall'esperienza e dalla storia di ciascuno di noi.
Può essere visto nell’immagine d’insieme come un lavoro che si collega alla tradizioni del “Libro” delle tre religioni monoteiste. I testi sacri e la loro scrittura, la carta dei testi, in questo caso, la carta è bianca e senza testo, da scrivere.
Al tempo stesso, guardando il singolo elemento, il singolo mattone, il messaggio può essere letto in un altro senso. Il costruire il mattone di carta attraverso la piegatura, tecnica dell’origami, diventa una metafora della vita, desiderio di decidere la propria storia, piega dopo piega.

Quale ritiene sia la sua migliore definizione?
Penso che lo si possa definire una via estetica per affrontare e osservare snodi e problemi molto forti ed sentiti.

Pensa di portarla anche in Israele?
Sarebbe molto bello, ma dubito che sia possibile. Ho provato in passato a contattare associazioni o fondazioni operanti in Israele e in Palestina che potevano essere interessate ad interagire con il progetto; purtroppo la mia ricerca non ha avuto successo. La mia idea era quella di realizzare l’opera – la creazione di un muro di mattoni di carta – con un gruppo di persone sia palestinesi che israeliane. Realizzare l’opera dove il problema era vivo e dove era partita la mia ricerca.
(C.Perer  20 marzo 2015)

 

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