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Persone e idee

Mario Botta, vita di architetto

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“È bello per l’architetto immaginare che il proprio lavoro, almeno in parte, diventi storia per il domani. E’ necessario per questo avere rettitudine e umiltà nell’affrontare il lavoro per far emergere valori forti e condivisi”. Mario Botta non ha mai dimenticato questo tipo d’umiltà e ricorda con piacere quando, da giovane apprendista “disegnatore”, carico d’entusiasmo, ha sognato, progettato e costruito la sua prima architettura.

“Ero animato unicamente da un’incontenibile passione che, nel tempo, ho poi capito essere la ragione portante di questo mio mestiere: quello di costruire pietra su pietra, quello di modellare lo spazio di vita dell’uomo. Un lavoro che ricerca quella sintesi di utilità e bellezza che chiamiamo architettura”.

Più di 90 i suoi progetti. Ha messo mano a mezzo mondo e nell’architettura sacra esprime il meglio di sé. Guardando indietro, Botta ama ricordare i pensieri pieni di stupore e la fame di certezze di quando da ragazzo fu affascinato dal costruire. Soprattutto insiste sulla responsabilità di chi progetta ambienti destinati ad un uso comune, quindi di proprietà collettiva.

“Dopo mezzo secolo, mi ritrovo, come allora, disarmato di fronte al mistero del processo creativo. Ho qualche esperienza in più ma sono senza alcuna certezza di fronte alla responsabilità di essere parte del divenire storico ovvero quello della costruzione dell’ambiente di vita”.

Botta ammette che la costruzione di questo ambiente comune a volte  riflette inevitabilmente ( o ‘impietosamente’ come ama dire), l’espressione della storia morale, civile, estetica del nostro tempo.

“E’ dentro questo mutamento continuo che le opere di architettura diventano parte della realtà del nostro mondo, che si trasformano da azioni singole in opere collettive” sostiene l’architetto ticinese che la sua mostra ho scelto di presentare alcune opere realizzate per dire il proprio percorso di lavoro e, nel contempo, solleva alcuni problemi d’attualità del dibattito culturale.

Tra i molti ricordi personali, c'è Le Corbusier. “Tra i vari innamoramenti di inizio carriera ho avuto il privilegio di essere ragazzo di bottega nell’atelier che aveva installato a Venezia in occasione del progetto per il nuovo ospedale. E’ colui che ha saputo trasformare gli eventi della propria storia in progetti architettonici. La capacità di Le Corbusier era quella di saper interpretare e creare il futuro per modellarlo in una nuova Bellezza".

Pier Paolo Pasolini è l'altro volto che lo ha accompagnato in gioventù. “E’ stata la figura di intellettuale che ha accompagnato gli anni della mia formazione. Ricordo l’articolo, un mese prima che morisse in cui denunciò il vuoto di potere in Italia”.

Tra i ricordi personali uno tenerissimo riguarda papa Giovanni XXIII e l’ottobre 1962. “Ricordo quella sera di ottobre con il suo inatteso discorso della luna che risuonò come un nuovo corso della storia di cui mi sentivo parte”.

Un altro aneddoto riguarda il grande Arturo Benedetti Michelangeli. “Voleva che progettassi la ristrutturazione di una vecchia casa a Mendrisio, che poi non si fece. Veniva in studio con la segretaria e cupo in viso ripeteva di volere una casa semplice. ‘Sono un contadino bresciano’ diceva. Quando gli feci notare che il pianoforte non solo sarebbe entrato a fatica ma dove lui lo voleva avrebbe rischiato di essere disturbato dai rumori della contrada, lui ribatté alla mia obiezione affermando che quelle erano le voci della vita. ‘Quando suono  a concerto mi disturba invece il solo brusio di una mosca’ mi disse”.

Anche il teatro ha avuto grande peso nella vita di Botta. “La vita di Galileo di Giorgio Strehler nei primi anni sessanta al Piccolo Teatro di Milano, lasciò un segno nella mia vita, la magia dell’immaginario avrebbe poi alimentato il mio lavoro”.

Un pensiero pieno di nostalgia per Niki De Saint Phalle. “Ci univa la complementarietà dei nostri linguaggi. Amava gli spazi strutturati e geometrici. Mi disse una volta ‘tu costruisci l’arca in pietra, io farò gli animali’ e fu così che realizzammo l’Arca di Noè a Gerusalemme lavoro affrontato con la speranza di vedere giocare i bambini palestinesi con i loro compagni israeliani”.

Gli stimoli d’arte sono sempre stati tanti. Botta dipinge e da giovane voleva fare il pittore. La sua visione d’arte viene dall’amore per Morandi, Sironi, Henry Moore. Botta lo definisce il suo territorio della memoria affermando che può sembrare anacronistico parlare di passato.

“Invece il territorio della memoria svolge un ruolo determinate, in un contesto storico come quello in cui viviamo, in cui i modelli sono plasmati dalla corsa veloce delle trasformazioni che divorano quotidianamente gli eventi. Certo, un architetto è chiamato a modellare in continuazione nuove condizioni di vita, ma quello della memoria è oggi uno spazio privilegiato di lettura e di ricerca, ancora in grado di alimentare pensieri e speranze dentro il mondo dell’architettura: nel corso della mia vita non ho mai incontrato ‘creativi’ che non abbiano avuto debiti culturali verso il passato”.

Il Botta che progetta, sta in questo atteggiamento e una frase lo rappresenta nel corposo catalogo (Silvana Editoriale) che lui stesso ha voluto e scritto in occasione dei 50 anni della sua carriera arrivando persino alle didascalie di ogni singolo riferimento culturale.

La frase scelta come incipit è di Louis  Kahn: “Il passato come un amico”. Non  una semplice metafora poetica, ma una vera e propria condizione di lavoro dentro la cultura del tempo, perché come dice Botta “…il tessuto della memoria è una realtà viva che ci coinvolge come la filosofia o la storia dell’arte; è una condizione che ci accompagna ogni giorno attraverso le conquiste che l’uomo ha realizzato nel tentativo di comprendere la propria condizione”.
(Corona Perer - www.giornalesentire.it 2014)







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