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Persone e idee

L'ultimo scherzo di Bruno Baroncini

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di Corona Perer

Raccontano i famigliari che quel giorno (l'ultimo della sua vita) avesse gioito di mattino presto sul suo balconcino di Via Maioliche a Rovereto per un oleandro che era tornato a fiorire dopo tanto tempo.
In quella stessa mattinata, due ore dopo, veniva trovato morto nell'orto di casa, dove stava raccogliendo l'insalata.
Stroncato da un infarto e forse vittima della migliore tra le morti che lui si augurasse.

Ci resta di lui questo crocifisso "anomalo", come anomala era stata tutta la sua arte: un Cristo di plastica. "Tutto ormai è di plastica, tutto è chimica, tutto è troppo insopportabilmente artificioso" diceva. E così ultimamente lavorava con la plastica,  quasi con foga,  con materiali che faceva venire apposta da Verona. In programma aveva una mostra da tenere nel 2016 nei locali della ex-Marangoni,  così  almeno diceva. "Ma non scriverlo: aspetta!" mi diceva con i suoi occhi che a volte venivano attraversati da fermenti luciferini.

C'era da credergli che avesse scelto uno spazio "anomalo": odiava musei, gallerie, galleristi, e tutto quel che gira intorno all'arte. Questo suo essere "diverso" lo aveva spinto ai margini che lui peraltro abitava agevolmente. Così gli si addiceva la frase evangelica "Nemo Profeta in Patria". Era un vero artista, ma non lo riconobbero.

Bruno Baroncini ha lasciato tutti di stucco: andandosene all'improvviso.
Artista spigoloso, ma generoso, dalla forte vis polemica, sempre pronto però a concludere la più furiosa delle discussioni con una risata.

C’era una grande coerenza tematica nell’opera di Bruno Baroncini, scultore complesso e respinto che al cosmo, alla vastità universale, ai suoi misteri e alle sue leggi, agli ancestrali richiami esercitati sull’uomo ha sempre dedicato la sua estetica.

Già nel 1980 Luigi Meneghelli commentava la serie di opere (non a caso intitolate “Concezione universale”) parlando di una scultura che “… si precisa non solo come materia e spazio, ma pure come tempo: nelle sue geometrie plastiche tutto si compone e si scompone, fluttua e guizza, quasi a proporre un interminabile e interminato processo di creazione che è contemporaneamente conservazione infallibile e integrale del passato gestito sulle tensioni del futuro…” .

Parole che tornano attuali a trentacinque anni di distanza nel momento del distacco. Ma sono utili a comprendere una delle ultime opere, di grande rigore formale, con la quale l’artista - altoatesino di nascita e roveretano di adozione - raccontava l’universalità. Si trattava anche in questo caso di un lavoro dalle forti e marcate geometrie che raccontava l’uso dell'arco nella storia umana. Era il “sentire” matematico di questo geniale e bizzoso artista il quale - questa volta - voleva parlare del tempo.

"In ogni epoca l’uomo ha usato l’arco, prima per sfamarsi, poi per difendersi. Ora lo usa per sport" ci spiegava l'artista, che nel concepire una sfera articolata in ventiquattro archi in acciaio, aveva "teso", quasi fossero pronte a partire, frecce autentiche, in fibra di carbonio.

"Le frecce raccontano due dimensioni cruciali: lo spazio e il tempo. La tensione degli archi crea nel cuore della scultura una clessidra, e i 24 archi sono a simboleggiare le 24 ore nello spazio orario, espresse in 24 fusi orari che scandiscono il procedere umano"  spiegava con gli occhi che brillavano di eccitazione.

Un concept semplice e complesso allo stesso tempo, che metteva in luce la forza creativa di questo artista mai valorizzato come davvero meritava. Baroncini aveva lavorato a quest’opera da circa due anni, gli ultimi mesi dei quali passati in officina.

Chiamò l'opera 'Arco nel tempo': ferro, acciaio, carbonio, stagno facevano tornare alla mente l’attualità della lettura di Meneghelli quando  nel suo commento a “Concezione Universale” disse che proprio la sfera, nella sua assoluta semplicità realizza una "durata infinita...".

“Un pieno continuo e incessantemente moltiplicato” che Baroncini usava come strumento. Anzi, per dirla ancora con Meneghelli, per un confronto "tra l’esteriorità potente e splendente del creato e l’intimità chiusa di una creatività in potenza”.

Una potenza che ora dorme, paga di tante fatiche. Agli amici resta il vuoto lasciato da questo che sembra il più terribile dei suoi scherzi. Uno scherzo improvviso, incredibile eppure tremendamente vero. Uno scherzo d'artista.
21 giugno 2015 - riproduzione riservata

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