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La Grande Guerra in fotografia

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''Come le foglie''

"Credo che sull'impreparazione dell'Italia alla guerra si siano scritte un'infinità di pagine. L'Italia non ha mai avuto una tradizione di guerra e tanto meno militare" afferma Vittorino Pianca storico e studioso.

"Si entrava in guerra senza nemmeno avere un'idea di come conseguire la vittoria" scrive  Pianca e spiega che in Italia non solo mancava l'attrezzatura mlitare, ma non si possedeva nemmeno la cultura militare di base. E allora  Carso e Isonzo furono una inutile strage di uomini armati di elemetto Adrian e fucile Vetterli (acquistati dalla Francia) oppure dei fucili Mannlicher (acquistati dai tedeschi). Dotazioni povere e scarse e soprattutto assoluta mancanza di tattica.

Le foto di questa pagina fanno parte della mostra "Come le Foglie - Soldati nella grande guerra" costituita da 50 pannelli fotografici che raccontano la figura del soldato durante la I Guerra Mondiale. Gli uomini ritratti sembrano essere - agli occhi dell'interlocutore - presenze fuori dal tempo, ma da quello scatto sono ormai passati quasi 100 anni.

Ddistruzioni, morti sul campo, ponti sguarciati, ritirate, profughi, rastrellamenti, campi di concentramento, tedeschi che sostano e plotoni che attendono gli ordini, cecoslovacchi che fanno tappa sul Baldo e prigionieri austro-ungarici in marcia, tra attendamenti italiani e le strade della disfatta di Caporetto. Le istantanee di vita bellica della malefica routine della guerra mostrano gli inglesi che arrivano sul Brenta, gli scozzesi con le loro buffe divise, i fanti francesi, gli artiglieri austro-ungarici e poi gli americani (gli Stati Uniti avevano dichiarato guerra all'Austria il 7 dicembre del 1917).

Foto di grande intensità che mostrano la stanchezza dei soldati e l'attesa: di un ordine di attacco nelle trincee o di iniziare una marcia oppure del tanto atteso rancio. Produce una particolare emozione (< foto a fianco) fermarsi sullo sguardo di subalternità e di emozione che lega il piccolo soldato premiato - dopo l'azione di Capo Sile - all'imponente Duca D'Aosta che gli appunta la medaglia sul petto.

"Sono le due Italie" suggerisce nel testo Vittorino Pianca che - nelle panoramiche dei tanti soldatini allineati - affianca il concetto ungarettiano di "foglie". Perchè sono uomini precari, dentro una storia precaria, dentro una logica precaria che oscilla tra il dovere e la rassegnazione al dovere.

Quanti di loro partirono convinti? Quanti di loro furono costretti? Quanti di loro furono mandati a morte da comandanti sprovveduti?

Attorno a loro la vita, una povera vita, di chi è restato a offrire il teatro di guerra: le donne che racimolano qualcosa da mangiare  e sulla strada si imbattono nel fanti francesi, la popolazione che dona fiori ai primi soldati italiani arrivati a Pordenone nel novembre del 1918, i bambini stupiti con i loro paesani al passaggio della prima automobile militare che entra a Cervignano del Friuli, i prigionieri di Rovereto.

La fine della guerra è anche il ritorno dei sopravvisuti, storia di rovine, lunghe file di prigionieri in attesa di rimpatrio. Commoventi i versi di quei soldati che furono anche poeti.  Come Georg Trakl ufficiale di sanità dell'esercito austriaco sul fronte polacco, morto suicida a Cracovia dopo una sanguinosa battaglia.

Prima del tragico gesto,  mette in versi il sinistro rumore di armi letali alzatosi dai boschi, e le nubi rosse di sangue sparso "soggiorno di un Dio furente" e chiude scrivendo "...l'ardente fiamma dello spirito nutre oggi un possente dolore". E' a questo strazio, alle solitudini e agli inutili dolori di ogni guerra che la mostra offre a noi contemporanei l'occasione per riflettere sulla devastazione di ogni conflitto.


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< nella foto: prigionieri tedeschi estenuati

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