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Arte e cultura

Benedetta Cappa, la signora Marinetti

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di Corona Perer

Francesca Barbi Marinetti parla della nonna: Benedetta Cappa, moglie di Marinetti.
Lei  non ha potuto conoscere il nonno: era morto nel '44, mentre lei nasce nel 1961. La madre Luce, figlia del grande artista, era invece poco più che una bambina quando Filippo Tomaso Marinetti mancò. Ma l'eredità è stata tale - e così grande - che l'avo ha comunque dominato la vita di entrambe: figlia e nipote.
Nel suo Dna ha dunque quello di un uomo che seppe immaginare Internet e pc portatili in un'epoca in cui si era appena appreso dell'esistenza del telefono. Un uomo che cantò la radio, anzi "la radia" perché all'epoca non si sapeva bene quale sesso le avrebbe attribuito il vocabolario.
"I ricordi non sono diretti - ci racconta Francesca Barbi che nella vita è storica dell'arte ed è divenuta a sua volta promotrice di eventi futuristi. "Fin da piccola ho respirato il clima famigliare del periodo Futurista dalle memorie di mamma e delle zie, nonché della nonna morta nel 1977".
Di formazione letteraria, anche lei è stata fatalmente attratta al mondo dell'arte osservando la madre Luce costantemente impegnata a promuovere l'opera del padre. "Questo lavorare a fianco degli artisti è divenuto un habitat naturale. Osservo con piacere quanta creatività diffusa esiste in Italia: è un bisogno di emergere, c'è un grande bisogno di esprimere".

Vivere in famiglia con un antenato così importante cosa le ha dato?
Entusiasmo e la possibilità di coltivare questa sensibilità.

Cosa ha fatto grande il futurismo?
Il fatto che si sia costituito in modo così diffuso, una vera e propria rete feconda, genio che funzionava sia a livello cosmopolita che locale. Ce n'erano a Padova come in Sicilia o a Napoli. Ma questi artisti non abbandonarono il legame con la cultura d'origine: internazionali ma anche profondamente italiani. Ed ebbero un grande rapporto col teatro.

Che legame c'è tra futurismo e teatro?
Un legame costitutivo direi. Gli artisti erano molto teatrali. Lo stesso Manifesto veniva declamato, la gestualità, le parole sono di fatto ‘teatro puro'. L'operazione di Edoardo Sylos Labini è stata molto interessante, è uno spettacolo che permette di capire le atmosfere futuriste e i pensieri di Marinetti, lirico in certi momenti e persino commovente laddove si vede un Marinetti che medita anche sulla morte e sulla guerra che l'ha prodotta.

Parliamo di nonno Filippo Marinetti: che idea se ne è fatta?
Di un uomo che amava giocare. Lui fu certo perno e punto focale di tutto. Ebbe grande capacità intuitiva e pre-figurativa, scrisse pagine straordinarie. Parlò ad esempio di un mondo coperto da una rete con telefoni senza fili: oggi sappiamo che si chiamerà internet. Questo percepire l'epoca, riuscì a dargli la spinta per prefigurare quello che sarebbe stato effettivamente il mondo.

C'è ancora questo fermento cosmopolita?
E' stata una stagione unica direi ma non è detto che non possa verificarsi. La sensibilità per l'arte va coltivata e trasferita. Un paese non cresce  se non c'è arte e cultura.

Com'era Marinetti in famiglia?
Era un padre molto presente e affettuoso, che aveva una grande capacità di comunicazione e di entrare con l'anima delle persone. Molto ludico, poi.

Che giochi faceva papà Marinetti?
Mia madre diceva sempre: ‘non ho vissuto il primo futurismo ma la storia l'ho percepita da questi incontri e dai quadri' perché alla fine erano coinvolte. Lui mostrava loro le tavole tattili, le faceva sperimentare e   percepire la molteplicità delle espressioni.

E questa è stata un'esperienza formativa...
Proprio così: lui passò la sensibilità alle sue figlie. Questo bisogna fare. Quando è morto lasciò un grande vuoto. Vittoria, Ala e Luce (mia madre) lo amarono molto ma erano ancora piccole: mia madre aveva 12 anni.

E con la moglie Benedetta che rapporto aveva?
Fu una grande storia d'amore. Mia nonna, era pittrice e prendeva lezioni da Balla quando si conobbero. Era molto bella ed avvenente, fu un colpo di fulmine. Deve avere avuto una forza di carattere straordinaria, era di origine piemontese, e fu anche scrittrice: Benedetta Cappa.

Come era ‘casa Marinetti'?
Un'officina di creatività. I ricordi che mi hanno trasferito dicono di un gran e continuo divertimento. Di sera la casa si apriva agli intellettuali, ma loro furono educate secondo i dettami dell'epoca e così, pur mandate a letto, si nascondevano dietro le tende e spiavano gli incontri. Li vivevano come un grande gioco teatrale, comprensibile anche a loro.

Sua madre Luce partì dall'America per promuovere il nonno. Perché?
Furono i casi della vita: mio padre era Ufficiale di Marina, eravamo negli Stati Uniti, così ebbe modo di conoscere personalità influenti e ciò le permise di far pubblicare mio nonno fuori dall'Italia.

Siamo ancora un popolo di artisti?
Sì, il problema è distinguere ciò che è vera espressione artistica e che incide nella realtà da ciò che è dozzinale. Le nuove tecnologie entrate con prepotenza nel mondo dell'arte (pensi a quante video installazioni vediamo) dicono che c'è maggiore possibilità di far arte, ma non sempre con risultati positivi...

Quindi quali politiche culturali si devono fare?
Si deve produrre cultura, non basta fare i musei altrimenti ci ritroviamo con strutture importanti, ma guardi Firenze: tanto bella, tanto cara, ma non produce. Conserva, ed è un peccato perchè rivisitare i luoghi del passato e la nostra cultura è dargli vita altrimenti tutto rimane impolverato e si riduce a paccottiglia da souvenir.

Tuttavia la cultura non sembra tra le priorità di questo paese, non le pare?
Lo dico sempre: il nostro petrolio è proprio la cultura. E bisogna che chi ha la sensibilità per coglierla o produrla sia messo nelle condizioni di trasmetterla. Questo non sempre accade.
(febbraio 2014)

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