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Scienza e ricerca

Jonathan Kingdon, lo scopritore dell'Homo Naledi

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Incontri al Muse

E' stata un’occasione unica per conoscere i dettagli di una tappa cruciale raggiunta dalla paleontologia contemporanea: la scoperta dei resti fossili di Homo Naledi. La nuova specie è stata rinvenuta in Sudafrica, in un luogo particolarmente impervio, una grotta a una cinquantina di chilometri da Johannesburg.

L’eccezionalità del ritrovamento è data dalla grande quantità di elementi fossili presenti, più di 1.500, appartenenti ad almeno 15 esemplari diversi.  La sua scoperta aggiunge un ulteriore tassello alla teoria che lega le origini dell’uomo al continente africano.

Jonathan Kingdon è stato fra i primi a postulare il Sud Africa quale possibile luogo di origine del genere Homo. Ne ha parlato al MUSE nel corso della conferenza  "L’Africa negli occhi di chi guarda: osservare ed esplorare la natura".

L'Homo Naledi era alto un metro e mezzo, aveva un cervello minuscolo, ma forse seppelliva già i morti: le sue caratteristiche hanno convinto gli studiosi a ricomprenderlo nel genere di cui noi stessi facciamo parte. Al MUSE Kingdon porterà la prima replica del cranio, della mano e del piede di Homo Naledi, nostro antichissimo antenato.

Il prof. Kingdon è autore di una guida ai mammiferi africani (The Kingdon Field Guide to African Mammals), con più di 650 illustrazioni realizzate con rigore scientifico, amore per i dettagli e poesia, è diventata la bibbia per tutti gli appassionati di fauna. Lui è infatti il più grande illustratore vivente di fauna africana, ma anche un autorevole riferimento nell’ambito della biologia evoluzionistica e della biogeografia della straordinaria biodiversità di questo grande continente.

Nato nel 1935 in Tanzania, Jonathan Kingdon, è ricercatore associato all’Università di Oxford. I suoi studi partono dalla diversità e evoluzione dei mammiferi in Africa per abbracciare altri ambiti, dalla comunicazione animale all’evoluzione umana. L’interesse per la sua ricerca e la sintonia su alcuni temi, in particolar modo quelli che si ricollegano alla Tanzania, terra natale di Kingdon dove il MUSE opera con progetti di ricerca e monitoraggio ecologico, è stata l’occasione per avvicinare l’artista e aprire un confronto, sfociato dapprima nella mostra "Ex Africa" e ora in questo nuovo momento di dialogo con il pubblico.

La conferenza, introdotta da Francesco Rovero della sezione di biodiversità tropicale e moderata da Osvaldo Negra, entrambi del team MUSE e curatori della mostra "Ex Africa" si è svolta lo scorso 9 dicembre.
Trento, 16 dicembre 2015

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L'UNIVERSO A RITMO JAZZ
di Mirko Pedrotti

Un concerto che ha richiamato  tanta gente e che ha unito la musica jazz ad una suggestiva lezione scientifica sul bosone di Higgs, il fenomeno fisico per cui le particelle elementari hanno acquisito la massa nell'Universo primordiale. Grazie alla sua scenografia interattiva e multimediale offerta dalla mostra "Oltre il Limite"  il pubblico accorso al Muse ha potuto ascoltare due musicisti di prima grandezza - il duo Fresu / Petrella - ed ha potuto provare l'esperienza di ascoltare il rumore dell'universo.
Ognuno delle oltre 500 persone indossava la cuffia per ascoltare in simultanea la musica e le spiegazioni scientifiche sullo Spazio. Una serata magica e uno spettacolo di musica e scienza, con la prima a tentare di evocare lo spazio, e la seconda a spiegare come la comunità scientifica ha cercato in questi anni di sentire il rumore dello spazio.

Interagendo con il pubblico i due musicisti hanno giocato e sperimentato elettronicamente confezionando un concerto interessante e presentando una scelta di brani musicali attraverso i quali il suono degli ottoni diventava occasione per esplorare l’Universo cosmologico.
Con la musica jazz  a fare da file rouge fra astronomia, fisica e scienza, ha preso corpo una vera e propria performance multimediale: un concerto per tromba e trombone con l’aggiunta di strumentazione elettronica, intervallato da interventi scientifici e accompagnato da animazioni multimediali ed immagini legate ad eventi astrofisici di forte impatto visivo.

I due artisti non sono nuovi ai progetti a cavallo tra arte e scienza. Nel 2009 il jazzista sardo ha partecipato a un progetto singolare, “Etica e genetica”, sulle analogie tra jazz e Dna, basato sull’intuizione di uno scienziato americano che vedeva nella struttura del Dna un canovaccio armonico simile a quello del jazz.  
“Il jazz, per quanto sia musica improvvisata, ha una struttura importante” racconta Fresu “Si improvvisa all'interno di una griglia molto rigorosa. Il legame con la scienza però va oltre, investe l'acustica, la qualità dell'aria che fa muovere il suono. La musica guadagna molto quando la scienza si mette al suo servizio, probabilmente però anche la musica dà un contributo alla scienza. Sicuramente il jazz, se vogliamo parlare di ‘ricerca', è una delle musiche che ‘cerca' di più. È una musica che si guarda intorno, indaga, sviluppa, costruisce e prende direzioni diverse che poi confluiscono in una”.

La serata è stata organizzata da MUSE Museo delle Scienze, INFN Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, con il sostegno di Agenzia Spaziale Italiana, Agenzia Spaziale Europea, CERN, la collaborazione di Fondazione Bruno Kessler e Università di Trento. Sponsor: Despar.  Sponsor tecnici: cantine Ferrari, PerBacco, Grand Hotel Trento e LEM Torino.
Trento 10 dicembre 2014

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