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Arte e cultura

Frida Kahlo, storia di un amore

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Lui, lei, l'arte

di Novella Benedetti - La mostra allestita a Genova  “Frida Kahlo e Diego Rivera” ha riscosso un grande successo: i visitatori sono stati oltre 125.000 una media
di 850 persone al giorno. Forse è stato proprio questo l'unico neo: c’erano talmente tante persone ad affollare le sale che non si riusciva a godere appieno delle opere.

La mostra inaugurata a Palazzo Ducale nel settembre 2014 fino allo scorso 8 febbraio 2015 ha portato per la prima volta in Italia 130  opere dei due artisti.

Se Diego Rivera è stato un protagonista del suo tempo, oggi ci si ricorda di più di Frida. Di lei si è detto tutto ed il contrario di tutto: che era bella, che era brutta, che era più in gamba di suo marito Diego, che lui era più famoso di lei, che in realtà erano complementari e per questo non riuscivano a stare separati nonostante i numerosissimi tradimenti e vicissitudini (tra cui un divorzio, salvo poi risposarsi un anno dopo).

Nelle sue opere è presente uno struggimento, un senso di solitudine ed un desiderio di amore che la rendono universale – al contrario di Diego, impegnato nella rivoluzione e negli ideali di sinistra tipici del suo tempo ma che ormai sono tramontati. L'esposizione ripercorre il destino della coppia, per certi versi opposto: dai dipinti alle foto, passando per gli abiti tradizionali di Frida ed il corsetto di gesso che portava, e su cui aveva disegnato falce e martello sopra il feto dell'aborto che aveva subito.

Si esce dalla mostra con tante domande sull'amore e sul dolore e ben poche risposte. Cosa farebbero gli artisti, ma anche l'essere umano in generale, senza il dolore? Se Frida non avesse dovuto vivere tutte le disavventure che le sono toccate, sarebbe stata un'artista oppure il suo destino avrebbe preso un'altra piega? Davanti ad alcune opere la sottile linea che separa la “normalità” dalla follia sembra non essere stata oltrepassata solo grazie all'arte, attraverso cui Frida riusciva a rielaborare il proprio vissuto. La maggior parte dei dipinti sono autoritratti, un modo per interrogarsi (e contestualmente interrogare lo spettatore) attraverso una serie di simboli, spesso di carattere dualistico.

Così troviamo ad esempio fuoco e gelo, sole e luna, simbolo del maschile e del femminile che non si incontrano mai. Proprio come a tratti è stata la relazione tra Frida e Diego; pensare in questi termini, riducendo le variabili a due polarità, da un lato rende la vita semplice. Dall'altra la complica terribilmente, perché priva le persone della possibilità di cambiare, di trovare un'altra strada, un'evoluzione che porti a superare la situazione di stallo. Immobile nei suoi ritratti, Frida appare così: appassionata e sofferente, ferma nel suo dolore, fisico ed emotivo.

Considerando i tre aborti che ha subito, quanto avrà pesato nella sua vita il non poter essere madre – e, per estensione, quanto pesa nella vita di una donna il non poter avere figli? Non perché sia per forza necessario diventare madri, ma perché un conto è deciderlo in tutta libertà e consapevolezza – ben altra cosa quando è il fisico ad imporlo. Il tuo corpo, su cui non puoi avere il controllo che pensi, o speri, o ritieni dovresti, avere.

Donna appassionata, innamorata forse dell'idea dell'amore e dell'idea che aveva di Diego più che della realtà che aveva davanti a sé, Frida ha amato anche altri uomini ed altre donne. Non con la stessa intensità con cui amava Diego, ma li ha amati e ne ha conservato lettere, disegni, fotografie, memorie.

Il primo museo a indagare il rapporto d'amore tra Frida Kahlo (1907-1954) e Diego Rivera (1886-1957) era stato l'Orangerie con la mostra dedicata alla mitica coppia e un progetto inedito che consisteva nel presentare assieme le opere di questi due artisti, come per confermare l'impossibilità del loro divorzio, che fu pronunciato nel 1938, ma che venne rimesso in discussione dopo appena un anno di separazione.

A Parigi, la mostra (curata da Marie-Paule Vial, direttrice del museo dell'Orangerie, l'italiana Beatrice Avanzi, conservatrice del museo d'Orsay (già al Mart di Rovereto), Leïla Jarbouai, conservatrice del museo d'Orsay e Josefina García, direttrice delle collezioni di Museo Dolores Olmedo, México), aveva dimostrato l'universo artistico di questi due straordinari personaggi, tanto diversi e complementari al tempo stesso.

Ad unirli furono l'attaccamento comune e viscerale al Messico, il loro paese d'origine, con i temi della  vita e della morte, della rivoluzione e della religione, del realismo e misticismo, tra operai e contadini che prestiti eccezionali (provenienti dal Museo Dolores Olmedo) hanno consentito di cogliere in tutta la loro vibrante sensualità.




> ESCLUSIVO - Intervista a Beatrice Avanzi
 

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