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Donne ai vertici? Sì, ma...quando?

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Mercato del lavoro orfano

Come mai, a fronte di una scolarizzazione femminile che nel 2012-2013 ha superato quella maschile in quantità e anche in qualità, gli stipendi e i compensi delle donne sono ancora del 30% inferiori rispetto a quelli percepiti dagli uomini? Come mai in tutto i Paesi europei l'occupazione femminile è sempre stata costantemente in crescita, in Italia dopo una iniziale crescita, le donne occupate hanno cominciato a diminuire?
In Italia l' occupazione femminile è al 101esimo posto su 136 Nazioni. Il Parlamento  con le quote di genere nei cda delle aziende quotate in borsa, tenta di arginare il problema mna non basta.

Ne hanno discusso a Trento Giulia Bongiorno, celebre avvocato penalista che si occupa anche di economia e di sport; Cristina Scocchia, amministratore delegato de L'Oreal Italia; Anna Maria Tarantola, presidente della Rai-Radiotelevisione Italiana; Barbara Stefanelli, vicedirettrice del Corriere della Sera; Daniela del Boca, docente di economia all'Università di Torino e  Sara Ferrari, assessora provinciale con competenze anche sulle pari opportunità. Con loro anche una voce maschile: Massimo Fasanella D'Amore, ingegnere con un'importante esperienza manageriale in PepsiCo.

Il mondo del lavoro non può fare a meno della visione femminile è stato detto, un pensiero che per la verità ha fatto capolino in ogni edizione del festoval. Rompere quel soffitto di vetro che ingabbia l'economia, la politica, la società intera in una disuguaglianza di genere  è insomma urgente.

"Sono le donne che devono innanzitutto convincersi di poter raggiungere da sole posizioni di vertice. Tutto ciò non è solo una questione di uguaglianza, ma anche di crescita che le donne possono aiutare ad aumentare" afferma Anna Maria Tarantola.

"La prima donna che si laureò in giurisprudenza - ha esordito Giulia Bongiorno, - visse nella seconda metà del Settecento: questo per dire che oggi si arriva a parlare di quote, perché da secoli abbiamo vissuto esperienze di discriminazioni e di esclusioni. Le quote rosa sono il risarcimento minimo al quale tutte noi abbiamo diritto. La mia esperienza personale insegna che per me ci son voluti anni di lavoro negli studi di avvocati continuamente scambiata per una segretaria, prima di poter far valere la mia professione anche contro un mondo di pregiudizi. Io sono favorevole, quindi, alle quote rosa, ma a due condizioni: che il provvedimento sia a tempo limitato, che tutte noi ci facciamo trovare pronte. Quote rosa, allora? io parlerei di quote fucsia, ma don don ne di valore!"

Quote rosa allora? "Non possono diventare l'alibi per non cambiare nulla - sostiene Massimo Fasanella D'Amore - Le grandi aziende sanno che la diversità favorisce la competitività e quindi il problema non si pone. Quote rosa per cambiare la mentalità, quindi, per progredire e per cambiare".

Sara Ferrari vede nelle quote rosa uno strumento per far emergere le esperienze, le competenze e le capacità che anche le donne possiedono e sanno mettere a disposizione.

Cristina Scocchia, per parte sua s'è detta favorevole alle quote, perché far emergere il talento femminile è innanzitutto un problema economico. Nessuna azienda può fare a meno dell'apporto che può dare l'altra metà del mondo. Certo, però, che le quote non possono diventare la regola, perché nel lungo periodo il talento non può essere imposto".

Per rompere finalmente il soffitto di vetro è necessario un vero cambio di cultura, come ha ribadito Anna Maria Tarantola, "un mutamento epocale che consenta agli uomini e alle donne di dare il meglio di sé per il bene di tutti".

Daniela Del Boca si è invece augurata che i provvedimenti del nostro governo vadano nella direzione della diminuzione dei costi del lavoro per favorire così l'occupazione femminile (e anche giovanile).

Cristina Scocchia chiede invece alle aziende di fare la loro parte, impegnandosi ad esempio a puntare sulle donne per avere un effettivo aumento della produttività: "Perché in Italia è così difficile? Due sono gli ostacoli: il primo è un impedimento culturale che obbliga ad esempio le donne a essere più impegnate degli uomini; il secondo riguarda un rinnovamento del sistema normativo che incentivi l'uso delle tecnologie e il lavoro flessibile per rendere più umani i ritmi e i carichi di lavoro".

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