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Viaggi

Il paradiso di Okinawa

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di Novella Benedetti

Non sempre i turisti internazionali riescono a trovare il tempo per visitare Okinawa, una delle isole dell'arcipelago giapponese. Per arrivarci ci sono comodi voli interni da Tokyo, realizzati da operatori low cost simili a quelli a cui siamo abituati in Europa; ci si impiega circa due ore e mezza a raggiunge Naha, la città principale. Okinawa fa parte delle isole Ryūkyū; si tratta di isole abitate dalla minoranza Ryūkyū, che ha una cultura e una lingua che differiscono da quella giapponese standard e che nel tempo è stata fortemente influenzati dalla cultura della vicina Cina.

L'isola è il luogo più povero del Giappone. Qui, oltre alla diversità della cucina, si ammira la natura: le spiagge con acqua cristallina e anche un imponente acquario, chiamato Churami. Al suo interno, la seconda vasca più grande del mondo, il Kuroshio Sea: è larga 35 metri, lunga 27 e profonda 10, con una parete di vetro di un metro e mezzo di spessore per contenere i 7.500 metri cubi d’acqua dove vivono 60 differenti specie di pesci.

 In un certo senso Okinawa ricorda la Sardegna: si vive a lungo (dopo la Sardegna è il posto più longevo al mondo); offre panorami mozzafiato; ha una cultura propria; e purtroppo, numerose basi militari statunitensi.

Andando indietro nella storia del Giappone fino alla seconda guerra mondiale, c'è stato un avvenimento in particolare che ha segnato questo posto: il combattimento del 7 settembre 1945, dove sono morti 75.000 soldati giapponesi, 150.000 civili e 12.500 soldati statunitensi. Da questo momento l'isola è rimasta sotto il controllo formale degli USA fino al 1972, quando è stata restituita al Giappone. Le basi però sono rimaste; come accade anche in Italia, i militari che commettono crimini non possono venire processati dal Giappone.

I locali raccontano vari episodi di stupri a mano dei soldati, che hanno contribuito all'inasprimento delle relazioni. I due popoli – ryūkyū e statunitensi – vivono gli stessi spazi, ma in universi paralleli che non si toccano mai. Si costruiscono case per i locali, e case per gli stranieri; già questo è significativo, perché la casa giapponese è veramente diversa da quella occidentale – sia nella concezione degli spazi, che nei mobili. In primo luogo, le case giapponesi sono piccole.

All'entrata c'è uno spazio dove lasciare le scarpe. Gli ombrelli si lasciano direttamente fuori dalla porta, e sono tutti uguali: semplicissimi, grandi, bianchi oppure trasparenti. All'entrata di negozi e supermercati regalano delle lunghe buste di plastica dove infilarli, in modo da non sporcare il negozio se fuori piove. Nella maggior parte dei casi le porte sono scorrevoli; per quanto riguarda il bagno, hanno due stanze: una per wc e lavandino, una per lavandino e doccia.

Prima di entrare nella doccia vera e propria c'è uno spazio aperto con rubinetto doccia e filtro nel pavimento dove far colare l'acqua; qui ci si risciacqua prima di entrare di lavarsi, che è un secondo step. Per quanto riguarda i wc, sono collegati ai lavandini; quando si tira l’acqua, questa prima passa dal rubinetto, così ci si può lavare le mani. Successivamente finisce nel wc, in modo che viene recuperata e se ne spreca meno. Poi naturalmente c'è tutto quello che vediamo nei film: tatami, futon su cui dormire, tavolini bassissimi su cui mangiare seduti a gambe incrociate sul pavimento.

Niente a che vedere con le case degli occidentali che costruiscono su misura per gli statunitensi: dimensioni gigantesche, mensole e scaffali alti, frigoriferi enormi.

Le basi sono tante e portano risorse economiche importanti: basti pensare che in un'isola di 2.265 km quadrati ed una popolazione di 1.345.000 persone ne esistono 32, che in totale occupano circa il 20% del territorio. Questo contribuisce a creare un'atmosfera di contrasto: da un lato basta sdraiarsi sulla spiaggia, guardare il cielo azzurro, e dopo poco...passerà un caccia militare sopra le nostre teste. Dall'altro, la tenerezza nello stare sull'isola e veder scorrere la vita delle persone locali che la abitano.

Nel villaggio di Ishikawa ad esempio, tutti i giorni alle 12:30 ed alle 17:30 viene mandato un annuncio con il megafono: una voce femminile segnala ai bambini che è finita l'ora di giocare, ed è arrivato il momento di tornare a casa per mangiare.

febbraio 2015 - testi e foto di Novella Benedetti
riproduzione riservata

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