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Arte e cultura

Palazzo Pitti, offerta culturale unica

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di Daniela Ferrari*

(Firenze 3 gennaio 2015) - La sollecitazione visiva e culturale a 360° che viene offerta nelle esposizioni permanenti e temporanee a Palazzo Pitti è tale da farci comprendere come sia serrato l’intreccio tra arti maggiori e minori e quanto esso sia stato straordinario in alcuni momenti della storia dell’arte e dell’artigianato italiano, quando si perseguiva l’obiettivo di “adornare edifici o vesti in armonia con la maggiore raffinatezza, con le più larghe esigenze della vita quotidiana, con il senso di decoro e con l’orgoglio legittimo dei popoli”.

Questa complessità così ben sintetizzata nelle parole di John Ruskin si completa in questo successivo passaggio tratto dalle sue Mattinate fiorentine, quando descrive la nascita dell’arte pubblica e delle specifiche maestranze: “… in breve tempo, in conseguenza dello sviluppo delle loro arti, nacquero manifestazioni ancor più raffinate. Avvenne così che il tessitore si completò con il ricamatore, il fabbro con l’armaiolo, l’orefice con il gioielliere. Il carpentiere con l’ingegnere, il maestro di muro o il lapidario con l’architetto, con lo scultore e con il pittore”.

È questa sensazione di completezza e complementarietà delle arti che si respira nelle ampie e fastose sale di Palazzo Pitti, già residenza dei Medici, dei Lorena e dei Savoia - nel periodo di Firenze capitale d’Italia - ed oggi una delle sedi del Polo museale fiorentino che conserva preziosissime raccolte di dipinti e sculture, oggetti d’arte, porcellane, argenti, gioielli, abiti e tessuti, e comprende l’impareggiabile giardino di Boboli, capolavoro del manierismo italiano.

Come se sfogliassimo, ad ogni passo e a ogni cambio di punto di vista, un manuale di storia dell’arte italiana, percorriamo quindi le sale di Palazzo Pitti e le mostre che ci offre in questi primi mesi del 2015, iniziando in ordine cronologico e partendo quindi dalla magnificenza della Galleria Palatina.

Ci lasciamo subito sorprendere dalla più ricca raccolta di capolavori di Raffaello, tra cui i ritratti di Agnolo Doni e Maddalena Strozzi, della Velata, e le sue Madonne, denominate della seggiola e del granduca. Di Tiziano colpiscono gli sguardi del Ritratto virile, del suo Pietro Aretino e della dama detta La Bella. Di capolavoro in capolavoro, si rimane quasi sopraffatti da tanta ricchezza. Lo struggente e cupo Amore dormiente di Caravaggio, realizzato mentre l’artista è in fuga rifugiato a Malta, ci narra di un artista che ha ormai perduto la speranza del perdono papale e le Giuditte di Artemisia Gentileschi e di Cristofano Allori trasmettono un’arditezza femminile insospettabile per i primi anni del 600.

A corredo di un percorso espositivo che quasi stordisce tanti sono i magnifici ritratti che guardano impassibili verso di noi appesi alle pareti su più livelli, secondo le consuetudini allestitive antiche, nella sala delle Nicchie è organizzata la mostra Ritratti di paesi, mari e città, che intende valorizzare il patrimonio di dipinti conservato nei depositi seguendo il filo conduttore della raffigurazione territoriale nelle mappe, nelle carte geografiche e nelle vedute sia a tema storico che paesaggistico tout court.

Ed ecco scene di battaglie, come quelle del pittore fiammingo Jan van der Straet detto Giovanni Stradano che illustrano il trionfo dei Medici, o quelle di Willelm van de Velde il vecchio: scenari di conflitto e vittoria particolarmente interessanti in un anniversario di amara celebrazione della Grande guerra che impone a noi tutti di guardare all’orrore nella sua dimensione storica, proiettandolo nell’atrocità del presente e di riflettere inoltre su come la topografia della guerra sia stata da sempre tema di rappresentazione.

Nelle sale della Galleria d’arte moderna è esposta l’arte più vicina a noi, a partire dall’Ottocento, ed anche in questo caso la collezione permanente dialoga con le esposizioni temporanee. Accanto ai capolavori di Canova, Hayez, Lega, Fattori, Corcos, Klinger e Medardo Rosso (solo per citare alcuni nomi), Palazzo Pizzi offre la mostra Luci sul ’900, focalizzata sul centenario della sua fondazione lungo l’arco cronologico 1914-2014 e dedicata alle collezioni novecentesche possedute dal museo, puntando quindi l’accento su dipinti meno esposti che restituiscono una ricca storia di donazioni e acquisti.

Emerge fin da subito la necessità di maggiori spazi espositivi per poter rendere costantemente fruibili le opere di Morandi, Carrà, De Chirico, Casorati, Severini, De Pisis, Donghi, Conti e dare così una continuità nel racconto della storia dell’arte otto-novecentesca che, come è noto, privilegia la raccolta di capolavori macchiaioli, un vero fiore all’occhiello della collezione. Fu del resto proprio il critico Diego Martelli, sodale del movimento macchiaiolo, a evidenziare la necessità che anche a Firenze, come già a Roma e Venezia, vi fosse una Galleria che presentasse al pubblico le proposte dell’arte moderna. E c’è da augurarsi che questa mostra dia la stura a una costanza espositiva rivolta anche alle forme espressive più contemporanee.

Strettamente connessa alla mostra Luci sul ’900 è quella dedicata alla grafica e intitolata Il colore dell’ombra con un centinaio di opere di autori come Antonio Fontanesi, Gaetano Previati, Adolfo De Carolis, Théophile Steinlen, Eugène Carrière, Käthe Kollwitz. Nel procedere della nostra visita ci si accorge che Palazzo Pitti abbraccia le più diverse manifestazioni della creatività espressiva, estendendo il proprio focus anche alla storia del costume e della moda.

Nelle sale destinate alla Galleria del Costume, dove si viene catapultali nello sfarzo e nella cura del dettaglio attraverso l’allestimento degli abiti e degli accessori di alcune protagoniste del ’900 da Eleonora Duse a Patty Pravo, è allestita una mostra dedicata alle creazioni del costumista teatrale e cinematografico Piero Tosi che collaborò con grandi registi come Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Franco Zeffirelli e Pier Paolo Pasolini.

Gli abiti di scena esposti nella sala da ballo sono parte della donazione del sarto teatrale Umberto Tirelli avvenuta nel 1986 che comprende i costumi per personaggi come Medea interpretata da Maria Callas nel film di Pasolini, o Elisabetta d’Austria interpretata da Romy Schneider nel film Ludwig di Visconti. Dalle sete ai damaschi, dai ricami preziosi su tessuto ai ricami preziosissimi nelle sottili trame dei gioielli della Fondazione Buccellati che illustrano 100 anni di arte orafa attraverso le creazioni di Mario e Gianmaria Buccellati.

Questo affondo espositivo su due maestri assoluti delle cosiddette “arti minori”, ci proietta all’indietro nel tempo e ci consente di comprendere con più pienezza il primato della maestria orafa italiana fiorita nel Rinascimento con Benvenuto Cellini alla cui tradizione guardò Mario Buccellati definito da Gabriele d’Annunzio il ‘Principe degli orafi’. Tra i pezzi esposti spiccano per prestigio i bracciali, le spille o la tiara, lavorati a ‘tulle’ o a ‘nido d’ape’, segno distintivo di Casa Buccellati. Ancora abbagliati dalla luce dei brillanti e delle pietre preziose, incastonati finemente nei gioielli dai trafori impalpabili, termina il nostro viaggio a Palazzo Pitti lungo un percorso che ha saputo farci assaporare il valore di tutte le arti e che tutte le arti è riuscito a far dialogare fra loro.

Quello che Firenze con i suoi musei riesce ancora a donare – anche passeggiando senza una meta precisa per le sue vie e nonostante la visibile usura che ogni giorno subisce, assaltata da fiumane di turisti, come accade del resto a ogni città italiana che è opera d’arte a cielo aperto – è l’illusione di mostrarci ancora alcuni anfratti o scorci con la stessa autenticità che colsero gli occhi del viaggiatore ottocentesco, alla scoperta di una bellezza assoluta di cui solo la cultura dell’arte può renderci partecipi.

Ma se c’è un po’ di verità nella massima di Goethe che recita “la bellezza è negli occhi di chi guarda”, non va sottovalutato che la percezione del Bello, quella che sa elevare gli animi e inorgoglire di fronte all’eccellenza dell’arte e alla maestria dell’artefice, dipende in primo luogo dalla consapevolezza e dalla capacità di riconoscere la bellezza, conquistabile attraverso gli strumenti che ci sono stati dati a scuola, fin da bambini, nelle lezioni di storia dell’arte oppure nelle visite nei musei, meglio se corredate da una didattica mirata.

*Daniela Ferrari è storica dell'arte
(riproduzione riservata)

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