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Arte e cultura

Piero Manzoni, storia di un provocatore

Piero Manzoni, storia di un provocatoreFOTO_MANZONI_Scultura_vivente_1961.jpgMANZONI_ID_49._Alfabeto_inchiostro_e_caolino_su_tela_1958.jpgMANZONI_ID_64._Linea_m_7200_cilindro_zinco_fogli_piombo_1960.jpgusa_questa.jpgMANZONI_ID_179._Merda_dartista_n.07_scatoletta_latta_carta_stampata_1961.jpgManzoni.jpgManzoni_2.jpgManzoni3.jpg
di Corona Perer

Cinquant'anni fa (era il 6 febbraio del 1963) veniva trovato morto, nel culmine della sua attività e consacrazione artistica, Manzoni. Era nello studio di Via Fiori Chiari a Milano. Per i più è passato alla storia per una scatoletta per conserve del diametro di sei centimetri, sigillata. In realtà molte altre provocazioni di Manzoni furono di grande e sottile ironia. Ma quella fu certamente dirompente. Vi era apposta un’etichetta a stampa, con la scritta in stampatello maiuscolo “Piero Manzoni" e sovraimpressa in italiano, inglese, francese e tedesco la dicitura “Merda d’artista. Contenuto netto gr 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961”.

Sul coperchio la scritta “Produced by” precede la firma autografa, che è seguita dalla numerazione progressiva delle singole scatolette. L’etichetta della parte inferiore reca stampato “Made in Italy”. Provocazione e polemiche furono solo un accessorio posteriore. 

Milano gli ha reso omaggio con una mostra che ha raccontato "anche questo" episodio, ma soprattutto con rigore scientifico e forte impatto visivo, espone gli esemplari più importanti di tutte le sue invenzioni, attraverso le quali ha scardinato il modo di operare artistico nella seconda metà del Novecento e imposto la sua personalissima visione del mondo.

"Piero Manzoni 1933-1963" allestita al Palazzo Reale (fino allo scorso giugno) è stata dedicata a  uno degli artisti più geniali, innovatori e controversi del XX secolo, nato a Soncino nel cremonese e morto a Milano nemmeno trentenne, nel 1963. A Milano agì da protagonista della stagione di maggior fervore del secondo dopoguerra, ponendosi a fianco di un maestro come Lucio Fontana e agendo da referente primario della neoavanguardia europea, tra la Francia di Yves Klein e la Germania del gruppo Zero, l’Olanda del gruppo Nul e la dimensione cosmopolita di Nouvelle Tendance.

Mezzo secolo è trascorso dalla sua scomparsa precoce, e il riconoscimento internazionale di Manzoni è un fatto compiuto nonostante la ricchezza problematica che questo artista pose al mondo dell'Arte e che è stata documentata da oltre 130 opere, selezionati dai curatori Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo in collaborazione con la Fondazione Piero Manzoni. E' stato esposto anche un notevole apparato di materiali documentari originali: manifesti, fotografie, cataloghi, lettere integra il percorso espositivo, restituendo il clima fervido a cavallo tra anni '50 e '60, quando la città è già una delle autentiche capitali culturali europee. A Palazzo Reale sono esposti anche i quadri di cotone.

L'artista è stato proposto un filmato con documenti inediti che costituiscono rarissima testimonianza d’immagini registrate dell’artista in alcune tra le sue più note azioni creative, come le uova segnate dalla sua impronta digitale destinate alla Consumazione dell’arte o le persone firmate come Sculture viventi. Genialmente radicale, Manzoni viene raccontato dagli esordi in area postinformale alla concezione degli Achromes, dalle Linee alle Impronte, dal Fiato alla Merda d’artista, dal coinvolgimento del corpo fisico vivente nell’opera alla dimensione totalizzante dell’esperienza estetica di progetti come il Placentarium.

Manzoni presenta le sue prime creazioni a Cremona nel 1956 e subito viene definito "surrealista" dalla stampa locale. Sin dall'inizio  la cosa che gli importa maggiormente è essere Artista. Si confronta con Yves Klein con i suoi monocromi assoluti e immateriali, Lucio Fontana con i suoi fori sulla superficie e frammenti di vetro applicati alla tela, Alberto Burri con i suoi sacchi di juta, Conrad Marca-Relli con i suoi collage-paintings, Mimmo Rotella con i suoi manifesti murali strappati, Antoni Tàpies, punta di diamante di questa tendenza. Dai primi quadri scuri fortemente materici con impasti di olio, catrame, smalto e oggetti come sassi e chiavi concepiti senza titolo, Manzoni evolve poi verso quadri bianchi con rilievi plastici e ombre, con stesure grumose di gesso spatolato che poi definirà Achrome, di cui sono in mostra alcuni esempi fondamentali. Mentre produce la serie degli Achrome, Manzoni esplora la pratica di segni di codice fortemente connotati. Sono lettere alfabetiche maiuscolo, tracciate con dime metalliche. Verranno poi le sue provocazioni d'artista.
Abbiamo chiesto al curatore Flaminio Gualdoni di spiegarci le intenzioni di questo straordinario artista provocatore per antonomasia.

Quale tipo di rapporto interessa all'artista attivare nel pubblico?
Non si tratta di dover accogliere l’autorità dell’artista. Manzoni costringe a divenire consapevoli che nel nostro rapporto con l’arte opera in generale una specie di idea di sacralità dell’artista per cui è desiderabile tutto ciò che egli fa, a prescindere. Il suo è un meccanismo di svelamento, direi, rispetto a un costume ormai stereotipato nella cultura moderna.

E' corretto dire che quello sferrato da Manzoni fosse un sinistro in piena faccia all'intero mercato dell'arte?
Non credo che il tratto saliente di Manzoni sia l’antagonismo. Piuttosto opera per dissoluzioni lucide – e la loro parte ironiche – di luoghi comuni. E il suo bersaglio è l’idea diffusa e banalizzata dell’arte, più che il mercato in quanto tale: esso è un sintomo, niente di più.

Si potrebbe anche pensare che Manzoni avesse in scarso conto il pubblico, di cui pare prendersi gioco?
Manzoni non si prende mai gioco del pubblico. Pone questioni radicali, costringe a interrogarsi, perché si muove sempre fuori dai codici confortevoli della fruizione: di fronte a un Manzoni non ha senso neppure chiedersi se sia bello o no. In compenso, ci si deve porre la domanda a proposito di cosa ci si aspetta da un’opera d’arte. È un piano del tutto diverso, e non eludibile.

Le Uova soda e l'impronta digitale dell'artista su di esse - invece - cosa volevano dire?
Nel 1960 Manzoni offre una risposta folgorante: “Non c’è nulla da dire: c’è solo da essere, c’è solo da vivere”.

Il pubblico venne invitato a consumare centocinquanta uova. Quale era il meccanismo concettuale che interessava all'artista?
Le uova sode erano “consacrate” – uso l’espressione di Manzoni – dalla sua impronta, dunque in qualche modo erano reliquie della sua corporeità e partecipavano del carisma dell’artista. Ingurgitarle comportava dirsi anche che non necessariamente un’opera è fatta per i secoli, ma ha un’esistenza contingente come l’umana. Soprattutto, considerare che si diveniva a qualche titolo compartecipi della vita fisica dell’opera, e a propria volta un po’ opere d’arte: non spettatori, dunque, ma un’altra cosa. Manzoni pone domande, appunto, sempre.

Manzoni è dunque un innovatore, alla stregua di Duchamp. L'arte contemporanea oggi è accusata di apparire spesso fine a se stessa. Che direbbe Manzoni al riguardo? E che direbbe sull'autenticità. Cosa può essere un'opera d'arte autentica?
Manzoni è certo uno dei pochi veri prosecutori del pensiero e dell’azione di Duchamp. Un grande problema dell’arte contemporanea è, per usare un’espressione arguta di Dwight MacDonald, che “i trucchi dada sono ora diventati le offerte serie di quella che si potrebbe definire la lumpen-avanguardia”.
Il problema di Manzoni non era di recitare l’avanguardia, ma di avere un pensiero forte e lucido intorno all’arte e alle sue pratiche. Del resto gli importava poco.

Ci furono altre provocazioni meditate ma non realizzate?
Nel 1962 Manzoni redige un testo intitolato Alcune realizzazioni - Alcuni esperimenti - Alcuni progetti in cui affianca alle opere realizzate anche la descrizione sintetica di progetti mai approdati all’opera: la cosa straordinaria e che vi si legge una tensione di pensiero unica e costante, nel raccontare il fatto come il non fatto.

Con l'occasione Skira ha dato alle stampe a sua firma la Breve storia della Merda d'artista. Quale fu la vera intenzione dell'artista?
Fondamentale è che i 30 grammi di “merda d’artista” dovevano essere pagati 30 grammi di oro zecchino. Se si trascura questo punto l’opera è facilmente equivocabile: così, invece, è un cortocircuito tra ciò che consideriamo il massimo del disvalore, la merda, e ciò che consideriamo il simbolo del valore per eccellenza, l’oro. Di nuovo Manzoni pone domande: sul corpo e il corpo artistico, su cosa sia valore e cosa no, eccetera.

Promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Skira editore, la mostra Piero Manzoni 1933-1963  ha chiuso nel giugno scorso. Skira editore, ha pubblicato anche il catalogo  (con testi di Flaminio Gualdoni, Giorgio Zanchetti, Francesca Pola, Gaspare Luigi Marcone) e il saggio  “Breve storia della merda d'artista” nella collana MiniSaggi.

(C.Perer - aggiornamento pagina: 9 luglio 2014)






< nella foto:  i curatori Flaminio Gualdoni
e Rosalia Pasqualino di Marineo

 

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