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Foibe, tragedia orfana

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storie dimenticate

Se si cerca la definizione di Foiba sul dizionario Treccani, si può leggere "In geografia fisica, tipo di dolina; in particolare, nella regione istriana, grande conca chiusa (derivante da doline fuse assieme) sul cui fondo si apre un inghiottitoio. Vedi anche infoibare".

Per la geografia le foibe sono una forma particolare del territorio, per certi aspetti una caratteristica imperfezione, niente di più. Ma la storia, invece, ha assegnato loro un altro compito: quello di silenziose e, loro malgrado, conniventi custodi di un passato di sangue ancora senza riconoscimento. Di un oblio, forse voluto per l'incapacità di fare i conti con gli errori e le tragedie di un passato troppo recente e troppo vicino.

Perché se ci si addentra nel verbo derivato, "infoibare", si scopre che qualcosa comincia a parlare d’altro: "Gettare in una foiba, e più in particolare ammazzare una persona e gettarne il cadavere in una foiba, o farla morire gettandola in una foiba (il verbo è nato e si è diffuso alla fine della seconda guerra mondiale)." Ecco, ci siamo. Quelle parentesi, quasi nascondessero qualcosa di minore e insignificante, sono invece un segno, pesante e potente, della Storia.

Per molte persone, intere città, quel verbo e quelle parentesi richiamano a dolorosa e imperitura memoria soprattutto questo: il simbolo tragico di un genocidio, il ricordo della più grande persecuzione avvenuta contro Italiani in tempo di pace e che spinse molti di loro all'esodo forzato. In tempo di pace, sì: perché molti di quegli assassini furono compiuti quando la seconda guerra mondiale era ormai terminata e l'Italia, uscita annientata dal conflitto, aveva dovuto cedere Fiume, l'Istria e la Dalmazia alla Jugoslavia di Tito che diede inizio a un periodo di terrore su base etnica.

Vittime, sparizioni notturne, soprusi che terrorizzarono i cittadini, puniti solo per essere Italiani, ex-sudditi di Mussolini e per questo ritenuti complici della sua politica razzista, liberticida, spietata e assassina: maestri, studenti, sacerdoti, postini, donne e giovani… Il disegno del Presidente comunista non risparmiò alcuno, a prescindere dal reale passato politico, disseminando il terrore tra gli Italiani che in massa decisero di lasciare la loro terra diventando esuli in patria.

È ciò che accadde a migliaia di persone (si parla di 350.000) che tra il 1943 e il 1956 salirono su una nave, abbandonarono la patria dei loro avi e ne ammassarono i beni al porto di Trieste. Percorsero l'Italia alla ricerca di una nuova vita ritrovandosi però spesso discriminati, tacciati di complicità con il fascismo e ricevendo, come unica dimora di accoglienza, un campo profughi. Ne furono allestiti oltre 100 in tutto il nostro Paese e l’ultimo fu chiuso solo negli anni '70. 

A un cantautore romano il merito di aver dato vita e voce a quelle storie dilaniate e sepolte, insieme ai corpi, nelle foibe: Magazzino 18 è un libro e uno spettacolo teatrale in cui il brillante e ironico Simone Cristicchi di La prima volta (che sono morto) recupera, ricostruisce e racconta un episodio della nostra storia recente, tragico quanto rimosso. In quel magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste giacciono ammassati i beni di una vita abbandonata al di là del mare: 2.000 metri cubi di masserizie con tanto di nomi identificativi dei proprietari che non sono tornati a riprenderseli.

Forse perché non ne hanno più avuto bisogno; forse perché, vivendo in un campo profughi con coperte al posto delle pareti, non avrebbero avuto un posto in cui riporli; forse perché non ne hanno avuto la forza.

Ricordare, “fare memoria”, come spesso si dice con troppa retorica e poco sentire, è il primo atto di un doveroso mea culpa collettivo per aver trascurato nella Storia ufficiale un pezzo così tragico del nostro passato, di cui ancora possiamo sentire i racconti ma allo stesso tempo distante, perché ammantato e schiavo di fronti ideologici strumentali e inconciliabili.


> foto: il cantautore Simone Cristicchi
ha portato a teatro riscuotendo successo
di pubblico
e di critica la storia dei
profughi dalmati e istriani




Lo dobbiamo a quei morti e a quegli esuli, rei solo di essere Italiani in una terra di confine spartita sulle cartine di un tavolo diplomatico.

E lo dobbiamo ai profughi di oggi: ripercorrere quegli elenchi di date, numeri, violenze, momenti decisivi e incertezze storiche strumentalizzate, non può che riportare direttamente al presente e a tutti quei volti di esuli, esiliati, perseguitati che spesso rifuggiamo come minaccia e che, in realtà, sono colpevoli solo di essere nati dalla parte sbagliata di una mappa.
Arianna Bazzanella

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