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Scienza e ricerca

Il vino di Cana ha enologi istruiti dal Trentino

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Formazione professionale

Tre anni fa il villaggio palestinese di Aboud, vicino a Ramallah, ospitava una piccola cerimonia...trentina: l'apertura di una piccola cantina vinicola nata grazie grazie al contributo del Trentino che con un progetto specifico ha fatto rinascere il vino di Cana.

Quel giorno c’era anche il presidente della Provincia Alberto Pacher, che aveva cominciato a seguire il progetto già all'epoca in cui era sindaco di Trento. Le parole di plauso del rappresentante dell'autorità palestinese in Italia, Ali Rashid e di padre Ibrahim Faltas, frate francescano, già custode della basilica della natività di Betlemme e oggi responsabile economo della custodia di Terrasanta, erano state convinte e piene di soddisfazione

In Palestina, il vino è una tradizione prima dell’arrivo dei romani. A favorire il ritorno della coltivazione della vite e della produzione del vino in queste terre, pur fra mille difficoltà, è stata la cantina salesiana di Cremisan, a Beit Jalla, che ha fatto rinascere, con il sostegno della Fondazione Mach, il "vino di Cana", che sta ottenendo consensi di mercato. Ma bisognava formare anche una nuova generazione di vignaioli.

In questi giorni sono tornati in Palestina gli studenti palestinesi Fadi Batarseh e Laith  Micheal Jamil  Kokaly. Dopo quattro anni di studio in Trentino, sono rientrati nei territori occupati e sono stati integrati nello staff tecnico della cantina che si trova al centro dell’iniziativa di cooperazione internazionale supportata dalla Provincia autonoma di Trento, con la supervisione tecnica della Fondazione Mach e la collaborazione dei Volontari per lo sviluppo internazionale e della Conferenza episcopale italiana.

In questi giorni, tra l’altro, è stato pubblicato sulla rivista internazionale Molecular Biotechnology,  il risultato del lavoro di tesi di laurea svolto dallo studente palestinese Fadi Batarseh  per la realizzazione del quale l’Università di Hebron ha fornito campioni di 43 vitigni tradizionali della Palestina, finora coltivati localmente per il consumo fresco e oggi oggetto di recupero e valorizzazione anche enologica.

Il gruppo di genetica della vite del Centro Ricerca e Innovazione della Fondazione Mach ha analizzato i profili del DNA di questi materiali identificando diverse sinonimie e concludendo che si tratta di 21 diverse varietà di cui solo 8 già descritte nelle banche dati internazionali. E’ la prima volta che viene analizzata la diversità genetica di vitigni provenienti da quest’area geografica di grande importanza storica per la diffusione della viticoltura. 

I due studenti palestinesi sono stati ospitati dal Centro Istruzione e Formazione dove hanno potuto avvalersi di una serie di corsi di introduzione alla vitienologia. In seguito hanno  frequentato, con profitto, il triennio del corso universitario di Viticoltura ed Enologia gestito in interateneo con le università di Udine e Trento.

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