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Persone e idee

Welfare a km.0 - Intervista a Gino Mazzoli

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Creare benessere č possibile

(< a fianco foto di Margherita Vitagliano) - Si chiama Welfare Generativo e significa che gli euro investiti nelle iniziative di sostegno per la parte di cittadinanza più debole, non sono volti soltanto a gestire i problemi e le emergenze, ma anche a produrre le risorse relazionali e finanziarie perchè tali problemi possano essere gestiti in futuro con contributi finanziari decrescenti nel tempo. Attorno al disagio del singolo, si costruisce cioè un progetto.
Cosa serve? Una nuova cultura per la comunità, nuove forme di collaborazione tra soggetti diversi (non solo afferenti all’area del welfare ) e poi occorre valorizzare l’intelligenza pratica della gente comune.
Nasce da questa evidenza il progetto di Fondazione Cassa di Risparmio Trento e Rovereto che ha lanciato un welfare a formula “chilometro zero”.
A chiamarla così è stato Gino Mazzoli psico-sociologo fondatore nel 1999 dello Studio Praxis, società di consulenza, ricerca e formazione nel settore del welfare del Terzo Settore con sede a Reggio Emilia. Intervenuto a Trento per la presentazione di questo progetto che in qualche modo promuove e “re-inventa” il modo di agire nella pubblica amministrazione, ha indicato importanti tracce di lavoro. Mazzoli è un esperto della materia: negli anni Ottanta ha dato vita a una Scuola di Educazione alla Politica a Reggio Emilia, è membro del Comitato tecnico scientifico dell’Osservatorio per l’economia, la coesione sociale e la legalità della Camera di Commercio di Reggio Emilia e  promotore di Spazio Comune, che mette in contatto laboratori, persone e organizzazioni sui temi del welfare. Autore di diverse pubblicazioni (tra cui “C’è spazio per un volontariato dei giovani?” edito nel 2008 e “Piccole imprese globali” del 2009) afferma che nella crisi un’opportunità di cambiamento e di rinascita. E parte da una constatazione: negli ultimi 15 anni non si è solo trasformata la società ma è cambiato l'oggetto di lavoro dei servizi di welfare  che si è profondamente modificato. Bisogna quindi re-inventare nuove forme di stato sociale.
 
Dr. Mazzoli anzitutto quali sono state le trasformazioni sociali degli ultimi anni?

Due essenzialmente: l’evaporazione dei legami sociali (familiari e di vicinato) e la diffusione endemica  della vulnerabilità nel ceto medio: parliamo del 70% della popolazione italiana. Di recente si è aggiunto il crollo delle risorse finanziarie della Pubblica amministrazione.

Il  ceto medio è fragile. Da cosa lo vediamo?
Dalla depressione, che è la malattia più diffusa nell’occidente già a partire dagli anni ’70, ma la percentuale di adulti europei che hanno sofferto di una forma di malattia mentale nell’ultimo anno è stimata intorno al 27%. L’infragilimento del ceto medio a dire il vero aveva preceduto la crisi finanziaria  del 2008-2009 che semmai l’ha solo evidenziato-amplificato.

Quale è stato l'effetto scatenante?
Io direi la cultura bulimica e iper-prestativa dominante che ci induce a comprare, agire, desiderare (beni, diritti, servizi...) in misura molto maggiore rispetto a ciò che è possibile a noi come singoli e come consorzio umano. E chi non riesce a realizzarsi è un fallito, non è “all’altezza”, ha vergogna nel chiedere aiuto quando si trova nel bisogno. Depressione e indebitamento nelle famiglie sono in crescita esponenziale.
 
Ma chi sono oggi i nuovi vulnerabili?

Sono persone in genere proprietarie di un’abitazione, con un titolo di studio che va oltre la scuola dell’obbligo, con un reddito da lavoro e tuttavia spesso con una condizione economica traballante nella  debolezza di reti  parentali e sociali. Ciò produce  uno scivolamento silenzioso verso la povertà, quasi un esodo silente.

Che sentimenti genera questo fenomeno?
Un ri-sentimento verso le istituzioni che diventano per definizione inadeguate. Se negli anni ‘80 la società era composta da 2/3 di cittadini benestanti, oggi  abbiamo una nuova società di 2/3 di persone vulnerabili. È questo oggi il principale problema del  welfare, ma anche  della  democrazia.
 
Quali rischi corre il sistema?

Questa massa di penultimi e terzultimi alimenta una quantità di nuovi ultimi ingestibile sia per i servizi pubblici che per il volontariato. Occorre intercettare questo disagio e  agire.

Intercettare  i vulnerabili, cosa significa?
Significa dedicare tempo  per ascoltare  ri-orientare lo stile di vita. Intercettarli domani, quando saranno necessari soprattutto soldi, renderà impossibile l'intervento. Questi cittadini vanno  aiutati a trasformare la loro posizione “rivendicativa” in un’altra capace di co-generare, insieme a istituzioni e terzo settore, nuove risposte (nuovi servizi) da progettare e gestire in modo partecipato. Cioè lavorare per generare nuove risorse tra i vulnerabili, dentro un contesto sociale più ospitale.

Quale è la prima azione che si deve cercare di porre in atto?
Direi una rivoluzione di natura culturale, ovvero generare nuove risorse corresponsabilizzando cittadini e forze della società civile, con un ruolo di regia del pubblico visto non come gestore o controllore, ma ente capace di accompagnare la crescita di nuove risposte e di favorirne l'autonomia. Più che una proliferazione infinita di operatori sociali - del resto impossibile per la diminuzione delle risorse finanziarie - è importante sviluppare attenzione psico-sociali fra chi gestisce quotidianamente grandi quantità di relazioni con i cittadini.

Ma come ci si deve approcciare al bisognoso?
Bisogna “andare verso”. I nuovi vulnerabili hanno vergogna a mostrare le loro fragilità, anziché attenderli in qualche servizio bisogna favorire l'elaborazione dei disagi individuali e rigenererarli, farli cioè transitare da richieste in risposte. Poi occorre dare nomi nuovi a problemi nuovi e dunque  andare oltre le categorie tradizionali di utenti.

Lei parla di “lavoro di comunità” come nuovo  welfare. Cosa intende?
Come il nucleo centrale dell’attività dei  servizi. Non è un’evoluzione culturale semplice.  Quello che è richiesto non è più il lavoro di comunità degli anni 80-90 volto ad includere una minoranza di persone marginali, all'interno di una società coesa. Oggi si tratta di re-includere una maggioranza dei cittadini in esodo dalla cittadinanza, in condizioni di infragilimento diffuso. Un lavoro enorme che riguarda tutta la società e che non può essere portato avanti senza la collaborazione di tutta la società.

Come si attua praticamente?
Ci sono tre  fasi:  aggancio dei cittadini; attivazione di una posizione attiva e collaborante all’interno di gruppi di lavoro;  manutenzione del gruppo e del processo costruito. Ciò  richiede creatività e capacità di uscire, ad esempio, da consuetudini. Una volta agganciate le persone, non significa che si produca automaticamente in loro una posizione attiva e collaborante rispetto ai problemi che le attraversano. È  necessario innanzitutto costruire un clima di fiducia, relazioni autentiche. Bisogna quindi lavorare insieme.

Tutto dipenderà da chi muove l'azione...immagino
Certo. All’operatore è richiesto di assumere una posizione di vicinanza. Non si tratta di abbandonare la professionalità e il rigore ma di nuove competenze  su cui, purtroppo, l'Università sta lavorando ancora molto poco. Si tratta di accompagnare, con determinazione e delicatezza, la nascita e la crescita di nuove forme di vita sociale,  favorendo l'emersione di nuovi protagonismi.

Ci sono esperienze a cui fare riferimento?
Diverse esperienze che ho condotto, o a cui ho preso parte, mostrano come queste organizzazioni costituiscano veri e propri dispositivi di governance del nuovo welfare locale. Sono tavoli  a composizione mista (dagli assessori ai cittadini passando per le associazioni e gli operatori sociali pubblici e privati) e a “porte girevoli” cioè a composizione variabile.

Ci può fare un esempio concreto?
Non si tratta più di chiedere al barista di accogliere  un paziente  psichiatrico, ma di chiedere allo stesso barista di avere attenzioni  verso gli anziani fragili che faticano a chiedere aiuto, o di proporre  all’operatore di un’associazione di consumatori di approfondire il colloquio con un cittadino che si lamenta della bolletta del cellulare e magari ha sulle spalle acquisti rateali o un mutuo quarantennale per la casa che non  riuscirà mai a pagare.

La scommessa quindi chi coinvolge?
Università, Regioni, Enti locali, Aziende sanitarie locali e terzo settore. Le ristrettezze finanziarie e l’evoluzione della storia rendono questo obiettivo ineludibile. È responsabilità nostra trasformare quest’obbligo in un’opportunità per rendere la società più a misura delle persone.

La Costituzione italiana può aiutare/favorire queste nuove forme di welfare?
Gli articoli della Costituzione che sanciscono il principio di sussidiarietà sono due: art. 2 e art. 118. Pensata in un momento in cui erano forti i legami sociali, sanciva l'esigenza che lo Stato non si intromettesse. La nuova situazione impone però di accompagnare la generazione di nuovi legami sociali. È  una scommessa su cui istituzioni pubbliche e terzo settore sono chiamati ad un impegno congiunto.

Corona Perer (giugno 2015)

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