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Persone e idee

Si usa... negli Usa

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Quelli che sono partiti

Giulia Attolini prende la vita in allegria. E' emigrata negli Usa col marito dove ha fondato un blog semi-serio e curioso per il nome e la sua struttura: si chiama "Si usa negli Usa" ed è una narrazione dialogata, a volte scomposta, con frequente uso allo slang o alle parole onomatopeiche, dunque sicuramente simpatica da cui è possibile capire come una mamma italiana guarda le colleghe d'America.

In famiglia sono in quattro: lei, il marito, e i due bambini Tommaso (2 anni) e Pietro (10 mesi). Lei, laureata in Lingue alla Cattolica di Milano, ha lavorato sia in Italia che in America ma ora è a casa a far la mamma. Suo marito invece è programmatore di software. Vivono a Chicago a Wicker Park.

Perché siete partiti dall'Italia?
Lui era a Chicago a studiare quando gli han fatto una proposta di lavoro negli Stati Uniti. Ma più di ogni altra cosa volevamo sposarci. E così sono saltati i soliti canoni con cui la gente programma la vita con questa indimenticabile sequenza: matrimonio, viaggio di nozze, ritorno dal viaggio di nozze, laurea sua. Il tutto nel giro di venti giorni. Devo ancora riprendermi.

Vi trovate bene in America?
In generale si, in America si vive bene. E’ tutto molto comodo, largo, grande: le strade sono larghe, i supermercati sono enormi, tutto è aperto sempre, i servizi alla persona sono infiniti, gli uomini aprono le porte alle donne, ti fanno passare prima, la gente ti saluta e se chiedi indicazioni stradali, trovi persone che addirittura ne fermano altre per te perché non vogliono farti sbagliare.

Quale è stata la difficoltà più grande arrivando?
Di sicuro la più grande difficoltà è stata la ricerca del lavoro (siam arrivati nel periodo di inizio della crisi, tempismo perfetto); e la seconda difficoltà è stata la mancanza di casa, della mia famiglia, degli amici di una vita. Mi mancava tutto e tutti. Il mio gatto, la crescenza, il panetterie, il mare, i pranzi della domenica...
 
Vi sentite pienamente inseriti?

Alle abitudini americane io mi sono abituata,però ci vuole un bel po’. Tuttavia non riesco a dire che gli Stati Uniti sono casa mia. Non posso dire che sono pienamente inserita in una società dove se litighi in casa con tuo marito e alzi la voce, i vicini ti chiamano la polizia in casa.

Come ti è venuta l'idea del blog?
Ho sempre tormentato il mio amico Bernardo con le mie domande e iniziative bizzarre, ma che partivano tutte da una gran voglia di fare qualcosa. E allora da lì lo tartassavo dall’America all’Italia con le mie idee, ogni giorno una diversa dall’altra: poi è venuta quella del blog, ho iniziato a scrivere durante la nanna dei bambini.

Quali sono le cose più curiose che hai visto tra le abitudini americane?
Gli orari di vita americana: cena alle 6. Ho incontrato una mamma che fa cenare i figli alle 5 e li mette a letto alle 7, ma penso sia una folle eccezione. Io, alle 5, faccio merenda coi miei figli.

E poi?
Gli orari dei negozi: supermercati aperti 24 ore su 24. Tranne a Thanksgiving. Una volta sono andata alle 10.30 di sera a comprare il latte con meno 15 gradi fuori. Oppure più di una volta io e mio marito siamo andati a far la spesa alle 9 o 10 di sera. Puoi trovare le poste aperte anche il sabato sera. In questo modo se ci pensi, aumentano i consumi e fai lavorare più gente.

Cosa importeresti in Italia?
Hanno un customer-service che fa paura: se riporti una cosa al supermercato o al negozio, ti ridanno i soldi, in mano, qualsiasi sia la motivazione. Anche tre mesi dopo. Una volta ho riportato al supermercato un formaggio e una pizza congelata (che ormai era scongelata) Non è che il cliente ha sempre ragione, il cliente è una specie di imperatore che va servito e riverito e non va mai deluso.

A quale abitudine ti è stato più difficile rinunciare?
A parimerito: cibo vero italiano e gli amici.

Quale è la migliore che hai tuo malgrado imparato?
Le abitudini che ho imparato e che mi hanno arricchito sono: salutare tutti per strada, essere sempre gentili, non saltare le file.

Come sono le mamme americane?
Vorrei studiarle al microscopio. Hanno lati negativi come l’essere super-prottetive, iper-attrezzatte, ansiate dal minima cosa semi-negativa che possa succedere al figlio come ad esempio mangiare un biscotto. Il lato positivo è invece che sono gentilissime, se chiedi aiuto, ti danno seicentomila informazioni, sanno tutto, sono disposte ad aiutare perfino sconosciute!

Quanto tempo ti richiede il blog?
Scrivo un articolo solo o il martedì o il giovedì. Di solito mi ci vogliono dalle due alle 4 ore a scrivere un articolo.

Quale soddisfazione hai avuto scrivendo?
I messaggi, le lettere, le mail, i commenti delle persone che leggono i blog che a me sono diventate care. Sono talmente stupita che ripeto sempre la stessa cosa: sono senza parole. Sono felice quando mi scrivono. Ho avuto lettori che mi dicevano che ormai aspettano il giorno in cui scrivo, amici che mi scrivono che ridono in treno, in ufficio mentre leggono i miei articoli.
Angela Pagani, 17 settembre 2013

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