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Arte e cultura

Il mondo contadino di Silvana Groff

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di Luigi Marino

Silvana Groff è una delle tante storie d'arte "orfane" di visibilità. A ricordarla è il marito in questo intenso omaggio che pubblichiamo.

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Silvana Groff, l'arte ed io
di Luigi Marino


Nasce il 13 ottobre del 1947 a Regnana, un piccolo paese di montagna di circa 150 anime, in una povera famiglia di contadini come la maggior parte degli abitanti di questo piccolo borgo di case in salita sulla strada che dal Passo del Redebus porta in Val dei Mocheni. Un paese dove in quasi tutte le famiglie era “allevato” un bambino o una bambina, un piccolo “meno fortunato” dato in affidamento perché orfano o peggio indesiderato.L’istituto dell’affido rappresentava una forma di integrazione al reddito domestico per le famiglie povere che si aprivano a questa forma di accoglienza.

Così è stato per la famiglia di Silvana: prima di cinque fratelli tre dei quali “veri” e una “allevata in affidamento”, a cui ha dovuto badare mentre Mamma Emma e Papà Vittorio erano impegnati nel lavoro dei campi. Da piccola Silvana cresce con uno spirito selvaggio a contatto di una natura incontaminata tra tanti prati fioriti e animali. Il tempo dell’infanzia era scandito dal cambio delle stagioni: le foglie secche da raccogliere l'autunno, la neve d’inverno, i prati in primavera, il bosco con i suoi frutti d’estate, quando andar per boschi a raccogliere mirtilli, lamponi o funghi rappresentava integrare le risorse familiari perché i prodotti del sottobosco erano merce ricercata di scambio da vendere a qualche villeggiante nell’unica bottega del paese.

Spirito libero e socievole intorno ai dieci anni Silvana conosce già tutte le famiglie di Regnana e spesso si reca a piedi fino a Baselga di Pinè, percorrendo decine di chilometri, per acquistare i farmaci prescritti dal dottore agli anziani che, in cambio della sua disponibilità, le offrono dolci, biscotti e relazioni umane che resteranno per sempre nel suo cuore.
E’ proprio durante queste sue commissioni che si ferma ad osservare con stupore e curiosità il lavoro di un pittore locale che con i colori ed i pennelli fissava sulla tela le immagini del paesaggio, gli alberi, le foglie e i fiori.
Credo sia stato allora che Silvana ha deciso di dipingere, di imparare quella tecnica che le avrebbe permesso di fissare sulla tela “come immagini vive” le sue emozioni, il suo ambiente, la sua gente.

Da quel momento quel sogno si impadronisce del suo cuore e della sua mente ed il suo mondo di contadina le diventa stretto, quasi soffocante.Non è un rifiuto per le sue modeste origini nè per gli antichi valori della sua realtà montanara, ma la consapevolezza che per realizzare quel suo sogno era necessario attrezzarsi in maniera diversa.
Scrive infatti in una sua lettera a Franco De Battaglia: “Ma dico a me stessa, chi sei tu che da autodidatta per esigenze della vita, nata a Regnana in una casa modestissima, per capirci un monolocale, una sola stanza con il lettone matrimoniale, la mia “cuna” con le ruote di legno infilata sotto il lettone perché non c’era posto, la fornasela, la vedrina di legno di ciliegio fatta dal Fele, senza l’acqua, senza il bagno. Ma in fondo c’era tutto (...) Una cosa però è certa, nessuno mi ha mai potuta privare dei miei sogni, grandi più di me, ma che ho realizzato con tanta tenacia, poter dipingere e fare i miei quadri.”

E così, con il suo bagaglio di ricordi, di affetti e di desideri nel cuore e nella mente, raggiunta la maggiore età a ventun’anni, inizia il suo viaggio nel mondo.La sua prima tappa è Roma dove trova alloggio presso la casa di Amelia Rosselli in una “stanza senza tetto”, un posto letto ricavato riducendo con una parete ed una porta un pezzo di corridoio in quel vecchio appartamento vicino a piazza San Silvestro. Ma Amelia, sebbene vecchia e paranoica, si affeziona a Silvana e, amica e modella di Renato Guttuso, la presenta al pittore che, per incoraggiarla nella sua passione artistica, le regala una confezione di colori ad olio.
Il suo entusiasmo cresce e con l’entusiasmo il suo desiderio di dipingere.
Alterna lavori umili ad ore di studio da autodidatta; inizia a frequentare Via Margutta dove conosce pittori famosi. Conosce Omiccioli, De Chirico, Purificato, Messina, Calabria, dai quali viene incoraggiata a proseguire nella sua ricerca artistica. La sua prima mostra personale a Roma, presso la galleria d’arte Valle Giulia in Via Margutta, è del 1973.

Da quel momento l’arte di dipingere diventa il suo lavoro che la porta in giro per il mondo. Nel 1973 con l’Istituto Italiano di Cultura ad Amsterdam in Olanda, nel 1976 ritorna a Trento ed espone a Palazzo Pretorio; lo stesso anno a Washington D.C. per il bicentenario degli Stati Uniti d’America. Aveva da poco compiuto i trent’anni quando decidemmo di sposarci e di tornare a vivere nel Trentino. Il 15 febbraio del 1978 ci trasferimmo a Riva del Garda per motivi di lavoro.
E’ proprio quel suo patrimonio di ricordi, affetti e valori che diventa fonte di ispirazione artistica, un bagaglio culturale inesauribile da rileggere e fissare sulle tele come nuova narrazione della sua vita dopo aver trascorso ore, giorni e notti, anni ad affinare la sua tecnica pittorica, ad approfondire la sua conoscenza attraverso la lettura di centinaia di libri e riviste d’arte.

L’impostazione naive compositiva dei suoi dipinti non le basta più. Affronta con tenacia e testardaggine lo studio dell’anatomia, approfondisce la sua conoscenza della tecnica del disegno, si cimenta nella tecnica dell’incisione.
La rinnovata vena artistica le fa conquistare nuovi traguardi. Il premio ricevuto dalla commissione del Museo Nazionale d’Arte naifs nella XVIII Rassegna Nazionale d’Arte intitolata a Cesare Zavattini le dà nuovo vigore.
Ispirata da un sentimento di fede, più antico dei volti dei nonni e delle nonne di Regnana che tornava a visitare periodicamente, a metà degli anni ottanta progetta il suo ciclo di tele dedicate alla vita di Gesù.
Tra questi, nella primavera del 1985 il quadro intitolato “Pietà contadina”, oggi custodito presso il Museo di Papa Giovanni a San Giovanni Sotto il Monte, che Marco Boato le compra per farne dono a Monsignor Loris Capovilla in occasione del suo novantaquattresimo compleanno. 

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