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Congo: lo scandalo dei lavoratori del coltan

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Nuove schiavitł

Uomini e bambini ridotti in schiavitù. Un pezzo di loro è nella nostra borsa, dentro il nostro cellulare. Sono gli schiavi del terzo millennio. Dopo la diffusione dei dati diverse associazioni non governative belghe hanno lanciato una campagna di protesta con lo slogan "niente sangue sul mio smartphone".
Nella rete è noto come lo scandalo del Tantalio, uno scandalo che poggia le basi sul nostro benessere. L'International Union for Conservation of Nature ha chiesto alle Nazioni Unite l'embargo per il coltan del Congo.

Già nel 2001 l'ONU  aveva presentato un rapporto contro lo sfruttamento illegale dei giacimenti di Coltan in Congo: viene infatti estratto al prezzo di schiavitù e morte.
Dopo la diffusione dei dati diverse associazioni non governative belghe hanno lanciato una campagna di protesta con lo slogan "niente sangue sul mio GSM", tanto che le compagnie aeree Sabena e Swissair sospesero il trasporto del minerale.
Ma nonostante i warnings l'attività continua ad essere svolta senza normative e senza garanzie di sicurezza, in un mercato senza regole. E pieno di morti a causa di frane e smottamenti nei cantieri di estrazione.



< foto by-Mvemba-Phezo-Dizolele

Il web si è mobilitato da tempo con appelli e denunce. Alberto Vázquez-Figueroa, uno degli autori contemporanei più letti in Spagna, già nel 2008 nel suo libro "Coltan" lanciava la sua indagine/denuncia, molto approfondita.
L'effetto fu che Motorola e Nokia chiesero ai loro fornitori di non usare più tantalio proveniente dal Congo. Ma è durato poco e lo scandalo continua. Francesco Gesualdi che coordina le attività del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, Pisa ha pubblicato molti libri sulla negazione dei diritti fondamentali, il potere delle multinazionali, il debito del Sud del mondo, la distruzione dell’ecosistema, il consumo critico e la sobrietà e dice.

"Nessuno parla per non compromettere gli interessi dei vari affaristi che si collocano in punti diversi della filiera: gruppi paramilitari, trafficanti locali, multinazionali della metallurgia e dell’elettronica, organizzazioni criminali internazionali".

Solitamente il minerale estratto in Congo è esportato di contrabbando in Rwanda, Uganda, Kenya, dove è caricato su aerei diretti alle imprese metallurgiche europee. Anni or sono le Nazioni Unite accertarono la consegna di 75 tonnellate di coltan alla ditta tedesca Masingiro GmbH, con probabile destinazione finale lo stabilimento della H.C. Starck, filiale di Bayer, leader mondiale del settore.
"Altre volte il minerale è trasportato nei porti di Tanzania e Kenya con destinazione Malesia, Indonesia, Thailandia, Cina - aggiunge Gesualdi - e Dopo un passaggio negli stabilimenti di raffinazione, i metalli estratti sono poi avviati al variegato mondo dell’industria informatica che comprende Samsung, Intel, Microsoft, Motorola, Sony, Ibm, Apple.

Un modo per porre fine al traffico illegale di coltan è responsabilizzare le imprese che si trovano nella parte finale della filiera. Se le imprese manifatturiere fossero costrette a esporre pubblicamente tutti i passaggi seguiti dai loro minerali, dall’estrazione all’ingresso nei loro stabilimenti, di sicuro non userebbero più il coltan proveniente illegalmente dal Congo. Di conseguenza il traffico si esaurirebbe per mancanza di mercato. Un provvedimento in tal senso era stato preso negli Stati Uniti: le società quotate in borsa dovranno pubblicare un rapporto di tracciabilità dei cosiddetti «minerali di guerra», per informare il consumatore se l’oro, lo stagno, il tantalio e il tungsteno utilizzati nei loro prodotti provengono da zone devastate da conflitti. Sull’onda della pressione internazionale anche l’Unione Europea è stata costretta a progettare una normativa analoga, ma al momento chi ne sa qualcosa?
Le imprese europee che utilizzano i minerali critici siano decine di migliaia, Bruxelles insiste per una normativa che riguardi solo le 400 imprese importatrici. Ma il peggio è che non sono previsti obblighi vincolanti, ma solo esortazioni ad attuare volontariamente la trasparenza.
Corona Perer,  2014




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