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Lampedusa ricorda la tragedia senza fine degli sbarchi

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Esodo & Orrore
Il 3 ottobre è la giornata delle vittime delle migrazioni. Intanto si sbarca e si muore.

Il 28 giugno il Consiglio europeo ha approvato l'estensione per un ulteriore anno dell'operazione navale Sofia nel Mediterraneo centrale, mantenendo l'obiettivo di contrastare i trafficanti di uomini e aggiungendovi quelli della formazione e dello scambio di informazioni con la guardia costiera libica e del controllo sul rispetto dell'embargo sulle armi alla Libia.

Ma dietro alla tragedia degli sbarchi ci sono orribili testimonianze di violenza sessuale, uccisioni, torture e persecuzione religiosa, che confermano la scioccante dimensione degli abusi che migranti e rifugiati subiscono affidandosi ai trafficanti nel percorso verso la Libia e all'interno di questo paese. Una ricerca su una novantina di migranti e rifugiati nei centri d'accoglienza della Puglia e della Sicilia svela come queste persone, arrivate in Italia dalla Libia nei mesi precedenti, abbiano subito abusi da parte di trasportatori, trafficanti, gruppi armati e bande criminali.

Centinaia di migliaia di migranti e rifugiati - attualmente oltre 264.000, secondo l'Organizzazione internazionale delle migrazioni - si trovano in Libia, per lo più provenienti dall'Africa sub-sahariana, in fuga da guerre, persecuzione e povertà estrema e spesso in cerca di salvezza in Europa. Secondo l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, circa 37.500 sono i rifugiati e i richiedenti asilo registrati, la metà dei quali siriani.

Nonostante la formazione di un Governo d'accordo nazionale, sponsorizzato dalle Nazioni Unite, in alcune parti della Libia tra cui Bengasi, Derna e Sirte si continua a combattere.

Grazie all'assenza di legge e alla violenza che continuano ad affliggere il paese, lungo la rotta sud-nord, dal deserto ai porti del Mediterraneo, si è imposto un redditizio traffico di esseri umani. Inoltre, almeno 20 delle persone intervistate da Amnesty International hanno riferito episodi di violenza da parte della guardia costiera e nei centri di detenzione della Libia.

Molti migranti e rifugiati hanno descritto gli abusi subìti in tutte le fasi del viaggio, dall'arrivo in Libia fino a quando hanno raggiunto le città costiere del nord. Altri hanno raccontato di aver vissuto nel paese per anni, fino a quando si sono trovati nella necessità di fuggire a causa della violenza e delle minacce di bande di criminali, della polizia o dei gruppi armati.

Amnesty International aveva denunciato violenze da parte di trasportatori, trafficanti e gruppi armati già nel 2015, in un rapporto intitolato "Libia, un paese pieno di crudeltà". Le testimonianze raccolte un anno dopo confermano che questi orribili abusi sono ancora in corso.
La maggior parte delle persone con cui Amnesty ha parlato ha denunciato di essere stata vittima di tratta di esseri umani. I migranti e i rifugiati sono presi dai trafficanti appena entrati in Libia o vengono venduti alle bande criminali. Parecchi di loro hanno riferito di pestaggi, stupri, torture e sfruttamento. Alcuni hanno assistito a uccisioni da parte dei trasportatori, altri hanno visto compagni di viaggio morire a causa delle malattie o dei maltrattamenti subiti.  

Ben 15 donne, hanno raccontato di aver temuto di subire violenza sessuale in ogni momento del viaggio verso la costa libica. Gli stupri sono talmente comuni che molte donne assumono contraccettivi prima di mettersi in viaggio, onde evitare di rimanere incinte. Il personale medico del centro d'accoglienza di Bari ha confermato di aver assistito altre donne che avevano avuto la stessa esperienza. In tutto, Amnesty International ha raccolto 16 testimonianze di persone che hanno subìto violenza sessuale o vi hanno assistito.


< foto di GABRIELE GIUGNI


La violenza è commessa dai trasportatori, dai trafficanti o dai gruppi armati, sia durante il viaggio che nella fase di attesa dell'imbarco verso l'Europa, quando le donne sono trattenute in abitazioni private o in fabbriche abbandonate lungo la costa.

L'ascesa, negli ultimi anni, di potenti gruppi armati - alcuni dei quali hanno anche proclamato fedeltà al gruppo armato che si è autodenominato Stato islamico e alla relativa interpretazione delle leggi islamiche - ha aumentato i rischi nei confronti degli stranieri, soprattutto di quelli di religione cristiana.

"L'assenza di legge e la proliferazione di gruppi armati e milizie in lotta tra loro aumentano i rischi per i migranti e i rifugiati in Libia. Il Governo di accordo nazionale deve porre fine alle violenze da parte delle sue forze e delle milizie alleate e deve assicurare che nessuno, compresi i membri dei gruppi armati, possa continuare impunemente a compiere gravi violenze, persino crimini di guerra" - ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

"La comunità internazionale deve anche dare sostegno al Tribunale penale internazionale, che continua ad avere giurisdizione sulla Libia, perché indaghi sui crimini di guerra e sui crimini contro l'umanità commessi nel paese. Tutte le parti coinvolte nel conflitto dovrebbero collaborare alle indagini" - ha sottolineato Mughrabi.
Oltre alle costanti minacce da parte dei gruppi armati, gli stranieri che si trovano in Libia si trovano ad affrontare un livello assai ampio di razzismo, xenofobia e ostilità da parte della popolazione locale. Molti migranti e rifugiati hanno riferito di essere stati aggrediti, minacciati con coltelli e pistole, rapinati dei loro averi o picchiati in strada da bande criminali.

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