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Galimberti ''Disagio giovanile? No disagio di civiltą''

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15/03/2014

(Trento) - Un Teatro Sociale gremito ha accolto calorosamente (venerdì 14 marzo) il ritorno a Trento del filosofo e psicanalista Umberto Galimberti per un incontro incentrato sui disturbi alimentari e il disagio giovanile, alla vigilia della Giornata dedicata alla riflessione su anoressia e bulimia promosso dalla Fondazione Caritro.
Anoressia, bulimia e consumo di droghe sono solo alcuni dei problemi che fanno stare male molti giovani della nostra società.

“Se i ragazzi bevono, si drogano, se dormono fino a mezzogiorno, è perché non vogliono vivere nel tempo del giorno”, è infatti alla cultura, più che alla psicologia, che il filosofo Galimberti riconduce molti problemi del disagio giovanile della nostra società. Crescente inoltre il fenomeno che vede sempre più ragazzi sostituire i pasti con il consumo di bevande alcoliche. Allarmante anche il dato riferito al tasso di suicidi fra i giovani, che sarebbero due al giorno.

Nel corso di un entusiasmante quanto “crudo” tuffo tra riferimenti filosofici importanti, da Nietzsche a Feuerbach, incalzato dalle domande della direttrice di SENTIRE, Corona Perer, moderatrice dell’incontro “Generazioni orfane di futuro”, Galimberti ha accompagnato il numeroso pubblico - accorso per l’occasione -  in un percorso di riflessione improntato al realismo, capace di leggere la nostra società di oggi come non accogliente. “Speranza è una parola di passività, aspettando che qualcosa accada” ha detto.

In una società dai modelli culturali improntati all’efficienza, alla produttività, alla Performance, al dover necessariamente “essere all’altezza”, insomma, Galimberti ha evidenziato che per molti giovani “il futuro se è imprevedibile non è motivante”, ma c’è di più: il problema non è di per sé la “svalutazione dei valori”.

Piuttosto occorre riflettere sulla minore disponibilità di tempo dei genitori, che spesso si propongono come “sindacalisti dei figli” criticando gli insegnanti e pur avendo poco tempo puntano su un “tempo di qualità”, ma il filosofo ha esortato il pubblico a riflettere sul significato di questa espressione, forse spesso un po’ abusata. Le scuole, dal canto loro, a detta di Galimberti, spesso risulterebbero “non in grado di educare”, complice anche l’alto numero di alunni nelle classi. Di fronte al disagio, allo “stare male”, occorrerebbe, ha suggerito il noto filosofo, “riempire di sentimento, non di computer”.

Eppure i sentimenti si “imparano”, per questo non devono perdere importanza miti e storie, perché proprio nella mitologia e nella letteratura è possibile ritrovare tutti i sentimenti: proprio la letteratura è infatti quel “luogo dove imparare tutti i sentimenti”, permettendo il passaggio evidenziato da Galimberti da impulso ad emozione, e infine a sentimento.

Tra i fenomeni più sconcertanti del nostro tempo anche il bullismo, esercitato spesso anche in chiave “virtuale” e si sta rivelando un pericolo per molti adolescenti vittime delle vessazioni dei compagni di classe. “I bulli si sono fermati al livello impulsivo”, ha sottolineato il filosofo Galimberti. E se si sente di stare male, ma non si sa che nome dare a ciò che si prova, non si può esprimere a parole il proprio disagio.

Dando la possibilità di dare un nome a ciò che si prova invece, si può aprirsi agli altri, lasciare “entrare l’altro” nella propria vita. Anoressia, bulimia, assunzione di bevande alcoliche sostituite ai pasti, sono solo alcuni dei disturbi che affliggono gli adolescenti della nostra società dell’oggi, nella quale si assiste al sostituirsi della tecnica, “la forma più alta di razionalità” secondo il filosofo, ai sentimenti.

Non c’è da stupirsi che si affaccino sempre più spesso fra i nostri giovani oltre ai disturbi alimentari anche il disagio legato all’uso di sostanze che li “anestetizzano” o che “eccitano”, estraniandoli inevitabilmente però dal mondo reale, ma anche abitudini che li portano ad autoescludersi più possibile dalla vita del “giorno”, dormendo fino a tardi e uscendo solo di notte, vivendo una vita “notturna”, perché percepiscono di essere non accettati dalla quotidianità.

Galimberti ha contestualizzato in uno scenario edonistico l’assunzione di droghe, sottolineando come la scelta cada su uno stupefacente anestetizzante quando i ragazzi si sentono percepititi dalla società nella quale vivono come un problema e non come risorse. Più il futuro è percepito dai giovani come imprevedibile, più esso, secondo Galimberti, si rivela non motivante.

E' toccato invece ad Aldo Genovese, direttore del Centro Disturbi Comportamento Alimentare dell’Azienda Sanitaria, spiegare i fenomeni di anoressia e bulimia.

Citando Feuerbach, Genovese ha sottolineato come “noi siamo quello che mangiamo”, ma aggiungendo che siamo anche “quello che abbiamo mangiato”. E se già dalle “voglie” delle donne in gravidanza si può riconoscere la consapevolezza della presenza del bambino già nella mente dei genitori ancor prima della nascita, crescendo, se si percepisce l’ambiente in cui si vive come “trascurante”, anche il cibo diviene “oggetto che intossica” e per questo rifiutato, eliminato, al punto che chi sta accanto, “l’altro”, rischia di essere addirittura percepito come “persecutorio”.

Genovese ha però sfatato l’idea che l’anoressia sia da associare alla ricerca della bellezza: “E’ controllo esasperato”. In una società nella quale si è chiamati ad essere performanti, vincenti, “il corpo” diventa “lo scenario dove si gioca il conflitto identitario”. Al punto che, come accade per molti giovani, il futuro da “promessa” è percepito ai loro occhi come “minaccia”.

Genovese, portando all’attenzione del pubblico alcune ricerche condotte, ha evidenziato come il rischio di soffrire di anoressia sia legato alla cultura “occidentale”, perché il rischio si acquisirebbe trasferendosi in Paesi dove c’è anoressia.

Informiamo coloro i quali fossero interessati che la registrazione integrale sarà messa a disposizione dei lettori di SENTIRE direttamente da questo sito a partire dal prossimo 22 marzo 2014.
(testo di Ilenia Pedrazza - Trento,marzo 2014)




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