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Per una nuova idea di progresso - di Marco Guzzi*

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*filosofo

La nostra civiltà vaga così disorientata nel deserto dei suoi giorni in quanto non possiede più una direzione condivisa, non sa dove andare, se avanti o indietro o magari se spostarsi di lato, né perché andarvi. Per alcuni secoli, almeno a partire dalla svolta storica che inaugura il tempo moderno, i popoli europei sono stati abbastanza sicuri di andare in avanti, e cioè di progredire verso il meglio. Eravamo convinti che lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecniche, insieme all’ampliamento delle libertà politiche e delle garanzie sociali, corrispondesse alla direzione stessa della Storia.

Tutte le lotte culturali e religiose e rivoluzionarie dal XVI al XX secolo ruotano perciò attorno ai concetti contrapposti di progresso e reazione, di avanguardia e passatismo, di novità rivoluzionaria e ancien régime.Oggi è proprio questa fondamentale nozione orientativa che non è più chiara, e che pure continua ad essere utilizzata in modo tanto perentorio quanto infondato.

Viviamo di conseguenza in una situazione davvero paradossale e confusa.Da una parte la cultura postmoderna e nichilistica, che domina tuttora nelle università, nell’arte, nel giornalismo, nella comunicazione di massa, e nella letteratura, ci continua a ripetere che la storia non possiede in verità alcun senso direzionale, che i grandi racconti “progressivi” sono del tutto fallaci ed esauriti, e che quindi dobbiamo acquietarci in una temporalità ciclica, di tipo naturalistico, e perciò sostanzialmente priva di direzioni e insensata.

D’altra parte però il discorso pubblico, e politico in particolare, persevera invece ad utilizzare con disinvoltura le categorie del progresso, dello sviluppo, e della crescita, senza mai chiarirci bene quale sia il contenuto sostanziale di questo andare avanti, e quali le categorie fondamentali che definiscano l’avanzamento e l’arretramento in generale.

Ecco perché la nostra società è così fiacca e sfilacciata e paurosamente noiosa, ecco perché mancano visioni orientative, simboli entusiasmanti, e voci convincenti. Restano purtroppo sul proscenio della storia soltanto i retori e i pubblicitari a dare il tono a questa deprimente fine di un mondo.

Eppure io credo che lo schema fondamentale rilanciato dalla cultura moderna, e cioè l’idea di una novità evolutiva che si faccia strada, sia pure molto faticosamente e ambiguamente, dentro la carne della storia per migliorarla, sia tuttora vivo e pregno di potenzialità creative.

Da Cristo in poi irrompe nella storia del pianeta in modo prepotente e dirompente la dialettica vecchio/nuovo, e progresso/regresso, come orientamento mistico-cosmico, e cioè personale e storico-collettivo, dell’essere stesso, dell’intera Creazione. Da Cristo in poi perciò la rivoluzione di questo mondo diventa la temporalità stessa della storia universale.

Allora la vera sfida che abbiamo davanti, se vogliamo uscire dalle sabbie mobili di questa depressione mentale/mondiale, è la ridefinizione proprio dei contenuti del processo/progresso REALE. Dobbiamo cioè ricomprendere e ridefinire innanzitutto quale sia la mèta dello sviluppo della nostra umanità, e poi in che cosa consista la nostra crescita, e quali siano perciò i parametri e i contenuti del procedere in avanti o del regredire all’indietro.

Oggi, all’inizio del terzo millennio dell’era cristiana, possiamo comprendere molto meglio che entro le spinte evolutive della modernità sussistono elementi meramente distruttivi, ci sono sempre state cioè traenze culturali che si servono dello schema cristiano del progresso e della liberazione dell’uomo per avallare visioni e comportamenti profondamente anticristici, e cioè antiumani.

Oggi possiamo comprendere molto bene, ad esempio, che l’anelito tutto cristico alla libertà e alla giustizia universali ha spesso fomentato un odio sterminatore, che ha legittimato stragi e persecuzioni di ogni genere. C’è sempre un punto molto misterioso in cui una tendenza autenticamente evolutiva subisce una sottile e all’inizio quasi inapparente torsione che la trasforma in una direzione mortifera e mortale.

E’ proprio questo punto di controfigurazione che dobbiamo imparare ad individuare in ogni ambito della nostra vita terrena, personale e sociale. E’ proprio questo punto in cui la ricerca di un bene effettivo si trasforma sottilmente nella manifestazione di un male catastrofico, che possiamo oggi riconoscere e denunciare, affinché le ideologie di un progresso senza senso non prendano definitivamente il controllo del mondo.

 E così, scendendo nei temi della nostra contemporaneità, dove incontriamo oggi le direzioni  di un vero progresso? Nella globalizzazione finanziaria di Bruxelles e di Wall Street o nelle rinnovate difese delle identità o dei dazi nazionali? Nell’ulteriore precarizzazione, detta “flessibilità”, del lavoro, oppure nella tutela dei “vecchi” diritti sindacali? Nella piena liberalizzazione del mercato dei corpi, degli uteri e dei materiali genetici, o nella riscoperta di una nuova ecologia dell’uomo? Nella legittimazione dei matrimoni gay, o nel considerarli “un regresso antropologico”, come dice Papa Francesco? E nella chiesa poi chi va per davvero in avanti e chi si sta invece semplicemente perdendo per strada? chi nega il peccato originale, i miracoli, e la presenza del Satana nella storia, o chi riscopre il mistero di Maria entro il processo della propria liberazione? Chi è cioè per davvero “moderno”, chi sta dalla parte della vera crescita dell’uomo?

Questo è il vero campo di battaglia spirituale, tuttora quasi del tutto disertato. Papa Ratzinger sintetizzava così il problema nel 2010: “La questione è: in cosa il secolarismo ha ragione? In cosa dunque la fede deve far proprie le forme e le immagini della modernità. E in cosa deve invece opporre resistenza? Questa grande lotta attraversa oggi il mondo intero”.

Se non inizieremo a rispondere in modo più appropriato a queste domande non potremo né rilanciare il progetto moderno di evoluzione dell’uomo, né quello cristiano che lo anima dall’interno. La modernità deve ritrovare in altri termini la propria ispirazione cristiano-messianica, senza la quale il suo concetto di “progresso” non ha più alcun senso; mentre il cristianesimo storico deve convertirsi alle spinte cristologiche autentiche (severamente selezionate) che la modernità porta dentro di sé, e senza le quali la fede si riduce a museo o a residuo antropologico di credenze d’altri tempi.

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