Giornale sentire img1 Giornale sentire Logo Giornale sentire img2
Scienza e ricerca

Metti l'arte su un acceleratore

Metti l'arte su un acceleratore acceleratore_operadarte_1.jpgacceleratore_operadarte_3.jpg
Ritorno al futuro

Alberto Tadiello, artista vicentino classe 1983, aveva vinto per aver bene interpretato il bando che univa arte e scienza, recupero e innovazione. Così il suo progetto fra 40 proposte del concorso di idee promosso nel 2015 dal Dipartimento di Fisica dell'Università di Trento si era imposto. 

“Chiamati alla veglia, trattennero il respiro” ha fatto sì che l’acceleratore ionico, costruito dal professor Igino Scotoni nel 1985 e dismesso nel 2004, sia diventato opera d'arte.

L'opera è stata inaugurata ieri nella corte di Povo 1 al Polo scientifico e tecnologico Fabio Ferrari. L'artista è stato chiamato a raccontare la sua scelta. «Sono due organismi atomici, che recuperano alcuni pezzi dell’acceleratore – spiega Tadiello – e li mostrano, alzandoli. Agganciati e inglobati in un sistema di tiranti, ganci e catene si disegnano nello spazio con un semplice gesto di messa in esposizione. Il lavoro apre a diversi livelli di lettura. E diventa grappolo, ancora, alveare, lampadario, gioiello, massa, corpuscolo. Ha una postura composta, un’anatomia filiforme».

All’inaugurazione (presenti  il Rettore Paolo Collini e il direttore del Mart Gianfranco Maraniello) è stato ricordato il lavoro del professor Iginio Scotoni, il padre dell’acceleratore trentino. Dopo un periodo passato presso i laboratori INFN a Legnaro dove sviluppa la tecnologia degli acceleratori, Scotoni realizza a Trento il primo acceleratore trentino. Finito di progettare nel 1985, l’acceleratore cercava di soddisfare le richieste di un campo della fisica allora molto vivace, interessato a modificare le proprietà dei materiali attraverso il bombardamento con ioni energetici. Ed è così che, ponendo nella camera di interazione il bersaglio sul quale gli ioni andavano a impattare, il macchinario permetteva di studiare le proprietà di interazione tra radiazione e materia, nonché di cambiare le proprietà superficiali del materiale trattato, ad esempio aumentandone la resistenza meccanica o alterandone la conducibilità. Altre volte, il bombardamento ionico poteva servire a produrre leghe non presenti in natura, oppure facilitare reazioni chimiche superficiali altrimenti impossibili.

Dopo aver contribuito per molti anni agli studi condotti nel Dipartimento di Fisica, il macchinario venne dismesso nel 2004 e sostituito da altri acceleratori, tuttora funzionanti. Queste apparecchiature hanno costituito il nucleo del laboratorio “Impianto ionico”, poi confluito nell’attuale Laboratorio IdEA. L’ambito di ricerca del laboratorio è ancora legato agli scopi originari del progetto, primo fra tutti la sintesi di nuovi materiali attraverso la modifica della superficie di quelli esistenti in natura. Gli esperimenti si stanno concentrando ora sul vasto settore dell’energia e dell’ambiente, dalla sintesi di combustibili solari alla purificazione dell’acqua. Qualche tempo fa, inoltre, è stata avviata una collaborazione tra il Dipartimento di Fisica e l’Istituto Italiano di Tecnolgia (IIT), con l’obiettivo di sintetizzare nano-diamanti che il laboratorio IdEA produrrà tramite tecniche di deposizione laser, e che dovranno poi essere modificati con l’introduzione di atomi di azoto proprio attraverso l’impianto ionico.

Ma cosa faceva l'acceleratore ionico? Il suo funzionamento era piuttosto semplice, malgrado il nome. Un dispositivo estraeva degli atomi dotati di carica elettrica da un materiale, chiamato sorgente, e li trasforma in particelle ad alta energia cinetica attraverso l’uso di opportuni campi elettrici o magnetici. Il "collega ginevrino" (il ciclotrone del Cern), costruito 30 anni dopo l’impianto di Trento, sfrutta invece tecnologie molto più avanzate, utilizzando particelle elementari che come proiettili vengono accelerate ad energie elevatissime (calcolabili in teraelettronvolt). L’acceleratore trentino, invece, era composto in massima parte da acciaio, oltreché da alluminio e vari tipi di materiale ceramico, usa perlopiù ioni di Azoto e di Argon, che raggiungono velocità assai inferiori, ma comunque funzionali agli scopi per cui il macchinario era stato progettato.

3 novembre 2016 – www.giornalesentire.it
 

Scienza e ricerca

Scienza e ricerca

185x190.gif colore_rosso.jpg google_1.png banner_GIF_Sentire.gif banner_hotel.jpg