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Scatti d'autore

Vanessa Winship, impronte di vita

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Turchia e dintorni

"Durante la mia permanenza in Turchia un'immagine persistente mi ha colpito ovunque abbia viaggiato: le studentesse nei loro completi blu, con i loro colletti di pizzo e dolci pensieri ricamati sui corpetti. Queste uniformi, uguali in ogni paese, città o villaggio, erano il simbolo della presenza dello stato turco, ma le persone che le indossavano erano semplicemente bambine. Ho deciso di realizzare una serie di ritratti di queste studentesse, ho voluto dare loro uno spazio in cui potessero avere un momento di importanza di fronte a una macchina fotografica. Ogni immagine è stata scattata dalla stessa distanza, nel tentativo di garantire una sorta di uguaglianza a ogni ragazza".

Chi parla è Vanessa Winship, uno dei nomi più acclamati della fotografia internazionale autrice di un esperimento "seriale" che lei spiega con queste parole:  "...speravo che il simbolo dell’uniforme, la distanza nella ripetizione e l'austerità del paesaggio rappresentassero una cosa sola, ma ho anche sperato di attirare l'attenzione sul concetto di queste giovani ragazze in bilico nel momento in cui si manifesta la possibilità, un tempo in cui la presentazione di sé vacilla nella consapevolezza. Mi hanno colpito la serietà nel loro atteggiamento di fronte all’obiettivo, la loro fragilità, la loro semplicità, la loro grazia e la loro somiglianza una con l’altra, ma più di tutto mi ha colpito la loro completa mancanza di pose studiate" .

Vanessa Winship è una viaggiatrice per definizione: il suo stile assolutamente originale indaga l'identità, la vulnerabilità, il corpo dei popoli della terra. E' stata la prima donna a vincere il prestigioso premio Henri Cartier-Bresson per la fotografia raccontando il declino dell’American Dream.

Sin dagli anni ’90 ha lavorato in diverse aree geografiche, tra cui i Balcani, il Mar Nero e il Caucaso, ovvero i luoghi che nel recente passato hanno segnato confini e identità di quei popoli. Il viaggio e i suoi incontri con chi è 'altro' sono temi fondamentali della sua vita e della sua fotografia. Un paesaggio umano, che si impone sui conflitti politici e sociali ed emerge tra le rovine di mondi in decadenza.

Le sue immagini permettono di compiere una riflessione su come il corso della storia riesca a modellare le forme del paesaggio e a lasciare il segno sui corpi dei suoi abitanti, ma anche sulle loro caratteristiche e sui loro gesti.

E' lei stessa a raccontarlo: dai semi acquistati in Georgia e avvolti in pezzi di carta proveniente da vecchi manoscritti musicali, esposti a vento e pioggia (perchè li portino via) al mare inteso come frontiera naturale pretesto per una narrazione che riguarda le persone dei sei paesi le cui vite sono legate tra loro da un vasto mare chiuso  (il Mar Mero) tra Turchia, Georgia, Russia, Ucraina, Romania e Bulgaria In Albania e in Kosovo l'artista cerca la storia e le sue "impronte" quelle che si stampano sia sul paesaggio fisico che sull’anima degli abitanti di una terra di contrasti, di grande bellezza, ma anche di paura e distruzione.

"Nelle pianure spazzate dalla polvere dei Balcani meridionali, gli albanesi del Kosovo si sono trovati di fronte un altro destino, sotto forma di un conflitto con i loro vicini serbi. La potenza di un sogno collettivo ha sostenuto l’anima albanese, che attende di essere risanata e ha lasciato questa terra ad oscillare tra oblio e ricordo" scrive Vanessa che in Anatolia incontra giovani donne e così le racconta.

www.giornalesentire.it - 2016

 

 

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