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Vico Calabrò: ''Ecco il mio ultimo affresco''

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A quarant'anni dalla realizzazione del suo primo affresco a S. Vittore a Feltre aveva incontrato gli amici che avevano assistito a quel lavoro e quanti in seguito avevano trattato l'argomento sulla stampa. E aveva annunciato: "Farò l'ultimo affresco tornando là dove tutto è cominciato". Perchè fu grazie a Don Giulio Gaio, custode del santuario dei Santi Vittore e Corona che Vico Calabrò, all'epoca già affermato artista, si incamminò nella tecnica che più ama e alla pratica preferita: quella di frescante girovago.

E così utilizzando tre lunette rimaste libere della sacrestia vecchia attualmente adibita a segreteria, è partita l'opera che va a completare la monumetale processione affrescata nel 1975 che raccontava i 20.000 fedeli in cammino verso il santuario nel 1943 per invocare la tanto attesa pace. Un evento storico che Don Giulio Gaio chiese all'artista di immortalare, e così avvenne.

Ma se allora dipinse senza voler nessuno intorno con l'umiltà di chi si sentiva inadeguato all'opera, per questo ultimo affresco l'artista ha voluto rendere nota l'intenzione e anche la volontà di essere seguito dalla gente di Feltre che negli anni ha cominciato a sentire Vico come un artista proprio, vista la sua predilezione per la storia feltrina che il caderino-siculo-vicentino conosce molto bene.

"Voglio un lavoro a porte aperte"aveva detto e così è stato. Gente che va, gente che viene, l'artista ha segnato tutto in un diario privato dove ha annotato i primi lavori con l'approntamento del muro (Alex, un allievo che ad esempio provvede a tappare i buchi grossi per livellare il muro) e quindi ultimato il suo risanamento, la stuccatura e infine la sua preparazione, con un aiuto che questa volta è stato corale e che ha visto convergere al santuario numerosi dei suoi discepoli-assistenti.



< foto: il collaboratore è Jean Bellumat di Pedavena,
studente del liceo artistico di Belluno,
già allievo di affresco di Calabrò a Santo Stefano di Comelico



Un lavoro svolto con la consueta celerità ma anche la dovuta attenzione didattica sempre pronta a far posto ai discepoli. Da buon maestro Vico Calabrò non si è smentito nè risparmiato. Nella seconda giornata di lavoro l'artista aveva già attaccatto la lunetta di destra dove ha raffigurato dormitorio e aula, nella terza giornata era la volta della lunetta centrale con il pozzo dipinto da Elia Michelazzo allievo vicentino, nella quarta giornata era già stata completata la lunetta sinistra con i seminaristi che salgono il colle.

Alla settima "giornata" l'artista era già sulla parte centrale della parete e del racconto. "La luce in quell'inverno buio, la forza in quel periodo di paura venivano dall'urna dei Santi dove i giovani seminaristi si raccogliavano spesso.... Se regge questa parte di pittura, starà in piedi tutto. Mi aiuta Gino Maoret, assistente magico, che poi si aggiunge contento al tavolo dello schiz" annota nel suo diario Vico.

Ci sono state anche piccole pause tecniche e momenti ufficiali come la visita di mons. Mottes con il Vescovo di Belluno-Feltre Andrich. "...Entusiasmo, commozione, complimenti, placet et imprimatur" scrive Vico che annota diligentemente tutte le visite come quelle di due appassionati volonterosi ex allievi di affresco Jean Bellumat di Pedavena e Andrea Toffoli di Calalzo. "Manca una sola "giornata" e la farò domenica quando può venire Marco genero del primo muratore Toni De Riz. Tocca a Marco chiudere il cerchio" scrive l'artista sempre pronto a fare un passo indietro perchè altri ne possano fare uno in avanti.

Nella pagina dell'ultimo giorno di lavori Vico Calabrò - dopo aver annotato l'intero andirivieni e il calore ricevuto durante il suo cantiere - si appresta a fare il suo primo bilancio personale.

"Eccoci alla conclusione. Ultima sera a Sanvetor. Lascio quest' eremo dove ho tanto imparato e dove ho replicato la gioia di quarant' anni addietro. Mi rendo conto che in questo luogo sono state offerte occasioni eccezionali alla mia professione. Spero di non montarmi la testa e ringrazio Corona e Vetor. Ho visto contente tante persone, in primis il committente don Lino il quale scrive che "si è realizzato un sogno che rimaneva nel mio subconscio da anni". Andrea  scrive diligentemente la didascalia alla base elle lunette, Susanna stende la cera, io tengo fronte alle visite sempre più coinvolgenti: don Lino costantemente felice, Maria e Gino De Carli di Soranzen, il poeta che oggi è salito a suonare l' organo, amici e coscritti...".

Ed è ancora una volta, prima che una storia d'arte, la storia di un dono.
Se Feltre non l'ha ancora pensato, questo artista merita la cittadinanza onoraria. Per il suo amore e la sua generosità, ancora una volta esemplari e certamente non secondari alla dolcezza dei suoi colori, delle sue figure, al rigore storico che lo anima e al rispetto che ha sempre manifestato con le sue opere alla Città di Feltre. Lavori che sono espressione anche di uno sforzo per tenere viva la memoria e la devozione ai suoi santi patroni. A volte queste cose riescono meglio a chi è foresto.
(C.Perer - 21 dicembre 2015)

 

 

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