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House of Hope, l'arte di coltivare il sogno

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di Corona Perer

Gerusalemme - Non appartengono a nessuna delle due parti in conflitto. Semplicemente stanno nel mezzo: esistono sia per gli uni che per gli altri. Ma la loro attività è concentrata sui bambini palestinesi perchè in quella parte di città la loro casa è rimasta quando il muro ha sfregiato Gerusalemme.

La loro attività è nata da una constatazione: l'occupazione ha spento i sogni e quindi anche la voglia di produrre cultura, arte, che quasi sempre è attività contigua al sogno. E' così che nasce "Vaca" acronimo di Vision Association for Culture and Arts nata nel 2008 a Gerusalemme come organizzazione culturale non-profit e non governativa.

L'idea di Milad Vosgueritchian e Manar Wahhab era di aiutare i bambini che si confrontano con il muro che taglia in due Gerusalemme a superarlo con l'ausilio dell'arte e delle discipline artistiche.

Per loro che sono genitori di due bambini, la sfida era riportare il piacere della danza o di una attività artistica dentro un contesto dominato dalle logiche del conflitto.

Nel 2008 hanno quindi fondato questo centro, diventato poi associazione caritatevole nel febbraio del 2010, sostenuta da Fondazioni giapponesi.

Arrivarci non è facile anche se - per chi scrive - è stato in qualche modo facilissimo: ci siamo arrivati infatti...per errore. Vale la pena raccontarlo: eravamo diretti alla Maison des Enfants di Betania ma il bus ci aveva condotto davanti ai cancelli della "House of Hope" di Betania. Nome simile, identica località, simile mission: una casa per i bambini palestinesi.

Nel caso della Maison per bambini con famiglie in difficoltà, divise o dove la disperazione ha preso il volto della droga. Nel caso della House capiremo che invece è una casa per la comunità perchè possa sanare le sue ferite. Un misunderstanding con l'autista era all'origine dell'errore: avevamo chiesto Betania e lui aveva annuito, in realtà non avevamo specificato quale Betania e lui ci aveva portati alla casa per l'infanzia ma...dall'altra parte del muro.

In realtà la nostra meta era vicinissima: solo 100 metri più sopra, oltre il muro. Una linea d'aria immaginaria a cui corrispondevano oltre 25 minuti di strada: tutto per colpa del Muro che divide israeliani da palestinesi. Avevamo toccato con mano cosa vuol dire muoversi e vivere in una realtà tagliata in due, con due parti incomunicabili tra loro. Eravamo si a Betania ma non a Chiach, bensì a Al-Azaria.

L'errore ci ha però fatto scoprire un'esperienza di frontiera, dove si danza, si suona il liuto, si imparano le lingue, si disegna, si gioca. Si tenta insomma di vivere una vita normale dentro un contesto assolutamente anormale.

"Noi tentiamo di operare il cambiamento e far vivere ai bambini di questa parte della città una vita normale è la prima rivoluzione che possiamo tentare di fare" ci spiega  Milad Vosgueritchian, lontane origine armene. Suo padre William suonatore di liuto, è uno degli operatori culturali, ma le attività sono aperte a tutti e quindi a collaborare sono anche le mamme dei bambini. Si tenta insomma di fare entrare anche la comunità dentro i cancelli della struttura.

< foto: Milad Vosgueritchian (foto di Ellen Davidson)

"Insegnamo Arabo e inglese, facciamo attività manuali, laboratori artistici, teatro e drammatizazzione sono importantissimi perchè questi bambini possano esprimersi liberamente" aggiunge la giovane moglie Manar Wahhab. Le loro attività sono paragonabili ad un centro diurno, dove la cura per il giardino si accompagna ai compiti scolastici, ai lavoretti artigianali, all'apprendimento di uno strumento e alle ricerche al computer.

Ma i risultati di questo sforzo sono paragonabili ad una piccola e benefica rivoluzione: spazzare via odio e risentimento e andare avanti. In attesa di tempi migliori.
Corona Perer - 19 maggio 2014

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