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Scienza e ricerca

Zea mays: Mais e pellagra tra fine '800 e inizio '900

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Malattie debellate

Il pellagrosario di Rovereto è oggi (scherzi del destino) l'istituto alberghiero De Probizer. Qui venivano curati i malati di pellagra. Un libro di imminente uscita, dal titolo “Zea mays. Mais e pellagra tra fine Ottocento e inizio Novecento” racconta la storia di questa malattia oggi debellata. Ne è co-curatore il professore Sergio Zaninelli autore dell'articolo di questa pagina. Il libro sarà presentato il 27 novembre 2015  alle 18 a Rovereto nella sala multimediale della Biblioteca civica "G. Tartarotti" di Rovereto con la partecipazione di Andrea Leonardi, Cinzia Lorandini, Sandro Feller. Lo studio è stato pubblicato da Biblioteca Civica in collaborazione con la Fondazione Ivo de Carneri Onlus. Ospitiamo con piacere una presentazione del prof. Zaninelli.

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LA VTA AI TEMPI DELLA PELLAGRA
di Sergio Zaninelli*

 

"C’era una volta la pellagra…..". Sembra il classico incipit di ogni favola per bambini. Invece è il richiamo alla grande sventura che assieme alla emigrazione di massa, colpì le campagne della penisola tra Settecento e primi decenni del Novecento. La pellagra era una malattia connessa, in un regime alimentare già di per sé poverissimo, al consumo prevalente, sotto forma di polenta o di pane, della farina di granoturco. E tuttavia la sua coltivazione ebbe per più secoli una grande e continua diffusione in ampie aree del settentrione: era caldeggiata dagli agronomi per il ruolo decisivo che aveva nella rotazione delle colture, soprattutto dove si praticava tale rotazione; era apprezzata e come tale incentivata da proprietari e imprenditori per la convenienza che aveva sul mercato; era accettata, meglio subita a causa della loro debolezza contrattuale,  dai contadini come compenso per le loro prestazioni lavorative.

La malattia in sé e per le conseguenze che aveva – nella fase terminale era la pazzia ( non a caso,spesso pellagrosari e manicomi erano contigui localmente). Era indagata con i mezzi debolissimi forniti dalle conoscenze scientifiche del tempo e veniva contrastata con più accorgimenti pratici (come la diffusione dei forni per una corretta cottura del pane) e del tutto inadeguati. E certo anche in conseguenza delle due teorie che si contendevano l’interpretazione delle cause del fenomeno.

Tuttavia una dimenticata “Bibliografia della pellagra” redatta a cura di Filippo Salveraglio, direttore della Biblioteca Braidense di Milano e pubblicata nel 1887, elenca ben 1173 titoli di opere sul tema. Anche il solo indice di questa bibiografia fornisce una idea dei vari aspetti del fenomeno: la sua localizzazione, la patologia, etiologia, la terapeutica, la profilassi e l’igiene e infine le biografie dei pellagrologi. In appendice la bibliografia riporta il “Proclama del Magistrato della Sanità di  Venezia, datato 22 novembre 1776 sopra l’uso del formentone guasto”, cioè un uso determinato anche da una consuetudine diffusa: l’impiego da parte dei proprietari e dei conduttori del mais come retribuzione per il lavoro. La pellagra, comunque scomparve quando, dopo il primo conflitto mondiale, e anche in conseguenza di questo, l’alimentazione in quelle stesse zone ebbe un radicale cambiamento; a dimostrazione che nel consumo di mais posto alla base del nutrimento stava la causa determinante della pellagra, che non lasciò tracce dei suoi effetti devastanti per la vita di masse consistenti di popolazione.

La vicenda sembra dunque appartenere a un passato da dimenticare, ma sarebbe un errore grave. Come è ben argomentato nel libro edito grazie alla Biblioteca civica di Rovereto (che in tal modo propone una iniziativa di valenza culturale ma anche didattica ), la pellagra ha una storia che rivela profonde connessioni con i sistemi agrari di antico regime, con la società e la politica del tempo. Tutto questo emerge senza dubbi dalle pagine, dense di valutazioni e di notizie essenziali, di tre studiosi che la considerarono dal punto di vista dell’antropologo, Cesare Lombroso; dello storico, Pasquale Villari; del politico colto, Luigi Messedaglia. Ma emerge soprattutto, per il valore di testimonianza diretta dei risvolti sociali che aveva la diffusione del “mal della rosa”, da un supposto “dialogo” tra i due protagonisti del dramma, personificati dalla Pellagra e dalla Libertà  (cioè in aperta polemica con il sistema politico che non affrontava il forte disagio sociale della malattia).

Il lettore  troverà nelle pagine del volume molti spunti di riflessione, ma soprattutto la risposta al quesito che bisogna porsi, anche e soprattutto nell’area rurale trentina, che ha ben conosciuto la pellagra: perché parlarne al di là di una mera curiosità culturale? Perché a scala planetaria siamo di nuovo di fronte a squilibri tra abbondanza e scarsità (leggi fame), tra alimenti che giovano e alimenti che danneggiano la salute. Il cibo si riconferma – nella storia della pellagra - come il nesso vitale tra l’uso della terra e la nutrizione e quindi la vita dell’uomo. Ritornare alla pellagra offre spunti di ripensamenti quanto mai attuali e che non possiamo eludere.
24 novembre 2015

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