Attualità, Persone & Idee

Libia, prigione a cielo aperto

Il paese non ha capacità di coordinare le operazioni di soccorso

(foto: Amnesty International) - All’interno dei centri di detenzione libici i migranti e i rifugiati rischiano regolarmente di subire torture, estorsioni e stupri. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha registrato 56.442 rifugiati e richiedenti asilo in Libia e ha ripetutamente chiesto ai governi, europei e non, di reinsediarli, anche attraverso l’evacuazione via Niger.

Mentre la rotta marittima del Mediterraneo centrale è quasi completamente chiusa e le autorità libiche mettono illegalmente in carcere i rifugiati rifiutando di rilasciarli sotto la protezione dell’Unhcr, l’unico modo per uscire dai centri di prigionia è l’evacuazione verso un altro paese attraverso i programmi gestiti dalle Nazioni Unite. Per quanto riguarda i rifugiati, che evidentemente non possono tornare nel paese di origine, la mancanza di posti per il reinsediamento sta facendo sì che migliaia di loro restino abbandonati nei centri di detenzione libici.

A lungo promesso, il centro dell’Unhcr a Tripoli, che potrebbe dare riparo a un migliaio di rifugiati, viene ripetutamente ritardato. La sua apertura sarebbe indubbiamente un gesto positivo ma riguarderebbe solo una piccola parte dei rifugiati in stato di detenzione e non offrirebbe comunque una soluzione sostenibile.

“A un anno di distanza da quelle immagini che sconvolsero il mondo, la situazione per i rifugiati e per i migranti in Libia resta tetra”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. “Le crudeli politiche attuate dagli stati dell’Unione europea per impedire gli approdi sulle loro coste, insieme al loro insufficiente contributo in termini di percorsi sicuri che potrebbero aiutare i rifugiati a raggiungere la salvezza, significa che migliaia di uomini, donne e bambini restano intrappolati in Libia e continuano a subire violenze orribili, senza una via d’uscita”, ha aggiunto Morayef.

Ed infine l’affidamento dei controlli di frontiera alle autorità libiche: questa scelta combinata con l’assenza di un sistema di condivisione equa delle responsabilità sull’accoglienza dei richiedenti asilo in Europa ha dato luogo a una situazione in cui migranti e richiedenti asilo vengono lasciati alla deriva nel Mediterraneo.

Medici senza frontiere e SOS Mediterranée sono stati costretti a porre fine alle operazioni di ricerca e soccorso in mare della nave Aquarius. Negli ultimi due anni hanno soccorso quasi 30.000 persone nel Mediterraneo. Quest’anno ne sono annegate oltre 2100. La maggior parte di loro era in fuga dalla violenza, dalla tortura e dalla detenzione arbitraria in Libia.

“Nello stesso periodo i governi europei non solo non hanno contribuito alla ricerca e al soccorso in mare ma hanno persino aiutato la Guardia costiera libica a riportare persone in Libia e attivamente ostacolato le operazioni di salvataggio di vite umane come quelle portate avanti dalla nave Aquarius” ha dichiarato il Segretario generale di Amnesty International Kumi Naidoo.

Le misure di alcuni governi per impedire l’attraversamento del Mediterraneo centrale, tra cui il rafforzamento della capacità della Guardia costiera libica di intercettare le persone in cerca di salvezza e gli ostacoli frapposti alle Ong che svolgono attività di ricerca e soccorso in mare. Ma il paese non ha capacità di coordinare le operazioni di soccorso.

www.giornalesentire.it - riproduzione riservata*

Commenti (0)