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Human Flow, il film di Ai Weiwei

"Odissey: no one is illegal" afferma l'artista dissidente

Ai Weiwei non fa solo l'artista, l'architetto, l'attivista politico, il dissidente nel suo paese, è anche un reporter della sua vita. E  di quella degli altri: ai migranti ha dedicato un film, Human Flow.

Da sempre impegnato tra attivismo politico e ricerca artistica, è forse l’artista cinese oggi più famoso nel mondo e nel 2015 è stato nominato Ambasciatore della Coscienza di Amnesty International. L'istallazione di Palermo è di straordinaria forza e condensa la forza dei contenuti con la pulizia della forma. Le illustrazioni stilizzate in bianco e nero presentano immagini giustapposte, come nella pittura vascolare greca, e i contenuti rimandano all'immaginario mediatico del XXI secolo, rappresentato da scene di militarizzazione, migrazione, fuga e distruzione. E' il frutto di un progetto di ricerca che ha radici profonde, come spiega lo stesso artista:

«Ho pensato alla mia esperienza come rifugiato. Quando sono nato, mio padre, Ai Qing, è stato denunciato come nemico del partito e del popolo. Siamo stati mandati in un campo di lavoro in una regione remota lontano da casa [...] È un'esperienza terribile essere considerato straniero nel tuo paese, nemico della tua gente e delle cose che più mio padre amava»

Essere andato a Lesbo tra i rifugiati, lo scorso anno  è stato per lui gettarsi in un dolore grande per il quale poco poteva fare. Alla fine della sua esperienza, passata più che altro a filmare e documentare, si è buttato sulla battigia nell'acqua del mare  e l'unica posa che gli è venuta naturale è stata diventare Aylan, il bambino restituito cadavere dalle acque di un viaggio tragico e pieno di paura. Quella foto suscitò reazioni  e polemiche, ma era il modo di partecipare e fare proprio quel dolore troppo grande per essere narrato sul suo frequentatissimo blog.

Dal 2011 l'artista fa attivismo politico: è l'anno in cui Ai Weiwei viene arrestato e solo nel 2015 gli viene restituito il passaporto e la possibilità di viaggiare fuori dalla Cina per visitare i campi profughi di diversi paesi, tra cui Grecia, Turchia, Libano, Giordania, Israele, Gaza, Kenya, Afghanistan, Iraq, Pakistan, Bangladesh, Messico. Nel 2016 gira un documentario sulla situazione mondiale dei rifugiati.

L'artista cinese oggi vive e lavora tra Berlino e Pechino. Nello studio di Berlino, Ai Weiwei si documenta, scrive, pensa. Le sue performances provocatorie nascono nei locali dove un tempo c'era un birrificio, che ha ristrutturato e rivestito con  piastrelle appositamente cotte per lui: sono riprodotti quei semi di girasole che portò alla Tate Gallery di Londra. Così muove su se stesso, sul suo pensiero. Privilegio raro: calpestare – a performance finita - quei 100 milioni di semi che fece trasportare negli spazi espositivi (anche in quel caso non senza polemiche), uno spazio unico, un pavimento unico.

Afferma di sentirsi inadeguato, dice che questo mondo gira in modo strano e del resto lui, in Cina, ne ha passate di cotte e di crude. Lo hanno spezzato, ma non piegato. La sua azione è politica in senso stretto: da architetto ad esempio non dimentica chi non ha, e tutti ricorderanno che nell'impossibilità di costruire case in un campo di rifugiati donò delle tende perché almeno ognuno potesse avere la propria intimità. E anche l'ultima performance in Italia (estate 2016), con i 22 gommoni che rivestivano la facciata di Palazzo Strozzi era un modo per tornare sul tema degli sbarchi per denunciare l'Europa e la crisi dei migranti, i muri e i politici che non sanno trovare soluzioni sociali. “E' vergognoso non assumersi responsabilità” ha dichiarato denunciando quella che chiama cecità morale di un'Europa al collasso.

Una grande personalità la sua. Scomodo per il suo paese lo è sempre stato, e a dar fastidio prova a piacere. Alla Biennale di Venezia portò il proprio cadavere con un manichino che denunciava il periodo detentivo subìto nel 2011 qundo il governo cinese gli ritirò il passaporto, con la scusa di un'evasione fiscale. Così qualche tempo dopo ballava sulle note di Gangnam Style roteando manette, in ricordo degli 81 giorni di carcere e dell'angusta cella di cui ricorda ogni centimetro.

Ai Weiwei è così: la sua vita è arte e l'arte sta nella sua vita. Ma lui quando parla d'arte è spiazzante: non ama che l'arte abbia prezzi proibitivi, e come direbbe un bravo dadaista ritiene che bruciare un museo renda più celebri che costruirne uno. Detesta il sistema dell'arte e non ne comprende il funzionamento. Non trova un senso nel collezionismo e sa che la sua arte non è vendibile.  "L'idea che l'arte sia costosa non credo sia giusta. Tutte le volte provo vergogna, ma non posso fare quello che voglio: faccio parte di questo sistema".Il suo è pensiero è puro. I posteri lo ricorderanno per le sue azioni e per la sua umiltà. Diranno “un vero artista”. Ma lui si sente in realtà solo un artigiano.

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