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Christiane Liermann: ''Il progresso secondo Antonio Rosmini''

La modernità politica di un pensatore di respiro universale

Governi repubblicani, inclusivi, aperti alla partecipazione, stabili e capaci di una sovranità distribuita e società con una forte percezione del bene comune e dei valori costitutivi della propria identità. Era questa la visione sociale di Antonio Rosmini illustrata da Christiane Liermann segretario generale del Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza europea “Villa Vigoni” che a Rovereto nella casa natale del Rosmini ha spiegato i cardini del pensiero politico del filosofo ed in particolare come intendeva il progresso, mantenendo lo sguardo ancorato all’Europa contemporanea, il modo giusto per capire l'assoluta modernità del grande pensatore.

La prof.ssa Liermann si è occupata da anni del pensiero politico e morale rosminiano e un filo rosso dei suoi studi è anche costituito dalle relazioni politiche e culturali tra Italia e Germania, con un interesse particolare per le questioni confessionali e religiose. 
A Rovereto è stata chiamata in occasione dei Rosmini Days dove ha tenuto una magistrale lectio in perfetto italiano.

“Per capire il concetto di futuro e progresso in Rosmini occorre capire come lui intendesse il senso della storia cioè il suo fine” ha esordito la studiosa. “Secondo Rosmini senza teologia la storia non ha senso. La storia intesa come evoluzione dei popoli trova il suo senso nella presenza diretta e costante di Dio nella storia dell’Uomo, le cosiddette vestigia dei”.

Come intendeva Rosmini società e popoli? Anzitutto il filosofo sosteneva che i popoli sono immortali in quanto tutte le società – anche le più deboli - concorrono ai destini del mondo. E questo anche grazie ad una sorta di compensazione: le società più fragili possono salvarsi per la loro qualità intrinseca. Inoltre Rosmini riteneva che nessun popolo potesse rivendicare un ruolo esclusivo nel Progresso umano: con molta sensibilità intellettuale e senza infierire con posizioni di parte fa intuire (in un secolo che ancora prega contro chi ha mandato a morte Gesù), la non plausibilità di un popolo eletto.

“Quanto al progresso in sé di una società, esso non è frutto della capacità di chi governa ma della capacità di adattamento delle società al loro tempo. E la necessità, secondo Rosmini, che determina la risposta adattiva dei popoli producendo il loro progresso” ha affermato la  prof.ssa Liermann che ha disvelato la sua grande modernità nella indicazione a vedere come “progresso” governi includenti e repubblicani, capaci di una sovranità distribuita e di favorire la partecipazione (tutti temi che oggi troviamo nello scenario europeo quando si discute di limitazione alla sovranità, sovranismo e partecipazione del cittadino).  Nel pensiero rosminiano, laico anche quando definisce la storia teatro della teologia, il despota è soltanto una forma di decadenza. E’ invece qualità di un governo progredito la stabilità, che è sia un prerequisito sia un valore in sé per poter lavorare al progresso.

“L’instabilità è una conseguenza dell'abbandono dei principi fondativi, un tempo condivisi tra coloro i quali hanno costituito le società” afferma Liermann. E questo ci dice qualcosa sulla recente storia dell’Europa che per esempio non è stata capace di darsi una costituzione o di riconoscere le sue radici cristiane. E – guardando il mondo con gli occhi del Rosmini - sarebbe discutibile  anche l'idea di una crescita illimitata dominata da performance economiche come si vorrebbe in temi odierni in cui pare che la mancata crescita sia il problema dei problemi. “Tutte le società possono andare in crisi, il cristianesimo da questo punto di vista non ha alcun ruolo, ma non basta l'agire economico”.

La storia secondo Rosmini non si muove infatti in modo lineare e progressivo, ma circolare ed ellittico, e i dati materiali (ovvero il benessere dei popoli di cui parlò anche Melchiorre Gioia) non possono essere utili a definire una società più o meno progredita. “Semmai è come la società condivide il concetto di bene comune e il contesto valoriale a dire la sua maturità” ha fatto capire la studiosa. Ecco dunque la qualità intrinseca di una società, quella che può salvarla e comunque concorrere al progresso complessivo.

Anche  la resistenza al progresso o negare il progresso (che possiamo individuare nel concetto di decrescita felice) è di per sè negativa. “La società ha infatti un moto continuo e deve rinnovare, non deve restaurare”.

Molto interessante quindi la visione dello Stato secondo Rosmini: esso vive e si basa su presupposti che non è poi in grado di garantire. E due studiosi americani, Daron Acemoglu e James Robinson autori di in un saggio dal titolo “Why Nations Failed” ("Perchè le nazioni falliscono"), hanno praticamente ripreso le tematiche rosminiane affermando – come fece Rosmini - che l’esistenza di elite egoistiche e corrotte non possono certamente portare al progresso di una società a cui non basta l'agire economico: serve una chiara nozione di “bene comune” e un sistema di “diritti”. Serve dunque un contesto sociale dove il  governo repubblicano è includente, agisce con una sovranità distribuita e favorisce la partecipazione.

Ma quale è il fondamento dello Stato? Deve fondarsi sulla stabilità, che è un valore in sé fondamentale per produrre progresso, un progresso che riesce a fiorire solo quando il potere politico si dota autonomamente di una costituzione e di un sistema flessibile, cioè aperto a possibili sviluppi futuri.

In Rosmini sono dunque 3 le dinamiche decisive per il progresso di una società umana: stabilità, diritti e flessibilità. Il cittadino viene inteso non solo come portatore di diritti ma anche di valori.
L’identità è decisiva in una società il cui criterio guida dovrebbe essere quello dell’integrazione e dell’allargamento (Rosmini spiega Christiane Liermann pensava all'impero romano e alla Santa Alleanza).

Ed infine l'impegno in politica, che non deve essere attività di pochi eletti bensì Res-pubblica cioè affare di tutti. Dunque un sistema di  pensiero in cui l'Europa ci pare proprio quello stato “che vive di presupposti che non sa garantire”.. E basta guardarsi attorno: all'Europa manca la Costituzione e soprattutto non è stata in grado di garantire, esprimere e dichiarare la sua identità fondata su solide radici cristiane. Ha cioè abbandonato i suoi principi fondativi.

Andasse a Strasburgo o a Bruxelles, oggi, il prete roveretano scuoterebbe gli animi delle elite che la stanno governando.


Autore: Corona Perer

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