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Gregorio Arena, come esprimere una cittadinanza adulta

L'intervista - "Sussidiarietà, questa sconosciuta"

Il professor Gregorio Arena è chiaro fin dalle prime battute. "No, non è un'utopia immaginare che i cittadini possano interagire con le amministrazioni pubbliche nella cura dei beni comuni". Il problema infatti è un altro: o non lo sanno o non viene consentito loro. In un saggio edito da Carocci editore, il professore (docente universitario a Trento di diritto amministrativo, nonché fondatore di Labsus ovvero il laboratorio per la sussidiarietà) scritto insieme a Giuseppe Cotturri che invece è ordinario di sociologia del diritto e della devianza all'università di Bari intitolata allo statista Aldo Moro, spiega il capitale sociale espresso dal cittadino. Il loro testo ha un titolo emblematico "Il valore aggiunto - Come la sussidiarietà può salvare l'Italia" e allude al principio sancito dalla Costituzione al Titolo V (riformato nel 2001).
E' in particolare l'articolo 118 al comma 4 a prevedere l'intervento diretto del cittadino laddove afferma che "...Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà". Insomma laddove l'ente non può, può arrivare il cittadino anche con forme private di gestione del bene comune, ma le istituzioni devono favorire questo percorso, integrarlo nel fare amministrazione, sostenerlo, riconoscerlo quanto meno.
Abbiamo chiesto al prof. Arena di chiarirci bene ambiti e possibilità.

Professore, in uno scenario così disgregato politicamente come quello italiano, stiamo parlando di cose impossibili?
In realtà mi pare che proprio lo scenario disgregato favorisca l'aggregazione del cittadino. E comunque esistono già esperienze di questa natura,

Ad esempio?
Lo è ad esempio la raccolta differenziata dei rifiuti. C'è l'amministrazione che ci mette l'organizzazione e la filiera che ne consegue, ma c'è una realtà - quella dei cittadini - che ci mette tempo e attenzione.

In Trentino ci sono esempi concreti di gestione privata di un bene comune che non sia una mera esternalizzazione?
C'è il centro sportivo di Borgo Valsugana che da anni è gestito da un'associazione costituita a sua volta da un gruppo di associazioni. In questo caso il Comune si è sgravato l'onere e la collaborazione offre vantaggi reciproci. Ma ci sono anche forme di sussidiarietà di fatto anche Piacenza.

In quali ambiti?
Si va dalla manutenzione del verde, all'insegnamento del pc agli anziani, dai giochi pubblici, ad altri servizi civici. Il Comune in questo caso ci mette la formazione e una assicurazione. Lo chiama 'servizio volontario' ma di fatto è un'attuazione concreta del principio di sussidiarietà quindi la collaborazione si può fare, ci vuole intelligenza da parte di amministratori. Piacenza non cita l'art. 118 nel suo bando ed è strano, perchè avrebbe rafforzato la sua proposta ai cittadini, ma di fatto agisce in quel contesto.

Facciamo un caso di sussidiarietà inconsapevole. Un artista (è il caso reale di Vico Calabrò a Vicenza) insegna la tecnica dell'affresco che le accademie d'arte italiane non insegnano più: lo fa per salvare un'eredità culturale. E' sussidiarietà? E' capitale sociale?
E' capitale sociale, ma in questo quadro manca il "favoriscono" che spetta alle amministrazioni. La persona si è mossa da sola e non è raro che accada in Italia, ma è un caso di cittadinanza attiva.

Casi come questo possono dar corso ad un riconoscimento istituzionale?
In linea di principio sì e non necessariamente deve essere un riconoscimento materiale, a volte può bastare un riconoscimento morale che dà luogo ad una legittimazione istituzionale: la persona sta realizzando qualcosa che l'amministrazione non ha di fatto compiuto e quindi potrebbe richiedere questo riconoscimento. Il suo diventa un esempio. L'amministrazione sarebbe tenuta a favorirlo e quindi potrebbe mettere a disposizione strumenti.

Cosa manca allora per quello scatto civico che certuni avvertono spontaneamente e li porta all'azione?
Manca l'informazione, non credo si tratti solo di cattiva volontà da parte degli amministratori che in qualche caso ostacolano il cittadino, il fatto è che proprio non lo si sa. Si parla spesso di volontariato civico, come nel caso di Piacenza, ma non di cittadinanza attiva cioè di autonome attività dei cittadini in base al dettato costituzionale.

Nel suo saggio si parla del capitale sociale espresso dai cittadini che si attivano, come di una risorsa in grado di salvare il sistema Italia. Cosa è mancato perchè ciò accadesse?
Non c'è stata informazione adeguata all'indomani della riforma del Titolo V, al di là dell'entusiasmo delle realtà del volontariato più pronte a recepirlo. Bisogna ammettere che l'idea di un capitale sociale prodotto dai cittadini non è patrimonio della nostra classe politica, ma la cosa interessante è che non è vero che si ha cittadinanza attiva dove le amministrazioni sono deboli. Piuttosto la si ha dove sono più efficienti. E' in queste aree che la cittadinanza attiva è favorita e con essa si produce capitale sociale. Il perchè è chiaro: la realtà è più matura e riconosce i cittadini come soggetti attivi e alleati delle amministrazioni.

Nel vostro libro sostenete che la sinistra ha avuto resistenze storiche a causa di un certo DNA statalista. Ci sono pre-requisiti per la sussidiarietà?
L'area cattolica bisogna ammetterlo è stata più ricettiva, ma oggi i giovani manager pubblici sono più preparati, anche se spesso si incontra la resistenza all'intervento dei cittadini considerati quasi come degli intrusi. O si pensa più sbrigativamente ad esternalizzare dentro una visione meramente economica.

Il principio di sussidiarietà ha 10 anni senza contare i 10 anni trascorsi prima della sua emanazione in cui è maturato nel dibattito. Quanti anni ci vorranno perchè diventi una prassi condivisiva e applicata?
Ho l'impressione che le cose prima o poi partono e diventano una valanga. E io aspetto che questa valanga scenda. Un po' come avvenne per il divieto del fumo nei locali pubblici. Se ne parlò a lungo, ci furono polemiche ma poi il divieto è partito, oggi nessuno più lo contesterebbe e nessuno fumerebbe in un ristorante. Una certa prassi a volte può dipendere anche da mode: penso al telefonino. Perciò penso che stiamo preparando il terreno, ma prima o poi ci sarà la valanga anche perchè è nelle cose: l'amministrazione non ce la fa e - così come ci sono i vandali - ci sono anche i cittadini attivi.

Riusciamo a citare almeno un esempio italiano?
Certamente: Reggio Emilia, un comune di punta nel campo della cittadinanza attiva grazie a un direttore generale e ad un sindaco sensibili. Hanno attivato diversi progetti con i cittadini

Esistono esperienze all'estero che possono fornire un esempio guida?
Solo in Italia il principio è espresso dentro un quadro costituzionale, nel 2001 quando divenne norma ci fu grande soddisfazione nel mondo del volontariato. Individuarlo all'estero è difficile perchè va sotto la voce generica di 'volontario' e non di attuazione della sussidiarietà.

Su cosa si può insistere per farlo assimilare meglio dalle istituzioni e dal cittadino?
Penso che accanto ai soggetti (i cittadini) bisogna sempre ricordare gli oggetti (cioè i beni comuni). Il laboratorio Labsus è nato proprio per promuovere il principio ed ora ci stiamo concentrando sui beni comuni, che è un altro modo per far capire l'art. 118. Infatti dire al cittadino "potete prendervi cura dei beni comuni" ha una forza maggiore e sono convinto che se si calca l'accento sul fatto che i cittadini attivi migliorano i beni comuni di cui godiamo tutti, si trovano maggiori adesioni.

Cosa bisognerà superare?
L'indifferenza.

Con quali strumenti?
Quelli dell'informazione, mostrando che è normale - come dovrebbe esserlo - agire per il bene comune e che spesso lo si fa già senza saperlo. Dunque non è utopia, perchè 'u-topos' vuol dire 'nessun luogo'. Ma il luogo della cittadinanza attiva esiste, anche se stenta ad essere riconosciuto. Se si parla di beni pubblici è più facile essere portati a pensare "...tanto tocca a qualcun altro". Se si riuscirà a far scattare la normalità del prendersi cura dei beni comuni, la sfida sarà vinta e senza che possa sembrare un atto eroico.

 

n.b. L'intervista è stata raccolta nel 2011 da Corona Perer a margine del convegno promosso dalla Regione Trentino Alto Adige dedicato alla riforma del Titolo V della Costituzione (marzo 2011)

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