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Pantelleria merita amore

L'isola è bella ma il capoluogo versa in stato pietoso

Premessa fondamentale: chi scrive ama l'isola e la frequenta da almeno un decennio. La apprezza per quanto Madre Natura ha posato generosamente sul suo suolo e nei suoi fondali marini: l'energia che pulsa da un vulcano che respira nelle favare e si manifesta nelle rocce, nelle sorgenti di acqua calda che in mare aperto ti consentono di vedere l'acqua ribollire, nelle terme a cielo aperto di un lago che si chiama Specchio di Venere ma potrebbe chiamarsi Paradiso, con acque caraibiche e uccelli migratori che fanno sosta nelle rotte verso l'Africa. Sono merito di Madre Natura i fanghi, le saune naturali in grotta e i prodotti tipici dal sapore inimitabile: l'uva zibibbo da cui proviene un passito celebre in tutto il mondo e il cappero. Pantelleria si fa amare nei suoi colori: magari è una buganville che sbuca dalla rudimentale essenzialità della pietra nera di cui sono fatti i dammusi, o la ginestra che fiorisce a primavera, e i giardini arabi che - come un tempo – custodiscono e difendono dal vento le piante più preziose, ovvero gli alberi da frutto.

Andare a Pantelleria merita sempre e comunque: a prescindere. Ma c'è un ma, che non può e non deve essere taciuto: il degrado in cui versa Pantelleria-paese.

Malgrado un monumentale castello, che andrebbe valorizzato, un porto turistico che andrebbe organizzato (e soprattutto ripulito di relitti), malgrado il fascino di alcuni vicoli (che basterebbe ritinteggiare), ci sono pezzi di centro che versano in totale abbandono. Si pensi alla bocca di porto con quello che resta del vecchio faro, affacciato su una spianata sassosa che potrebbe ospitare una piazza con tavolini e diventare il ristorante più esclusivo dell'isola. E invece giace immobile e abbandonato, a fare da ricettacolo ai rifiuti quando potrebbe essere ceduto in comodato a dei giovani per ricavarne un spazio per l'animazione serale, concerti, spettacoli.

Si pensi poi all'annoso degrado in cui versa il lungomare verso Bue Marino, di poco distante. Oltre ad essere rimasto incompiuto offre la desolante vista su un intero quartiere di dammusini mai finito: frutto di un errore o di una mastodontica cecità urbanistica non si sa, fatto sta che è sorto su terreno demaniale e non è mai andato avanti. Andrebbe però abbattuto o finito perchè è un mostro. Si pensi ai rifiuti che le mareggiate depositano a pochi passi dal centro abitato e all'indecoroso spettacolo offerto da officine, attività abbandonate o parzialmente utilizzate come depositi comunali, un pugno sullo stomaco per chi entra in paese e proviene dagli hotel di Punta Fram o Mursia, o da Scauri nel lato sud dell'isola.

Fortunatamente ciò che ammalia (l'energia del vulcano, il tran-tran silenzioso delle sue contrade, l'angolo di paradiso caduto in terra nel lago termale), resta impresso in mente. Ma mettendo piede in centro è inevitabile guardarsi attorno e chiedersi come i panteschi possano accettare questo degrado.

Come un sindaco e degli assessori possano dormire sonni tranquilli, senza aver almeno fatto quel poco che si può fare subito, e con poco, non si sa. Basterebbe ritinteggiare le case che affacciano sul lungomare Borsellino del centro per essere già sulla strada giusta. Asfaltare le pericolose buche sulle strade, introdurre incentivi o strumenti premiali per invogliare i residenti ad abbellire il proprio angolo di strada. Basterebbe decidere che cosa fare della imponente struttura abbandonata in via Napoli: perchè non un ostello? E che dire della struttura per anziani che - dicono i panteschi - è sorta su un terreno di cui il Comune non aveva disponibilità perciò un immediato contenzioso l'ha consegnata al blocco eterno? Che dire della grotta di Sataria, tanto celebre quanto "evitata" per la sua sporcizia?

Basterebbe indire un concorso di idee tra i giovani, aprire all'inventiva che ancora c'è tra la gente. Le energie non mancano, e c'è chi prova a rendere appetibile l'isola perchè non smette di credere che si possano cambiare le cose. Nascono da questa fiducia l'Emporio del Gusto che si trova proprio all'ingresso del centro, provenendo da Scauri.

All'altro capo del lungomare e vicina alla piazza del Comune c'è il Cicci's Bar, una istituzione ornai a Pantelleria: un po' caffè, un po' ristorante, un po' libreria per il book crossing. E una titolare (Cicci, di origine altoatesina) che è restata nonostante tutto, ma perde il suo magnifico sorriso nel commentare lo stato in cui versa il centro di Pantelleria. “Penoso” dice. Qua e là ci sono tante bellissime e ricercate boutique, per un target di cliente alto, con vetrine accurate e articoli unici, ma meriterebbero di giovarsi di un vicinato più accurato.

La fiducia e la capacità di scommettere sul futuro fortunatamente ci sono. Nasce da questa resistenza “Strit Fud” che non è solo una banale panineria come semplicisticamente si potrebbe dire, ma una cucina non-stop di prodotti tipici da asporto, su ordinazione o da consumare al salto. L'idea è venuta a Loredana Patané, che sgambetta tutto il giorno con due aiutanti fissi. La cucina è a base dei prodotti tipici (e quindi capperi, pomodoro, la tumma) e viene reinterpretata in cibo da strada: arancini, melanzane, il cous cous di pesce e verdure fritte, piatto tipico dell'isola a prezzi assolutamente competitivi.

“Ci chiamiamo Strit Fud per ironia: siamo piccoli e stretti stretti, così abbiamo giocato con le parole. Ma ci preme la qualità e a tipicità del nostro food, il prossimo anno pensiamo di potenziare il locale” spiega la titolare nell'andirivieni continuo della clientela che programma lo spuntino da fare in spiaggia. Crediamo che la storia di Loredana Patané e il suo sorriso di persona che ha realizzato la sua idea d'impresa, possa essere replicato.

Signor Sindaco: non bastano le manifestazioni annuale dedicate al vino, promosse a favore di cantine che hanno già il necessario finanziario per fare il proprio marketing. Serve attenzione vera ai residenti, serve amore per il paese, serve la volontà politica di investire e fare di Pantelleria anche una cartolina. Per cambiare le cose serve anche un pelo di vergogna:  un anno fa gli studenti delle scuole superiori andavano a lezione il pomeriggio perchè la loro scuola era pericolante e dovevano quindi  utilizzare le aule usate al mattino dagli alunni delle medie. Un anno dopo l'anno scolastico è ripreso come niente fosse nella scuola che un anno fa era inagibile, in compenso il cortile delle medie è ora pieno di macerie. Non si è lavorato nè sull'una nè sull'altra scuola e tutto è tornato come prima, anzi peggio di prima.

Ecco: provare un pelo di vergogna e arrossire un poco per come stanno le cose, forse potrebbe essere la prima spinta per volerle cambiare.
Non si arrabbi: noi Pantelleria continueremo ad amarla.
 


Autore: Corona Perer

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