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Papua Nuova Guinea, paese senza diritti

Ci sono mondi che restano lontani

Ci sono mondi che restano lontani, mondi dimenticati e per questo ancora più lontani. Tanto da renderci indifferenti a qualsiasi cosa accada sui popoli dove le nostre tv non accendono i loro fari. Fino a quando... non si muove (pur a fatica) qualche difensore dei diritti umani. Dobbiamo ad Amnesty Interational questo merito. Si deve infatti ad una ricerca svolta in loco, se i fari sin dal 2017 si sono accesi sulla Papua Nuova Guinea dove trattamenti crudeli, inumani e degradanti sono in atto da tempo sull’isola di Manus verso i rifugiati. Siamo in territorio australiano.

Dopo quasi sei anni, l’Australia non ha ancora presentato soluzioni praticabili e sostenibili per i rifugiati che ha trasferito contro la loro volontà a Papua Nuova Guinea. I rifugiati sono di fatto costretti a scegliere tra tornare nei loro paesi d’origine o spostarsi in un ambiente altrettanto violento come quello di Nauru.

Le autorità di Papua Nuova Guinea non forniscono ai rifugiati uno status ufficiale né documenti d’identità e di trasporto. Trovare un impiego stabile, essenziale dal punto di vista dell’integrazione, è impossibile. Altrettanto lo è trovare un’abitazione, a causa dei costi e delle costanti minacce di violenza. Pochi fortunati, 83 in tutto, hanno vinto il “biglietto della lotteria” del reinsediamento negli Usa, ma si tratta di un processo lento e arbitrario che non è a disposizione di tutti.

Il trauma psicologico della detenzione prolungata è una costante nella vita dei rifugiati: l’88 per cento di loro soffre di disordine da stress post-traumatico. Ciò nonostante, i nuovi centri sono serviti solo da un piccolo ambulatorio e da un ospedale pubblico, del tutto inadeguati alla situazione.

I rifugiati restano soggetti a forti limitazioni alla loro libertà di movimento. La maggior parte di loro non può lasciare le strutture e sopravvive con una diaria minima che non basta a coprire i costi del cibo, delle medicine o altre spese.

Negli ultimi anni parecchi rifugiati sono stati aggrediti da abitanti di Manus ma le autorità locali non hanno aperto alcun procedimento giudiziario. Le nuove strutture offrono ancora meno protezione rispetto a quella originale: sono più vicine alla città di Lorengau e sono prive delle minime infrastrutture protettive, come le recinzioni.

Molti rifugiati hanno detto ad Amnesty International di non uscire mai dai centri per paura di essere aggrediti o rapinati. A causa della mancanza di indagini sui precedenti casi e del derivante clima d’impunità, non hanno fiducia nelle autorità locali. Il clima nei confronti dei rifugiati è ostile. I proprietari dei terreni hanno più volte eretto posti di blocco e vi sono state risse tra i fornitori dei servizi ai centri e gli abitanti.

La rivalità tra due agenzie di sicurezza ha aumentato la sensazione di pericolo. Agenti di un’agenzia locale hanno impedito l’accesso a parte delle nuove strutture a quelli di un’agenzia posta sotto contratto dal governo australiano, creando confusione su chi abbia la responsabilità di proteggere i rifugiati.

Amnesty International ha accusato il governo australiano di aver abbandonato centinaia di rifugiati e richiedenti asilo sull’isola di Manus, in Papua Nuova Guinea, lasciandoli in una situazione che somiglia più a una forma di punizione che di protezione.

Il rapporto denuncia come, dopo che sono state sgomberate a forza da un centro di transito sull’isola di Manus, queste persone sono state trasferite in strutture nuove ma inadeguate dove la violenza da parte della comunità locale costituisce una minaccia costante.

“Spostare rifugiati e richiedenti asilo da una situazione infernale a un’altra non è una soluzione bensì il mero prolungamento della sofferenza di queste persone disperate. I nuovi centri sull’isola di Manus non solo mettono a rischio la loro incolumità ma sono anche privi dei servizi essenziali”, ha dichiarato Kate Schuetze, ricercatrice di Amnesty International sul Pacifico.


Autore: Angela Pagani

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