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Lady Birmania, che delusione!

Nega e tace, ma il 10 gennaio l'esercito di Myanmar ha ammesso eccidi

Al vertice in programma a Sidney il 17 e 18 marzo tra l’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico e l’Australia , è prevista la partecipazione di Aung San Suu Kyi, consigliera di stato di Myanmar e leader politica di fatto del paese. Amnesty International ha chiesto ai leader di assumere una forte posizione nei confronti dei crimini contro l’umanità contro i rohingya in Myanmar.

“La campagna coordinata per spingere i rohingya fuori da Myanmar e impedirne il rientro deve cessare. Anche se la violenza è diminuita, la pulizia etnica sta proseguendo: le autorità costringono i rohingya alla fame e stanno militarizzando le loro terre per mandare via coloro che sono rimasti ancora nel paese”, ha dichiarato James Gomez, direttore per l’Asia sudorientale e il Pacifico di Amnesty International.

Amnesty International ha documentato sin dall’agosto 2017 la brutale campagna di pulizia etnica lanciata dalle forze di sicurezza di Myanmar contro i rohingya, equivalente a crimini contro l’umanità.

Le forze armate di Myanmar hanno più volte cercato di negare le loro responsabilità per i crimini contro l'umanità commessi contro i rohingya nel nord dello stato di Rakhine. Ma poi non hanno potuto negare l'evidenza: il 10 gennaio l'esercito di Myanmar ha ammesso che soldati e vigilantes hanno catturato e ucciso in modo sommario 10 rohingya e si sono disfatti dei loro corpi in una fossa comune ai margini del villaggio di Inn Din, nei pressi della città di Maungdaw, nello stato di Rakhine. "Questa macabra ammissione costituisce una profonda presa di distanza rispetto alla politica sin qui seguita dall'esercito di Myanmar di negare ogni responsabilità. Si tratta tuttavia solo della punta dell'iceberg. Ora occorrono indagini serie e indipendenti sulle atrocità commesse nel corso della campagna di pulizia etnica che, dall'agosto 2017, ha costretto oltre 655.000 rohingya a fuggire dallo stato di Rakhine", ha dichiarato James Gomez, direttore per l'Asia sudorientale e il Pacifico di Amnesty International.

"La giustificazione contenuta nell'ammissione, ossia che i soldati presenti nel villaggio erano stati richiamati altrove e non sapevano cosa fare dei 10 uomini arrestati, è sconvolgente e testimonia un inconcepibile disprezzo per la vita umana", ha proseguito Gomez.

Amnesty International ha sempre definito “inconcepibili” le espressioni diffuse dalla leader birmana Aung San Suu Kyi secondo le quali il governo stava difendendo tutte le persone “nel miglior modo possibile”. Il 19 settembre scorso in un discorso alla nazione aveva di fatto confermato la sua inadeguatezza sulla crisi in atto nello stato di Rakhine,  nascondendo la testa sotto la sabbia di fronte all’orrore in atto nello stato di Rakhine.

Una tale "distrazione" che gli attivisti e premi nobel Malala e Desmond Tutu avevano chiesto che fosse revocato ad Aung San Suu Kyi il premio Nobel per la pace: "sta sottovalutando il problema, in alcuni casi ha persino negato che esista" avevano fatto sapere in diverse interviste con la stanpa occidentale.

Amnesty segue da mesi il problema e ha denunciato una vera e propria pulizia etnica contro i Rohingya. I leader dell’Asia sudorientale devono prendere misure urgenti per affrontare le gravi violazioni dei diritti umani contro i rohingya in Myanmar.

"L'ASEAN non riesce a prendere posizione in quanto uno dei suoi stati membri sta conducendo una brutale campagna di pulizia etnica", ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per l’Asia sudorientale e il Pacifico. 

Da quando un gruppo armato di rohingya ha attaccato decine di sedi delle forze di sicurezza il 25 agosto 2017, il Myanmar si è impegnato in una campagna di violenza illegale e brutale contro i rohingya. Amnesty ha documentato numerose violazioni dei diritti umani, tra cui uccisioni illegali e incendi su vasta scala di case e villaggi, incluso l'uso di mine antiuomo da parte dell'esercito di Myanmar.

Testimonianze di attacchi pianificati, deliberati e sistematici sono state raccolte da Amnesty International che ha diffuso nuove prove sulla campagna su scala massiccia di terra bruciata in corso nello stato di Rakhine, dove le forze di sicurezza di Myanmar e gruppi di vigilantes danno fuoco a interi villaggi abitati dai rohingya e sparano contro le persone in fuga.

L’analisi dei dati dei rivelatori satellitari antincendio, delle immagini satellitari, delle riprese fotografiche e video dal terreno, così come decine di testimonianze oculari tanto in Myanmar quanto in Bangladesh hanno portato l’organizzazione per i diritti umani a concludere che da quasi tre settimane è in corso una campagna coordinata di incendi sistematici dei villaggi rohingya nello stato di Rakhine.

“Le prove sono inconfutabili: le forze di sicurezza stanno dando alle fiamme lo stato di Rakhine in una campagna mirata per costringere i rohingya a lasciare il paese. Non c’è alcun dubbio: si tratta di pulizia etnica”, ha dichiarato Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per le risposte alle crisi. Il modello è chiaro e sistematico. Le forze di sicurezza circondano un villaggio, sparano alle persone in fuga e in preda al panico e poi danno alle fiamme le abitazioni. In termini giuridici, questi sono crimini contro l’umanità, ossia attacchi sistematici e deportazione forzata di civili”

Secondo le stime delle Nazioni Unite, dal 25 agosto 2017 la violenza e gli incendi dei villaggi hanno costretto oltre 370.000 persone a fuggire in Bangladesh. Altre decine di migliaia potrebbero essere sfollate o in fuga all’interno dei confini di Myanmar. Già nel corso della precedente offensiva militare su vasta scala, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 erano fuggite circa 87.000 persone.

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