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Urbino, a casa di Federico di Montefeltro

week-end italiani - di Corona Perer

Duecento stanze e quattro appartamenti: per sé, la duchessa, il parentado, e gli ospiti. Una scala personale per accedere in sicurezza al bagno caldo posto nei sotterranei, uno studiolo che doveva racchiudere il sapere ch conta.  Palazzo Ducale ad Urbino, oggi sede della Galleria Nazionale delle Marche, è una di quelle tappe obbligate per capire di che cosa sia stato capace l'uomo che dopo aver metabolizzato l'Umanesimo non a caso sfocia nel Rinascimento.

E Federico di Montefeltro rappresenta meglio di ogni altro il mito rinascimentale della virtù del Duca, nel senso di "dux" cioè di condottiero, che alla virtù militare unisce la sapienza, e si nutre anzitutto di cultura. Il clima intellettuale del tempo e le sue ambizioni sono tradotte nella Bellezza della città a cui ambisce, che costruisce chiamando a corte l'archistar del tempo: Luciano Laurana. Ma si narra che il Duca - grande appassionato anche di architettura - ci mettesse troppo il becco e così Laurana firma il progetto ma se ne va ed è proprio il committente a portare avanti il progetto. Ovvero: a spianare la collina abbattendo le case che gi erano di intralcio, a decidere come distribuire  la piazza, come orientare il palazzo, dove i magazzini e dove le scuderie.

Il cantiere parte nel 1455, ci vorranno 25 anni per terminare la sontuosa dimora dove oggi si cammina sui pavimenti in cotto su cui passeggiavano, di stanza in stanza, duca e cortigiani. Il clima intellettuale del tempo in cui trovano spazio le sue ambizioni era assolutamente eccezionale. Convocando decoratori, artisti e architetti all’avanguardia come Piero della Francesca o Leon Battista Alberti, il principe rinnovò in maniera radicale il contesto culturale e urbano di Urbino, che, all’inizio del Cinquecento, fu definita da Baldassarre Castiglione “una città in forma di palazzo”. E non è un caso se tutto il centro storico è Patrimonio Unesco dal 1998.

Ci vogliono almeno 3 ore per visitarlo: un luogo emblematico e una delle testimonianze più rare e preziose del Rinascimento italiano dove si incontrano opere mozzafiato a partire proprio da quella “Città Ideale” che porterebbe la firma di Laurana e che sintetizza il pensiero rinascimentale e la sua armonia nelle forme geometriche rappresentate: il cerchio, il parallelepipedo, il triangolo, la meravigliosa prospettiva sulla quale hanno studiato generazioni di storici dell'arte.  

Negli altri ambienti del piano nobile si trovano le opere più antiche della Galleria Nazionale delle Marche, tra cui la Flagellazione, opera che si fa contenplare nel suo mistero insieme alla Madonna di Senigallia di Piero della Francesca e La Muta di Raffaello, capolavori assoluti dell’arte italiana.

Stupisce l'alcova del Duca in legno intagliato e con i simboli del casato: l'aquila, l'ermellino e quella che alcuni interretano come una "medusa" e in realtà è una bomba  che scoppia verso il basso. Come dire: la guerra può essere solo un atto di difesa, mai di attacco. 

Lo Studiolo di Federico di Montefeltro è il cuore più prezioso. E’ l’ambiente più intimo del Palazzo e simboleggia il ritratto interiore di Federico, la sua cultura, le sue scelte intellettuali ed estetiche. Rispondeva all’antica idea di ricreare un ambiente adeguato a favorire studio e riflessione, radunando immagini di sapienti – con i quali instaurare un dialogo virtuale – e oggetti rari con cui nutrire lo spirito.

Piccolo e prezioso nel continuum di tarsie lignee di bottega fiorentina (Giuliano, Benedetto da Maiano e bottega, con cartone di Botticelli per le “Virtù”) che raffigurano libri, strumenti musicali e scientifici, armi e insegne, clessidre e personificazioni allegoriche che compaiono su ripiani della finta panca e fanno capolino da finte ante socchiuse. Un flauto è davvero magico: segue lo sguardo di chi lo osserva e sembra che si sposti per restare nei suoi occhi. Illusione ottica data dal modo in cui sono stati posizionati i tasselli lignei che lo compongono.

Un trionfo illusionistico coronato, tra rivestimento ligneo e soffitto, dai ritratti  di 28 Uomini Illustri collocati in gruppi di quattro, su due piani: Platone (dal registro superiore della parete nord) Aristotele, San Gregorio, San Girolamo, Tolomeo, Boezio, Sant Ambrogio, Agostino, Cicerone, Seneca, Mosé, Salomone, Omero, Virgilio, San Tommaso d’Aquino, Duns Scoto, Euclide, Vittorino da Feltre, Pio II, Bessarione, Solone, Bartolo, Alberto, Sisto IV, Ippocrate, Pietro d’Abano, Dante, Petrarca. Nel 2015 è stato restituito al pubblico nella sua veste originaria, con le copie degli originali mancanti che ritraevano gli illustri chiamati a raccolta dal Duca per ispirarlo e guidarlo.

Infatti, con la fine della dinastia dei Della Rovere, il ducato di Urbino va alla Stato pontificio, ci fu lo smembramento dei dipinti dello Studiolo: un’operazione di rimozione “devastante”. Ciò che era stato concepito come unicum, viene trasformato. Oggi solo la metà dei ritratti è conservata nel Palazzo: alcune opere sono state ri-acquistate dallo Stato italiano nel 1934 mentre le restanti 14 tavole, sono al Museo del Louvre dal 1863 dopo la “razzia” attuata nel 1633 dal Cardinale Antonio Barberini, le complicate divisioni ereditarie, il passaggio nella collezione del Cardinale Fesch zio di Napoleone e poi in quella del marchese Campana, andato in bancarotta, con alla fine l’acquisto dei 14 dipinti da parte di Napoleone III.

Ma è nelle viscere del palazzo che si aggiunge stupore a stupore, con i locali degli animali dotati di scarichi dedicati, i magazzini per le vettovaglie, la sapiente ingegneria idraulica, i camini che dovevano scaldare le acque in cui il Duca si sarebbe bagnato. Una città nel palazzo, dove non si fatica ad immaginare braccia e mani al lavoro. Tutte le utilities erano state pensate in ogni dettaglio. Se il Duca fosse vivo oggi ci avrebbe messo la fibra ottica.  Una meraviglia da non dimenticarsi di visitare.

 

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Autore: Corona Perer

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